Templi moderni: il grande reset e la nuova gnosi (1)

Lo Gnosticismo è quindi mortalmente auto-limitante, ma un movimento gnostico è in grado di causare un’enorme distruzione materiale e sociale prima di perire ignominiosamente a causa della sua stessa depravazione spirituale

Thomas F Bertonnau, Voegelin on Gnosticism – A Revisitation

A più di un anno dalla sua iniziale comparsa in Cina, l’origine del Covid 19 è ancora avvolta nel mistero.

Liang Wannian, lo scienziato a capo del contingente cinese del team di ricercatori istituito congiuntamente da Cina e OMS per far luce sull’origine del virus, commentando i risultati del suo gruppo così riassume lo scorso marzo lo stato delle conoscenze: “nessuno ha ancora individuato il progenitore diretto del virus… e dunque la pandemia rimane un mistero irrisolto.

Ad oggi, la scienza semplicemente non ha risposte, tuttavia ciò non impedisce a Mario Draghi, in occasione della sua prima apparizione al G7 in veste di Primo Ministro, di dichiarare perentoriamente che è necessario “curare il clima per combattere il Covid”.

Curiosa affermazione: se non sono note né l’origine del virus né le tappe attraverso le quali questo è entrato in contatto con l’uomo, non si capisce su quali basi il premier italiano si senta autorizzato a mettere in relazione “la lotta al Covid” con un altro fenomeno come il “cambiamento climatico”, anch’esso ancora oggetto di acceso dibattito scientifico, a dispetto della propaganda mediatica a senso unico.

Anche limitandosi al presunto, fumoso, contributo del cambiamento climatico alla diffusione del Covid, non vi è nulla di certo, come spiega il Dr. Aaron Bernstein, direttore dell’Harvard T.H. Chan School of Public Health, che alla domanda “È vero che il cambiamento climatico ha un ruolo nella trasmissione del Coronavirus?” è costretto a rispondere: “Non abbiamo evidenza diretta dell’effetto del cambiamento climatico sulla diffusione del Covid-19”, pur aggiungendo prontamente però che “sappiamo che il cambiamento climatico altera il modo in cui ci relazioniamo alle altre specie terrestri e ciò influisce sulla nostra salute e sul rischio di contrarre infezioni”, non sia mai che il legame tra Covid e cambiamento climatico venga percepito come una semplice speculazione priva di basi empiriche.

Le parole di Draghi sembrano delineare un manifesto politico tanto scricchiolante, nella sua pretesa di poggiare su basi scientifiche, quanto imponente se si considerano le potenziali ricadute a vari livelli.

Quello del primo ministro italiano non è un caso isolato.

La tendenza da parte delle élite globali a stabilire debolissimi – se non inesistenti – rapporti di causalità tra fenomeni distanti, le cui singole dinamiche perdipiù sono spesso poco chiare, rapporti gravidi di conseguenze “politiche”, dato che forniscono a governi ed enti sovranazionali un formidabile pretesto per adottare provvedimenti che hanno un impatto diretto sui popoli, di solito in senso liberticida, è visibile a livello globale già da tempo e sembra aver ricevuto nuova linfa dall’entrata in scena del Covid.

In vari ambiti assistiamo a una mistificazione del reale, alla creazione di narrative zoppicanti sul piano logico ed empirico, ma efficaci nel plasmare l’opinione pubblica, perché sospinte dall’incessante aggressione mediatica e dalla parallela opera di demonizzazione di chi si oppone criticamente a quelli che, di volta in volta, vengono presentati come “dogmi laici”, riguardo ai quali è vietato anche solo porre domande.

La pena, per ora, è l’accusa sempre più frequente, e sempre più a sproposito, di “negazionismo”.

Dal “contante causa principale dell’evasione fiscale” all’ ”auto elettrica che non inquina”, dall’ “eutanasia compassionevole” all’ ”austerità che fa crescere”, gli esempi sono troppi per essere elencati tutti.

Ossimori lapalissiani vengono spacciati per verità autoevidenti, conquiste dell’ “uomo nuovo” da rivendicare con orgoglio e tenacia.

Emerge così un nucleo di “convincimenti” (la consistenza epistemologica è tale), che a prescindere dal campo di applicazione sono accomunati dall’obiettivo di rifondare su basi nuove la società, modificando alla radice valori e stili di vita.

Dalla fissazione transumanista alla teoria del gender, dalle fisime degli ambientalisti – tese a colpevolizzare gli esseri umani, “troppi” ed “inquinanti” – all’abolizione della proprietà privata – ovviamente teorizzata nel pensatoio dei miliardari di Davos – le élite sembrano dirci che l’uomo, così come ingenuamente lo abbiamo immaginato fino a ieri, è “sbagliato”.

Inutile sottolineare il formidabile assist fornito dal Covid ai nuovi “rivoluzionari”: grazie al virus infatti, aspetti essenziali della socialità, corrispondenti ad alcuni dei bisogni più profondi dell’uomo in quanto zoon politikon, da un giorno all’altro sono considerati “pericolosi” e pertanto, vengono vietati: configurano veri e propri “reati”. Un cambiamento radicale, traumatico, ma necessario, ci dicono, per “proteggere la nostra salute”.

La smania prometeica di rifondare l’umanità, di azzerare un “mondo” e “ricostruirne un altro migliore” (l’onnipresente slogan “Build Back Better”), senza mettere mai in dubbio la bontà dell’ideologia sottostante, ma rivestendo il tutto di una presunta “scientificità”, impermeabile a ogni critica, è alla base di quel conglomerato di progetti per il genere umano elaborato dal gotha del capitalismo transnazionale che si riunisce annualmente a Davos, e che va sotto il nome di Grande Reset.

L’agenda del Grande Reset, ben presente nei media mainstream a dispetto delle consuete accuse di “complottismo” rivolte a coloro che la citano, e sposata di recente dall’Unione Europea per bocca di Ursula Von der Leyen, è incentrata in sostanza sullo smantellamento dell’attuale assetto capitalista mondiale per far posto ad un governo centralizzato che dovrebbe guidarci verso un futuro caratterizzato da minor benessere e qualità di vita, minore consumo di risorse fossili, ridotte libertà civili e da un’accelerazione verso l’automazione di buona parte dei lavori oggi svolti dall’uomo.

Si tratta di un ampio progetto di riconversione non solo economica, ma anche antropologica e sociale, descritto dettagliatamente dal presidente del Forum di Davos, Klaus Schwab, nel libro La Quarta Rivoluzione industriale con toni tutt’altro che rassicuranti: ad esempio, dichiara senza mezzi termini che il transumanesimo è parte integrante del Grande Reset, quando ci informa che “la quarta rivoluzione industriale porterà alla fusione delle nostre identità fisica, digitale e biologica”, fusione che, chiarisce, avverrà anche attraverso l’impiego di microchip sottocutanei in grado di leggere il pensiero.

In un altro passo spiega che “le nuove tecnologie permetteranno alle autorità di accedere allo spazio privato delle nostre menti, per leggerne il pensiero ed influenzare il comportamento“. E ancora, prevede che le nuove tecnologie consentiranno alle forze dell’ordine di predisporre programmi di prevenzione del crimine in stile Minority Report.

Per far luce sui profondi mutamenti sociali ed economici invocati dall’élite di Davos, prontamente “sposati” e imposti dalle classi politiche dei paesi avanzati, e soprattutto sull’ humus culturale alla base di questi progetti, riteniamo utile rispolverare l’opera del filosofo tedesco Eric Voegelin (1901 – 1985), per l’attuale e calzante analisi della modernità da lui condotta, ci serviremo ampiamente dell’ottimo studio di Nicoletta Stradaioli, ricercatrice presso l’Università di Perugia, La Modernità e i suoi “progetti”: l’interpretazione di Eric Voegelin.

L’opera di Voegelin muove da un’analisi serrata della tradizione filosofica, politica e religiosa dell’Occidente colta nei suoi snodi cruciali, per giungere ad una critica radicale della modernità: ne La Nuova Scienza Politica (1952), indaga la degenerazione della scienza politica, e ne motiva la crisi profonda con il processo di assorbimento dei metodi e dei principi delle scienze esatte da essa intrapreso.

Il mondo socio-politico viene progressivamente assimilato a quello fisico, e si ritiene di poterlo studiare con gli stessi strumenti quantitativi, pretendendo di arrivare a formulare leggi universali.

Secondo Stradaioli:

La mentalità positivista della modernità intende il mondo socio-politico come speculare a quello fisico: una realtà uniforme e omogenea, in cui, espellendo dall’indagine i dati dell’esperienza umana non riconducibili al mondo fenomenico, scompare la singolarità dell’uomo, ridotto ai soli aspetti biologico-fisici. La scienza politica si limita allora allo studio sterile del politico e, accumulando fatti e rifiutando la funzione di analisi critica, si riduce a essere doxa.

Questa degenerazione della scienza politica moderna è, per Voegelin, estremamente rischiosa, perché tende con tinte sempre più marcate a voler possedere il senso di ogni situazione. Se tutto è riconducibile alla sfera mondana, a relazioni causali, a relazioni mezzi-fini, in cui possedendo il mezzo (cioè la scienza) il fine è logicamente raggiungibile, la scienza stessa presume di poter tutto afferrare e trasformare al servizio di un’unica idea. Ecco il pericolo della ragione scientista-positivista della modernità.

In Scienza, Politica e Gnosticismo (1959) Voegelin ritorna sulla crisi in cui versa la scienza politica e ne individua nel “divieto di fare domande” un tratto saliente, diretta conseguenza dell’errore scientista, analizzando il pensiero di Marx come esempio paradigmatico di questa degenerazione.

Per Voegelin, alla base del modello marxiano vi è una rivolta contro Dio e la conseguente divinizzazione dell’uomo, ritenuto in grado di creare un paradiso “nella storia”, che coincide con un nuovo ordine sociale e politico, e il cui sbocco non può che essere totalitario.

Affinché questo sistema non crolli, infatti, è necessario

resistere a quegli interrogativi che chiamano in causa una fonte trascendente dell’essere e del suo ordine, che potrebbero altrimenti metterne in crisi la sua logica. Ne consegue, perciò, che ogni idea del sistema stesso è fatta salva, come fosse un dogma.

La secolarizzazione quindi viene riconosciuta come un altro fattore responsabile della degenerazione della modernità e nella crisi spirituale che essa determina, nella tendenza ad esaltare l’uomo capace di redimersi da sé, Voegelin scorge la riemersione dello gnosticismo.

Sulla scorta di Voegelin, riteniamo che lo gnosticismo sia un paradigma utile per comprendere il Grande Reset.

continua…

2 thoughts on “Templi moderni: il grande reset e la nuova gnosi (1)

  1. ma quali sarebbero gli interrogativi che chiamano in causa una fonte trascendente dell’essere e del suo ordine???

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lo
ciao