Un governo tecnico non è mai politico

Appunti a margine del seminario di Frontiere su “tecnica e politica” tenutosi il 13 febbraio 2021.

Chiarezza lessicale

Il termine “tecnica” deriva da teknè, che, dal punto di vista etimologico, indica, genericamente, la “capacità di fare”¹; quindi, per definizione, non può essere un paradigma epistemico, dal momento che denota, semplicemente, l’abilità di affrontare un problema pratico e rappresenta, quindi, un paradigma gestionale.

“Politica” invece, deriva dal termine greco polis, che designava una comunità di uomini unita nella costruzione di un destino comune. “Comunità” è concetto ben diverso da quello, moderno, di società che, etimologicamente, identifica un’ “unione di scopo”. La comunità si riconosce, come tale, non in funzione di uno scopo, ma di un destino.

La polis è una comunità nella quale le diverse voci hanno pari dignità e si manifestano in un processo dialettico, la cui sintesi è l’azione politica che, solo a questo punto, si dispiega come azione di governo.

Questo tipo di prassi, tuttavia, contiene in sè un grande problema: siccome l’esito della dialettica politica è, per propria natura, incerto ed imprevedibile, poiché le posizioni dei membri della comunità sono, potenzialmente, molteplici quanto il loro numero.

Per un sistema che è informato da un’organizzazione complessa, come quello capitalistico, non vi è nulla di peggio dell’incertezza, dell’imprevedibilità. Come diceva Karl Polanyi, esso è come una macchina che deve procedere senza intoppi:

Poiché le macchine complesse sono costose esse non rendono a meno che non vengano prodotte grandi quantità di merci. Questo significa che tutti i fattori implicati debbono essere in vendita, cioè che essi debbono essere disponibili nelle quantità necessarie a chiunque sia disposto a pagarle. Se questa condizione non è soddisfatta la produzione per mezzo di macchine è troppo rischiosa per essere intrapresa, tanto dal punto di vista dell’imprenditore quanto da quello della comunità nel suo complesso che unisce con il dipendere dalla continuità della produzione per i suoi redditi, impieghi e forniture²

Questo concetto si può applicare a qualsiasi intrapresa ed estendere al sistema capitalistico nel suo complesso

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Nei sistemi “liberali” la politica ha assunto la forma delle “democrazie parlamentari” nelle quali i cittadini/elettori scelgono i propri rappresentanti in parlamento e, questi ultimi, formano una maggioranza che esprime un governo. La funzione “politica” pertiene, quindi, al parlamento e quella governativo/amministrativa, al governo.

“Governare” deriva dal letino “guberno” dil quale, a propria volta, trae origine dal greco “κυβερνάω”: “governare un’imbarcazione”, “timonare”, “pilotare” (da cui anche il termine “cibernetica”), ossia, indica l’azione del timoniere che agisce come agiscono gli algoritmi: corregge gli impulsi del vento e del mare per guidarla in una certa direzione, che, teoricamente, dovrebbe essere quella decisa dalla politica, come espressione del demos o comunità.

Il governo tecnico, anche se può essere espressione delle forze politiche che rappresentano il popolo, di fatto, è completamente indipendente dalla volontà popolare. È il segno che le forze politiche hanno abdicato dalla loro funzione.

In questo caso il gubernator/timoniere chonduce la nave, che metaforicamente rappresenta la comunità, verso un fine che è deciso altrove (fine che è maschrato da “parametri tecnici”): non è quello che è definito dal processo politico e manifestato attraverso i rappresentanti del popolo, ma un fine determinato da quelle piccolissime porzioni di umanità (le leggendarie èlite) che, da esso, possono ottenere grandi vantaggi, a scapito della stragrande maggioranza di coloro che compongono la polis.

Pertanto, “tecnica” e “politica” sono due concetti antitetici, se sono riferiti al governo di una nazione. Il governo tecnico è un governo dispotico, nel senso proprio del termine: il sintagma indica che esso segue una direzione già decisa a priori, al di fuori del processo politico (“al riparo del processo elettorale”. M. Monti). È una dittatura non esplicita nella quale è già stato deciso il fine e lo scopo dell’opera di governo, che non sono quelli che scaturiscono dalla dialettica politica nel senso inteso precedentemente.

Un “governo tecnico” deve semplicemente dispiegare la “capacità di fare” per raggiungere quel fine predeterminato. Pertanto, il luogo comune che vuole che un governo tecnico sia, pur sempre, un governo politico, è falso.

La confusione esiste perché non si conoscono i concetti che sono alla base del nostro lessico politico che le democrazie hanno adottato, ovvero il lessico dell’antica Grecia, e si adoperano le parole come significanti vuoti.

Scolio: le democrazie liberali hanno dovuto liberarsi dell’aristocrazia, che deteneva tutta la ricchezza, per far sì che questa si “liberasse” e potesse essere disponibile per creare una classe che possedeva i mezzi di produzione. Il problema principale delle democrazie liberali è il non poter prescindere dal sistema del suffragio per avere una parvenza di democrazia, affinchè le persone possano avere l’illusione di esprimersi liberamente. Non potevano e non possono assumere l’aspetto di una dittatura conclamata perché, questa, tende a suscitare reazioni da parte della popolazione.

Sintesi: Il governo tecnico è l’esatto contrario di un governo politico perché è un governo determinato da “vincoli esterni. In un governo politico l’apparato, politico, opera scelte per il bene della comunità e ne delega la messa in atto all’apparato amministrativo; in ungoverno tecnico le componenti operano scelte, dettate dal vincolo esterno, per guidare quella società verso quel preciso fine.

In Italia il vincolo esterno è rappresentato dalla UE che detta la direzione attraverso le direttive europee, rendendo così superfluo il potere legislativo, ed il capitalismo sovranazionale che si esprime attraverso il Word Economic Forum che lo fa attraverso quella che lui stesso definisce Agenda, con la a maiuscola, ovvero il vademecum, le linee guida.

Conclusioni

La politica, come arte di operare scelte per il bene della comunità, diventa superflua così come diventa superfluo colui che la incarna, ovvero il politico eletto dalla popolazione, ma non può scomparire perché la dittatura diventerebbe conclamata, occorre una soluzione che mascheri la realtà così da non sollevare reazioni.

Da una parte si crea un governo tecnico, assolutamente di larghe intese perché non deve esserci la possibilità che esistano forze di opposizione percepite dalla popolazione come reali, che potrebbero incarnare una qualche reazione, dall’altra si riduce il numero dei parlamentari… questo è quanto sta accadendo.

Unendo i puntini viene fuori, esattamente, l’attuale situazione italiana.

  • Mario Draghi fa parte del vertice della cupola, governatore della BCE, tra l’altro, ovvero il massimo organismo di controllo che ci sia in Europa.
  • Il governo giallo-verde viene fatto cadere ad agosto, il 17 settembre avviene il cambio di mandato tra lui e la La Garde al vertice di BCE.
  • Nei programmi di governo di tutti i partiti, che compongono l’arco parlamentare, c’era la riduzione del numero dei parlamentari.

Nota Bene: il nuovo capitalismo, prospettato dal Great Reset ed espresso nel New Davos Manifesto è lo Stakeholder Capitalism, ovvero, semplificando, il capitalismo di tutte le parti in causa ossia tutte quelle entità che girano intorno alle aziende, comprese le OnG, essendo già stato superato il capitalismo finanziario e non essendo il capitalismo di stato, secondo lo stesso Schwab, riproducibile in occidente, dato che quest’ultimo è stato svuotato dalla capacità manifatturiera traslata ad oriente.

Secondo gli stessi caposaldi di questa visione, la politica non è più in grado di operare scelte, quindi il suo ruolo è diventato pleonastico, superfluo, non è, insomma, più in grado di dare risposte né di operare per il bene dei cittadini.

  1. Dalla radice indoeuropea tek̂Þ-, “tessere”, “lavorare il legno”, “carpenteria” (in senso generico: “capacità di produrre”: il sanscrito takṣati ha il significato di “«fare”», “«produrre”», “«creare”»)
  2. Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974, p.55

1 thought on “Un governo tecnico non è mai politico

  1. Non mi trovo d’accordo con questa analisi.
    Il governo Draghi è un governo POLITICO ma NON è un governo DEMOCRATICO.
    Viene definito TECNICO per essere reso accettabile dall’opinione pubblica.
    Perché dico che è POLITICO? Perché Draghi ha esordito con un discorso estremamente POLITICO, per meglio dire IDEOLOGICO, per meglio dire DOGMATICO: la scelta dell’Euro è irreversibile e bisogna cedere sovranità a livello europeo.
    Più POLITICO di questo non c’è nulla, anche perché TECNICAMENTE e CONCRETAMENTE non significa assolutamente nulla, visto che di irreversibile TECNICAMENTE c’è solo la morte e la cessione di sovranità è TECNICAMENTE vietata dalla Costituzione.
    Si può discutere se Draghi pensi veramente quello che ha detto o no ma questo è.

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lo
ciao