VERSO IL PUNTO OMEGA – La supersoggettività collettiva del transumanesimo

Il trans/postumanesimo prefigura nei prossimi decenni una progressiva trasformazione dell’umanità di portata cosmica in cui le individualità confluiranno in un unico super soggetto collettivo infinitamente intelligente. E’ più di una suggestione fantascientifica – in nuce già presente nella sociologia della prima metà del ‘900 (il superorganico): il garante della privacy Pasquale Stanzione ha avvertito pochi giorni fa che siamo vicini alla lettura del pensiero che potrebbe diventare obbligatoria nei processi penali o sul posto di lavoro; il concetto apparentemente neutrale di Big Data sottende un potere che ci interpella e risponde ai nostri bisogni solo in quanto collettivo/massa di anonimi, che non si limita a uniformare ma che decostruisce biopoliticamente il comunitario e le identità dei subalterni in funzione di un rapporto che si cerca di ridurre a stimulus-response come quello cervello-organi.

I transumanisti sono consci dei pericoli della tecnoscienza ma delegano la bioetica a un controllore governativo che sanno essere del tutto impotente; i postumani dicono che ibridandoci con la macchina ci libereremo (intuizione paragonabile per profondità a quella di Toni Negri sulla moltitudine come nuovo soggetto rivoluzionario). Ossia nel pensiero trans/postumano di qualsiasi corrente la “prassi” politica non è contemplata in linea di principio e immancabilmente la politica con la tecnoscienza la faranno le élite, proprietarie in monopolio dei mezzi finanziari/tecnologici, orientando il progetto al “loro” scopo: rendere finalmente irreversibile il dominio e sfruttamento sui sudditi deprogrammandone per via bio-tecno-politica l’affettività, il senso del comunitario e la stessa soggettività personale.

In altre parole, questa volta la posta in gioco non è solo la nostra obbedienza ma il nostro “io”.

1/3 – La soggettività

1 – la soggettività con un “io” unico e centrale che distingue rigorosamente fra soggetto e oggetto non è data alla nascita ma è creata dal comunitario e dal linguaggio. Non possiamo nemmeno immaginare un uomo che non abbia mai avuto contatti affettivi, sociali, non linguistico. Esiste un centro autoreferenziale in ogni individuo ma non è detto che sia strutturato sempre come l’ “io” dei moderni. Per Freud la soggettività primitiva era un “sentimento oceanico” in cui i confini fra “io” e “l’altro” non erano
invalicabili

2 – l’ “io” unico/centrale/antropocentrico nasce con l’Umanesimo e si afferma con Cartesio. Dalla dicotomia fra soggetto e oggetto che lo fonda deriva la serie delle altre che costituiscono la visione dualistica su cui si struttura il rapporto dell’uomo con il mondo naturale e con gli altri uomini (cultura-natura, spirito-materia,mente-corpo, conscio-inconscio, ontico-ontologico, etc). Il soggetto antropocentrico pensa e opera secondo il linguaggio del logos che elabora concetti fissi, coerenti, utili, ma che implicano un rapporto gerarchico fra gli individui; il discorso comunitario invece è fluido, contraddittorio, ricco ma non pratico, presuppone la parità fra i soggetti

3 – ne consegue il dualismo politico che è quello più importante: il “comunitario” è egualitario, le gerarchie non sono rigide, è “umano” ma la sua organizzazione è instabile e non ha alcuna difesa contro l’attacco del soggetto unico centrale (il colonialismo distrugge le società comunitarie senza proprietà privata della terra dei nativi); il soggetto unico centrale costruisce un potere politico fondato rigidamente sulla gerarchia cioè sulla sussunzione a sé del comunitario di cui diventa la soggettività egemone, è il solo in grado di organizzare in una forma stabile e persistente capace di resistere agli attacchi dall’esterno, ma porta necessariamente a rapporti di dominio/sfruttamento. In filosofia questa dicotomia è di fatto insuperabile, in ultima analisi è il mysterium iniquitatis

4 – il soggetto (sempre lo stesso…) è animato dalla volontà di potenza perché ha come fine assoluto la propria “conservazione” e “riproduzione” ossia la propria “persistenza” che consolida sussumendo a sé le soggettività “altre” riducendole a mera funzione della propria (“persistenza”: sia i transumanisti che Chardin vogliono eliminare la morte)

5 – si interfaccia alla natura per ridurla al suo logos, considerandola come risorse da misurare, calcolare, accumulare in vista di uno scopo, negandone l’inattingibile alterità ontologica. Non è una questione astratta, ci riguarda da vicino: oggi per il potere politico strutturato secondo il soggetto unico centrale noi stessi
siamo diventati “risorse da impiegare”, “capitale umano”, “costo da tagliare”, “stock di poveri”. I behaviouristi studiano l’uomo etologicamente obliterandone l’interiorità in quanto non misurabile e calcolabile, non “impiegabile” cioè “inutile”

l Molteplice comunitario fondato sull’affettivo, difficilmente gestibile perché intrinsecamente politico quindi conflittuale (o viceversa), viene fagocitato dall’Uno che lo amministra. L’Uno concentrandosi sempre di più per aumentare la sua potenza arriva a divorare se stesso sussumendo progressivamente gli strati contigui che prima erano parte del nucleo (Trump nasce dalla inevitabile spaccatura interna nell’élite americana fra globalisti finanziari tecnologici e local vetero produttivi)

2/3 – L’evoluzione storica del linguaggio artistico come rappresentazione della sussunzione del comunitario al logos unico del potere centrale

Nel suo “non-linguaggio” l’arte sospende la validità del logos dicotomico per attivare il momento del “rito”, in cui la comunità si riconosce non solo come funzione del potere che la governa ma in quanto “molteplice”.

Apre temporaneamente uno “spazio scenico” nel quale ci si rivolge in analogico-intuitivo-affettivo più che in logico-deduttivo-normativo, in cui il rapporto fra soggetto e oggetto non presuppone un rigoroso distanziamento, la cui essenza non viene de-finita dal concetto ma continuamente ri-velata. Il legame relazionale e non solo utilitaristico, affettivo e non normativo, è l’insostituibile fondamento e nutrimento del comunitario.

Nel Rinascimento insieme al soggetto uno centrale antropocentrico nasce la prospettiva, punto di vista “unico” dell’osservatore, che abbandona la concezione comunitaria del discorso pittorico medievale in cui i punti di vista sono molteplici, le figure in lontananza non sono puramente ancillari alla narrazione principale (concetto) ma hanno dimensioni maggiori del vero per un loro proprio racconto che ramifica da quello in primo piano. L’arte legge la storia in (largo) anticipo e gli artisti del XV secolo comprendono subito che il punto di fuga in cui le linee prospettiche si chiudono come in un buco nero è l’eschaton dell’ “io”unico/accentratore che stava appena venendo alla luce: nei quadri in cui pure si compiacciono di esaltare una prospettiva maggiormente lineare cercano di nascondere l’esito di annichilimento ponendo prima del
“buco nero”, per esempio, una colonna dietro la quale la “convergenza” delle linee cessa di chiudersi e si riapre.

Melozzo da Forlì (2)

Antonio o Piero del Pollaiolo (3)

O l’entusiasta Paolo Uccello che come racconta Vasari non dormiva la notte per disegnare nuove prospettive geometriche: nella foresta organizzata prospetticamente i cani si lanciano danzando sulle linee di convergenza verso l’oscurità del fondo dove vengono inghiottiti dal punto di fuga (4)

A quell’epoca il “comunitario” era quasi tutt’uno con la potestas sovrana e l’arte rappresentava una molteplicità sociale almeno in parte coincidente col soggetto unico/centrale che fa la politica e la storia. In seguito il potere amministrativo organizzato come un “io” centrale colonizza sempre di più il comunitario e l’arte moderna/contemporanea va in cerca degli ultimi spazi in cui abbia senso pensare una autenticità da condividere.

Gli impressionisti, in un rapporto con la natura non mediato dalla linea del disegno – che è espressione del logos logico deduttivo, cioè è tecnica, e produce concetti artificiali che finiscono per nascondere il vero. La luce essenza pittorica dell’ontologico impatta sulla materia rivelandosi in forme ontiche dai contorni non
definiti che appaiono nella loro non-persistenza riflesse sull’acqua, dove si ripristina l’infinita potenzialità negata dal concetto. Monet, La Grénouillère (5)

Per Alberto Burri l’ultimo spazio condivisibile di autenticità dell’uomo è nel coraggio di soffrire, senza illusioni consolatorie o protettive, sentendo sulla propria carne la ruvidità della vita nella tela del sacco e il dolore – inalienabile autocoscienza – nella rossa ferita aperta (6)

Jackson Pollock lo trova nel caos dell’energia vitale che è irriducibile a qualsiasi logos (o almeno così spera) (7)

Il figurativo non riesce più a essere credibile come arte perché rappresenta una “realtà” ormai interamente svelata, manipolata, resa facilmente riproducibile dalla tecnologia e desacralizzata dal logos unico ordinatore che amministra tutto l’esistente. L’ “uomo” ha perso quasi definitivamente i suoi spazi di autenticità e di “potenzialità sempre aperta” in cui celebrare il rito comunitario dell’arte, può cercare solo delle nicchie al di fuori dello svolgersi progettuale appannaggio esclusivo della soggettività centrale tecnocratica che ha egemonizzato il potere. La comunità, privata di ogni principio ontologico, si disintegra in una miriade di frammenti di sotto identità insignificanti politicamente bisognose del comando centrale per essere riconosciute. La politica non ha più dove fondarsi.

Come scriveva Foucault nel 1966, la fine dell’uomo come lo pensiamo oggi è prossima.

3/3 – Teilhard De Chardin, “Il fenomeno umano”

L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima. Se [i presupposti perderanno di validità] come al volgersi del XVIII secolo accadde per il suolo del pensiero classico, possiamo senz’altro scommettere che l’uomo sarebbe cancellato, come sulla riva del mare un volto disegnato sulla sabbia.

Foucault, “Les mots et les choses”, 1966

In Teilhard De Chardin si ritrovano in germe le principali questioni filosofiche e il caratteristico approccio politico del transumanesimo successivo. Sia quando un indirizzo viene dichiarato esplicitamente, sia quando resta implicito, da destra o da sinistra o i liberali edonisti, la prassi concreta è categoricamente esclusa e ci si limita a interpretare secondo i propri desideri degli sviluppi che si considerano di fatto inarrestabili e incontrollabili. O il potere si concentrerà all’infinito e allora sarà un bene o si dissolverà nella moltitudine e anche lì sarà un bene. La terza opzione è che si lascia fare perché tanto non si torna più indietro.

Molte preoccupazioni bioetiche in cui si raccomandano tasse o incentivi che si sa essere perfettamente inutili.

Alla guida ci sono solo le élite.

Chardin ricordava che da bambino era affascinato dal ferro, attratto dalla sua consistenza che gli appariva incorruttibile, attributo che sembrava rivelare la vera essenza delle cose.

Amavo tanto Gesù Bambino. Ma in realtà il mio vero io era altrove […] mi ritiravo in estasi davandi al mio Dio di ferro. E perché quel pezzo di ferro per me doveva essere il più possibile spesso e massiccio? La consistenza, senza dubbio era quello l’attributo fondamentale dell’Essere

Le combat de Pierre Teilhard De Chardin”, Louis Barjon)

“Consistenza” o meglio “persistenza” perché quando scoprì che il ferro si arrugginisce fu un piccolo shock:

…tanto che, per consolarmi, cercavo equivalenti altrove. Talvolta in una fiamma blu fluttuante (insieme così materiale, inafferrabile e pura) sui ceppi del focolare. Più spesso in qualche pietra più trasparente o meglio colorata: cristalli di quarzo o d’ametista, e soprattutto frammenti lucenti di calcedonio, come potevo raccoglierne nella mia regione d’Alvernia. In questo caso, naturalmente, bisognava che la sostanza prescelta fosse resistente, inattaccabile e dura.

(intervista su Avvenire)

Chardin comprende che la vera “essenza” non è sostanza ma relazione, cioè quella forza di “convergenza” che porta la materia (la “stoffa dell’universo”) a organizzarsi in unità sempre più complesse e incorruttibili, “persistenti”. Come nella prospettiva rinascimentale pure Chardin immagina per la sua convergenza un punto di fuga, il Punto Omega (cioè Dio), in cui confluirà tutta l’autocoscienza presente nell’universo – per ora parcellizzata in singoli individui – attraverso una successione di soggettività sempre più collettive che “alla fine dei tempi” si centreranno definitivamente nella coincidenza dell’Uno col Molteplice.

Anche qui è un discorso sull’eschaton della soggettività una/centrale, quella che ha come unico fine la “persistenza” e per spinta la volontà di potenza, ma in Chardin il percorso – che comincia dai grani infitesimali di autocoscienza già presenti in ogni atomo- è il cammino dell’umanità dal caos che è origine del male, all’organizzazione che è intrinsecamente il bene: dalle particelle all’atomo alle molecole; nella biosfera dalle cellule agli animali; nell’umano – si inizierà proprio nel XXI secolo – dalla società dei singoli alla super soggettività in fieri della Noosfera, la sfera della coscienza, che andrà irresistibilmente individuandosi in menti alveare che supereranno i confini delle galassie.

Chardin immagina la sua filosofia della storia universale partendo dallo scientifico – che essendo meccanicistico non contempla lo spirito ma col quale la modernità lo obbliga a confrontarsi – e cerca di farlo rientrare nell’economia della Salvezza rappresentandolo come strumento e garanzia di successo.

L’autocoscienza che creerà la sua Noosfera nasce meccanicamente (“in dipendenza meccanica”) da un livello sufficientemente alto di complessità dell’organizzazione, prima della materia poi della vita, e costituisce la via d’uscita dall’entropia che sostanzialmente è il corrispettivo del mysterium iniquitatis sul piano della fisica. Come l’evoluzione delle specie è violenza di un soggetto che si conserva ed espande il suo dominio divorando i più deboli – ossia riportandoli dallo stato di vivente a quello di materia inanimata – così la materia si ordina creando attorno a sé uno stato di disordine relegato “ai casi e alla probabilità”. Ma è proprio la crescente complessità a indicare la via d’uscita dall’entropia del mondo fisico, così come Omega la testimonia agli uomini per superare il male (per il vivente la selezione naturale che ha generato l’uomo e fra gli uomini la guerra e la schiavitù).

Esistono due tipi di energie relativamente all’ordine e al disordine: tangenziale, che è l’energia tout court della fisica e radiale che spinge la creazione in direzione di Omega

…una energia tangenziale che rende l’elemento solidale, nell’universo, con tutti gli elementi dello stesso ordine (vale a dire che possiedono la stessa complessità e la stessa «centreità»); e un’energia radiale, che lo attira nella direzione di uno stato sempre più complesso e sempre maggiormente centrato, verso l’avanti.

“Il fenomeno umano”, come le altre citazioni)

L’energia radiale è compatibile con una diminuzione dell’energia tangenziale e sul piano spirituale dell’autocoscienza inverte l’entropia

Ma il mondo acquista il suo volto e la sua consistenza mediante il suo nucleo radiale, gravitando in senso opposto al probabile, verso un focolaio divino di spirito che lo attrae in avanti. Dunque, nel cosmo, qualcosa sfugge all’entropia – e vi sfugge sempre maggiormente.

Quando gli uomini individuali saranno confluiti nell’autocoscienza della Noosfera, Omega diventerà finalmente visibile e sarà il suo amore, non più le potenze della brutale evoluzione darwiniana, a guidare il ricongiungimento dell’universo in Dio. Anche la morte sarà eliminata (un accenno in più sull’origine delle “potenze che stanno tessendo l’evoluzione” sarebbe stato interessante).

Il vizio radicale di tutte le forme di fede nel progresso, quali si esprimono nei simboli positivisti, è di non eliminare la morte definitivamente. A che serve scoprire in cima all’evoluzione un focolaio qualsiasi, se questo focolaio può e deve disgregarsi un giorno o l’altro?… – Per soddisfare alle esigenze supreme dellanostra azione, Omega deve essere indipendente dalla caduta delle potenze che stanno tessendo l’evoluzione.

Ma il percorso che ricongiunge l’uomo a Dio resta un mistero di dolore, come la Passione di Gesù:

In un modo o nell’altro, resta il fatto che, anche per il semplice biologo, nulla quanto l’epopea umana assomiglia ad una Via Crucis.

Per di più il male potrebbe aumentare prima di svanire:

…può darsi che, conformemente ad una legge alla quale, in passato, nulla ancora è sfuggito, il male crescendo contemporaneamente al bene, raggiunga un parossismo finale, esso pure, in una forma tipicamente nuova. Non vi è cima senza abissi.

E forse (ovviamente, partendo dai quei presupposti) non svanirà affatto ma potrebbe addirittura impadronirsi di una parte dell’universo. Alla fine dei tempi non è detto che tutti entreranno in Omega

Immense saranno le potenze liberate nell’umanità dallo stesso gioco interno della sua coesione. Ma questa energia potrebbe operare domani, come ieri ed oggi, in maniera discordante. Sinergia meccanizzante, sotto la forza brutale? O sinergia nella simpatia? […] Un conflitto può sorgere.

In questo caso, nel corso e in virtù dello stesso processo che la raduna, la Noosfera, giunta al suo punto di unificazione si scinderebbe in due zone, rispettivamente attratte da due poli antagonisti di adorazione. Il pensiero non sarebbe mai completamente unificato quaggiù.

L’amore universale non vivificherebbe e non separerebbe alfine, per consumarla, che una frazione della Noosfera, quella che si deciderà a «fare il passo» fuori di se stessa per penetrare nell’Altro

Torna irrisolta la dicotomia costitutiva del soggetto unico centrale: la convergenza nell’ “Uno” crea ordine e organizzazione che sono il bene in prospettiva di Omega, però la stessa convergenza è avviata proprio da quelle potenze che a volte agiscono con energia “discordante” e alla fine potrebbe rivelarsi “Sinergia meccanizzante, sotto la forza brutale, come ieri e oggi“.

Ma allora il male non è solo regressione al caos perché – lo dice Chardin stesso – entrambe le strade, quella buona e quella cattiva, si percorrono in direzione della persistenza dell’organizzazione sempre più complessa e non si può non constatare che fino adesso l’ordine è nato solo dalla violenza che sussume, chi non è capace di violenza soccombe.

Servono dei correttivi, è necessaria una “nobile” forma di eugenetica con cui l’evoluzione da naturale diventerà autodiretta

Nel corso dei secoli futuri, è indispensabile che si riveli e che si sviluppi, alla misura delle nostre persone, una forma nobilmente umana di eugenismo.

Eugenismo degli individui, e di conseguenza eugenismo anche della società.

Troveremmo più comodo, e saremmo quasi tentati di considerare più sicuro, lasciare che si disegnino da sé, attraverso il gioco automatico delle fantasie e delle spinte individuali, i contorni del gran corpo costituito da tutti i nostri corpi.

Non interferire con le forze del mondo!…

Sempre il miraggio dell’istinto e della pretesa infallibilità della natura.

Ma il mondo che è giunto al pensiero non aspetta precisamente che noi ripensiamo i processi istintivi della natura, allo scopo di perfezionarli? La sostanza riflessa [autocosciente] ha bisogno di ordinamenti riflessi.

Cioè, niente politica detto in termini aulici.
Vengono a galla gli antichi e ovvi sottotesti di classe di questa onnipotente soggettività unica iper organizzatrice. Sottotesti ben presenti anche a Chardin:

Il secolo passato ha conosciuto i primi scioperi sistematici nelle fabbriche. Il prossimo non si chiuderà certamente senza minacce di scioperi nella Noosfera” [notevoli gli scioperi nella Noosfera]

Quindi se la politica non è contemplata si implica che il cammino a Omega non potrà essere un percorso realmente collettivo nel senso di “molteplicità di soggetti parimenti autonomi” ma dovrà (sorpresa) essere guidato da una ristretta élite. Sa che le masse dei subalterni non apprezzeranno e che in effetti non è bello da dirsi, per cui nel campo del testo principale scrive ecumenicamente:

L’esito del mondo, le porte dell’avvenire, la penetrazione nel superumano non si aprono per qualche privilegiato o per un solo popolo eletto tra tutti i popoli! Non si apriranno che sotto la spinta di tutti noi collegati insieme, in una direzione in cui tutti insieme 1 etc…

[nota n. 1 e neretto di Chardin]

Poi però si cautela con una clausola in piccolo nella nota a pié di pagina:

“1 – Sia pure sotto l’influenza e la guida di alcuni (di una « élite ») soltanto”

L’eugenetica autodiretta dovrà essere “nobilmente umana” ma a garantirlo ci penserà un’élite che “ieri e oggi” ha fondato e finalizzato il proprio potere al dominio, lo sfruttamento e l’alienazione esistenziale dei subalterni. Il transumanesimo è per definizione impolitico.

Non è un caso se fin dalla metà del ‘900 il transumanesimo ha un grande appeal presso l’establishment e a questo proposito vale la pena di leggere l’elenco dei patronati – alti e semplici – sotto la cui benevola protezione è stato pubblicato il libro: Maria José di Savoia (patronato alto), Comitato Scientifico e Comitato Generale (patronato semplice), gli ultimi due che consistono rispettivamente in ben tre pagine per lo Scientifico e due per il Generale, con una lunga lista di nomi di incarichi istituzionali del massimo prestigio.

Una élite che evidentemente non può non essere profondamente preoccupata per l’eventualità di disdicevoli scioperi nella Noosfera.

Una élite, soprattutto, che con lungimiranza legge nel pensiero del gesuita la garanzia dell’assoluzione e la giustificazione teologica della propria posizione di fatto ereditaria di egemonia politica ed economica (cioè dominio e sfruttamento dei subalterni) nella conferma della assoluta necessità di quella primazia alla quale non ha alcuna intenzione di rinunciare.

Eventualmente se ne discute in Omega.
I punti chiave in Chardin comuni a tutto il trans/postumanesimo sono:

  1. la tecnoscienza è ormai diventata parte ineludibile di qualsiasi discorso, non come semplice strumento controllabile ma, come scrive Heidegger, in veste di attore autonomo determinante che orienta/falsa nelle modalità e nei fini il rapporto dell’uomo con la natura, ossia con l’ontologico. La conseguenza è che la comunità e quindi la politica scompaiono;
  2. la tecnologia checché ne dica Heidegger non ha una precisa linea di confine che la distingua dalla antica technè artistico artigianale, che consentiva un pieno rapporto con l’ontologico. Lo consentiva non per la sua essenza ma perché era “comunitaria”. Ossia, il discrimine sta nel fatto politico della “proprietà”: una tecnologia pressoché onnipotente detenuta in monopolio da una élite sarà finalizzata alla de-umanizzazionee de-soggettivazione dei subalterni perché al contrario delle speranze di Chardin e d’accordo con Marx, se il centro si accentra senza sosta lo fa escludendo la periferia, rafforzando e non cedendo il suo dominio;
  3. il trans/postumano non esce dallo schema dicotomico: Chardin estremizza verso l’Uno, i postumani verso il Molteplice dell’ibrido uomo macchina che supererà il logos accentratore (che ovviamente è fallocratico per la corrente femminista derridiana di Haraway e Braidotti), i transumanisti più tecnici vanno incontro al destino qualunque esso sia.
    Ma se si resta nell’impianto dualistico i prossimi a essere sussunti – ossia privati di una soggettività autonoma – saremo noi, in quanto comunità e in quanto singoli. Non ci sarà bisogno di aspettare la mente collettiva, succederà quando instaureranno un controllo capillare fatto di telecamere, credito sociale, terapie mediche obbligatorie per lavorare, o lo scan al cervello come paventa l’inerme garante della privacy. Dobbiamo rendercene conto e farlo capire agli altri perché una volta entrati in quel sistema non se ne esce più;
  4. il peggiore: la tecnologia non si può fermare (vero) e non sappiamo dove condurrà (vedi i dubbi di Chardin che inframezzano le sue professioni di fede in Omega). L’uomo sta davvero per scomparire come profetizzava Foucault e anche negli ottimisti serpeggia un filino di inquietudine.

Conclusione

Chardin:

In verità, il gesto magico, il gesto ritenuto contradditorio di «personalizzare» per totalizzazione,
non è forse realizzato, attorno a noi, in ogni istante, nella coppia, nella squadra? E perché l’amore non
potrebbe ripetere un giorno, alle dimensioni della terra, ciò che realizza quotidianamente su scala ridotta?

Perché il passaggio dal discreto – della coppia o della squadra – al continuum dell’amorosa unificazione universale avviene all’infinito (“alla fine dei tempi”) qui su questa terra le cose succedono solo “facendo noi” una politica che sia prassi prima che teoria, altrimenti restiamo persi in dualismo irrisolvibile fra termini reciprocamente escludenti ognuno con un punto di fuga apocalittico che in un caso è il caos, nell’altro l’oppressione. Il piano delle élite è una preparazione al conflitto sia geopolitico che interno, ci saranno imprevisti e si apriranno delle possibilità.

Ricevuto e, volentieri pubblicato come contributo.

Immagine 1 – Le immagini sono tre distinte e sono state unite.
Il cyborg al centro è di: “cyborg” by jaci XIII is licensed under CC BY-NC-SA 2.0 ( foto tagliata e
ridimensionata)
La foto di Chardin : “Pierre Teilhard de Chardin” by On Being is licensed under CC
BY-NC-SA 2.0 (foto tagliata e ridimensionata)
Il ritratto di Foucault: “Michel Foucault, painted portrait DDC_7448.jpg” by Abode
of Chaos is licensed under CC BY 2.0 (foto tagliata e ridimensionata)
Immagine 2 – Foto da Wiki Commons, Public Domain
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https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Melozzo_da_Forlì_001.jpg
Immagine 3 – Pollaiolo: Annunciazione, cm. 150 x 174, Gemäldegalerie der Staatlichen Museen zu
Berlin – Preußischer Kulturbesitz, Fotograf/in: Jörg P. Anders – Licenza CC BY-NC-SA
Link all’immaginehttp://www.smb-digital.de/eMuseumPlus?service=DynamicAsset&sp=SU5mxm4Yx
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Immagine 4 – Caccia Notturna, Oxford Ashmolean Museum, da Wiki Commons, Public Domain
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https://fr.wikipedia.org/wiki/La_Chasse_de_nuit#/media/
Fichier:Hunt_in_the_forest_by_paolo_uccello.jpg
Immagine 5 – “Monet – La Grenouillere” by Anam il Senzanome is marked with CC PDM 1.0
Immagine 6 – (Foto della FONDAZIONE PALAZZO ALBIZZINI COLLEZIONE BURRI)
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https://www.fondazioneburri.org/images/fondazione/gallery/opere/opere_alberto_burri1r.jpg
Immagine 7 – “IMG_6235D Jackson Pollock 1912-1956. Nw York. Unformed Figure. 1953.
Cologne. Musée Ludwig.” by jean louis mazieres is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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lo
ciao