Contro il vincolo “eterno”: c’è vita fuori dalla gabbia?

“Nello scontro tra sistema e realtà è la realtà che deve cedere. La truffa intellettuale è giustificata mediante il rinvio alle esigenze del futuro storico che il pensatore gnostico ha speculativamente proiettato nel suo sistema.”

(Eric Voegelin, “Scienza, politica e gnosticismo”)

Il recente conferimento del secondo mandato presidenziale a Mattarella, lungi dal rappresentare “un riscatto del parlamento dal giogo dei partiti”, sancisce plasticamente il collasso di un’intera architettura politica.

Se la mancata elezione al colle di Draghi rappresenta una sconfitta personale per il premier in carica, la perpetuazione dell’asse con Mattarella garantisce a tutti gli interessati che per niente al mondo l’Italia devierà dal sentiero su cui procede, moribonda, ormai da tempo.

Subordinazione degli interessi nazionali a quelli europeisti e atlantisti, con annesso divieto non scritto di proporre una visione politica autonoma, strenua difesa della narrativa emergenziale e di tutti i provvedimenti che sulla base di questa il governo approva (senza andare troppo per il sottile quanto a rispetto delle libertà individuali: il richiamo alla carta costituzionale “più bella del mondo” è ormai solo un artificio retorico da usare nelle occasioni più formali).

Una classe politica impotente, impigrita intellettualmente da decenni di mera “gestione” del paese per conto di terzi, disposti sull’asse Bruxelles-Londra-Washington, pronta a tutto pur di sopravvivere, non può che affidarsi ad apparati tecnocratici graditi ai mercati.

E ben venga allora l’ingiustificato, semi-permanente stato di emergenza ( o di eccezione, sarebbe più corretto dire, visto che questa, diversamente dall’emergenza, produce il disfacimento del sistema piuttosto che la sua conservazione, pur dando luogo entrambe alla sospensione delle garanzie costituzionali) che amplifica a dismisura il potere che il sistema politico detiene legalmente ma illegittimamente.

Ben venga, ovviamente, anche un popolo impaurito, la cui parte preponderante, medicalizzata col ricatto, va aizzata contro la minoranza dissenziente.

Ma tutto ciò non è abbastanza: l’agenda globale, racchiusa nei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’ONU, a cui si sovrappongono i progetti di palingenesi globale messi a punto dal gotha del capitalismo sovranazionale che si riunisce a Davos, sembra richiedere un’accelerazione.

Non è forse un caso che proprio nel momento in cui la narrativa della lotta al virus sta per crollare, semplicemente perché, indifendibile ab origine sul piano logico, lo è a maggior ragione oggi per i tragicomici effetti dei provvedimenti che ha prodotto, venga approvata la modifica degli articoli 9 e 41 della costituzione, con l’introduzione della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi e di ulteriori limitazioni dell’attività economica privata, anche queste all’insegna dell’”ecologismo” imperante.

La prima modifica nella storia della parte della costituzione riservata ai principi fondamentali pone un ulteriore vincolo, tanto fumoso quanto tremendamente pervasivo, alle libertà dei cittadini.

In un contesto simile, inquieta ma non sorprende l’irrituale (incostituzionale?) incontro avvenuto lo scorso novembre a palazzo Chigi tra Draghi e Klaus Schwab, presidente e fondatore del World Economic Forum, rappresentante degli influenti poteri economici promotori di quel vasto piano di riassetto economico e sociale a livello planetario che va sotto il nome di Grande Reset.

Il giogo del vincolo esterno è dunque sempre più stretto potendosi applicare, ora più che mai, a quasi tutti gli aspetti della vita umana.

Secondo un processo già noto, da esterno che era in principio, il vincolo viene “interiorizzato” tramite la consacrazione nel testo costituzionale per divenire quindi, potenzialmente, “eterno”.

E le emergenze, generatrici di vincoli, sembrano sostenersi reciprocamente, anelli di una catena che opprime l’Italia senza concedere tregua.

L’infrastruttura informatica di controllo capillare dei cittadini messa a punto per la gestione del lasciapassare color erba (altra coincidenza?), è infatti già pronta, mutatis mutandis, per punire, un domani, tutti quei comportamenti che il legislatore riterrà non in linea coi nuovi principi “verdi” della costituzione. Inutile delineare le possibili implicazioni di una scelleratezza simile, tanto sono evidenti.

Lo stretto legame tra le due grandi “emergenze” globali, quella sanitaria e quella climatica, era d’altra parte già stato stabilito, tra gli altri, dallo stesso Draghi in occasione della sua partecipazione al G7 nel gennaio dello scorso anno, quando dichiarò, sulla base di inesistenti evidenze scientifiche, che è necessario “curare il clima per combattere il Covid”.

Quanto ai veri obiettivi e alle evidenti contraddizioni della transizione ecologica, Larry Fink, fondatore di Blackrock, la più potente società d’investimenti al mondo (con un patrimonio di più di 8.000 miliardi) ci ricorda che “le politiche climatiche servono a fare profitti “, proprio come le aziende che producono carbone, nelle quali il fondo dichiara ancora investimenti per 85 miliardi di dollari.

Che la transizione ecologica si traduca in profitti anche per l’industria italiana oltre che per i Moloch della finanza globale, è oltremodo dubbio.

Dato il quadro descritto, considerata la disparità delle forze in campo, non è in nessun modo scontato che vi sia una soluzione convenzionalmente politica alla crisi, ma in ogni caso, fino a quando tutto non è perduto, si può e si deve immaginare un futuro per l’Italia, fuori dalla gabbia in cui è imprigionata.

Se esiste una classe dirigente “in nuce”, all’altezza del compito immane di liberare l’Italia per poi ricostruirla, va necessariamente individuata nel vastissimo quanto frammentato movimento di opposizione alla deriva liberticida avvenuta col pretesto della lotta al virus. Niente di buono, va da sé, potrà mai arrivare da quel grande partito unico “terzista” ora al potere, che solo per meschine e forse ormai disperate scelte di marketing elettorale si propone all’esterno con vesti e nomi differenti.

E qui sorgono già le prime difficoltà: se è vero infatti che condizione necessaria per poter ambire ad un ruolo di guida è aver mantenuto la lucidità e la forza d’animo per opporsi alla narrazione dominante, è altrettanto vero che in nessun modo ciò si traduce automaticamente in una visione politica adeguata alla drammatica situazione che vive il paese.

Alle enormi difficoltà pratiche, alla scarsa comunicazione e omogeneità di vedute tra i vari gruppi, al sospetto diffuso che alcuni abbiano come reale obiettivo quello di cavalcare il dissenso per indirizzarlo verso proposte che conservino lo status quo, come già avvenuto in passato, bisogna aggiungere che, pur accomunati dall’opposizione alla compressione dei diritti individuali in nome dell’emergenza globale di turno, nessuno ha ancora proposto una pars construens, una visione politica all’altezza della situazione.

La difficoltà principale deriva dalla peculiarità della situazione che stiamo vivendo, non solo in Italia ma in tutto l’occidente. Se è vero, come dice Agamben, che

la civiltà in cui viviamo è ormai crollata o, meglio, visto che si tratta di una società basata sulla finanza – ha fatto bancarotta … A noi tocca oggi l’esperienza, non certo piacevole, ma forse più vera delle precedenti, di esser non più sulla soglia, ma dentro questa bancarotta intellettuale, etica, religiosa, giuridica, politica e economica, nella forma estrema che essa è andata assumendo: lo stato di eccezione invece della legge, l’informazione invece della verità, la salute invece della salvezza e la medicina invece della religione, la tecnica invece della politica

allora è controproducente impostare la riflessione politica su concetti in via di smantellamento.

C’è bisogno, quindi, di un pensiero che si fondi su un’analisi coraggiosa della realtà che abbiamo di fronte, invece di consolatorie elucubrazioni su di un mondo che non tornerà più.

Merita di essere preso in considerazione, tra le poche proposte esistenti, il “Manifesto per una Nuova Costituente” elaborato da Carlo Lottieri, professore di filosofia del diritto all’Università di Verona, pensatore di orientamento liberale, nonché firmatario del manifesto degli accademici contro la tessera verde, insieme allo storico Marco Bassani, e sottoscritto da esponenti del mondo accademico, imprenditoriale e della società civile.

In estrema sintesi, l’obiettivo di Nuova Costituente è quello di «liberare i territori e di metterli in competizione tra loro.
Questo attraverso una Convenzione composta da delegazioni territoriali che arrivi a elaborare un documento che poi sia fatto votare dalla popolazione».

Il modello di Stato che Lottieri ha in mente è la Svizzera, dove, spiega, «la democrazia diretta esiste veramente. La gente viene responsabilizzata, fatta votare, in modo consapevole, su tutto. Si ragiona e si vota su questioni concrete».

Restituire piena libertà ad ogni comunità territoriale, «così da permettere – se qualcuno lo vorrà – anche il distacco di questa o quella area dalla Repubblica Italiana», ostilità verso l’interventismo dello stato, discontinuità con i modelli istituzionali del passato, ispirano un movimento che

punta a raccogliere liberali e no, fautori di politiche interventiste e feroci nemici di tutto ciò, etno-nazionalisti e libertari. Il punto di convergenza deve essere la volontà di restituire una piena capacità di autogoverno alle periferie ora sottomesse a Roma.

Nuova Costituente presenta motivi di interesse anche per chi parte da posizioni lontane da quella di ispirazione liberale di Lottieri.

Uno dei meriti del Manifesto è senza dubbio il tempismo: che lo si sposi o meno, infatti, l’enfasi sulle libertà individuali e sulle autonomie locali in un momento in cui l’Italia, compresa quella nominalmente “liberale”, approva restrizioni inumane in nome della scricchiolante narrativa della lotta al virus, è benemerita.

Altro merito è quello di riconoscere che la carta costituzionale ha “fallito”, e questo già da prima dell’emergenza pseudo-sanitaria: sfigurata dai vincoli di Bruxelles, inapplicata in larga parte (pensiamo alla parte, apprezzabile, sui diritti economici), giace moribonda.

Di qui l’esigenza di una nuova costituente.

A prescindere dalla situazione contingente, la responsabilizzazione dei governi locali implica chiaramente un ruolo più attivo anche per i cittadini, chiamati a conoscere non superficialmente la propria comunità, a partecipare direttamente alla vita politica, e qui possiamo solo accennare ad un discorso che meriterebbe molto più spazio.

Oltre all’apatia generalizzata, al diffuso disinteresse dell’italiano medio per le sorti del paese, registriamo infatti una tendenza più generale, non correlata a ricchezza o istruzione ma del tutto trasversale nella società italiana, a ridurre la complessità del reale, politica inclusa, a poche formule standard, col risultato che di volta in volta, per uscire da una delle tante crisi che si susseguono si ritiene sufficiente appellarsi ora alla costituzione, ora all’Unione Europea, ora alla scienza, ora al mercato, ora al vaccino, e via dicendo, come in una riproposizione a livello individuale di quel “pilota automatico” che ha preso il posto della progettualità politica.

La passività dimostrata da tanti italiani nel soccombere placidamente alla demenziale narrativa pseudo-sanitaria, abbracciando quella parodia della scienza propagandata attraverso i media di regime dagli stessi scienziati in primis, e la contemporanea demonizzazione di chiunque provi anche solo a ricordare la delicatezza dei problemi posti dalla vaccinazione indiscriminata, magari citando le perplessità di esperti ben più autorevoli di quelli televisivi, sono la manifestazione più recente di un deprimente abbassamento delle capacità cognitive degli italiani. Un imbarbarimento che meriterebbe di essere studiato.

Il rafforzamento delle comunità locali, potrebbe contribuire a disincentivare quella pigrizia, in primo luogo intellettuale, che caratterizza anche alcune frange del movimento.

Quanto al beneficio che secondo i firmatari il Meridione trarrebbe dall’autogoverno, pur consapevoli che l’impresa è improba, bisogna riconoscere che l’assistenzialismo sperimentato fino ad ora, incluso quello praticato attraverso i fondi europei, ha sortito effetti che solo eufemisticamente possono definirsi deludenti, se è vero, come ricorda Lottieri, che paesi ex-comunisti come la Romania hanno raggiunto livelli di reddito pro-capite superiori a quelli del Meridione.

Le peculiarità sociali ed economiche di quest’ultimo, le straordinarie risorse culturali, data la gravità della situazione (basti pensare al dissanguamento demografico: 2 milioni di emigrati tra il 2002 e il 2017, devono essere al centro di una proposta politica che non voglia limitarsi semplicemente a rallentarne la disintegrazione. Autonomia o meno, è evidente che servono nuove idee ed una presa di coscienza dell’importanza del proprio ruolo da parte delle comunità locali.

Lottieri sembra omettere però alcuni aspetti fondamentali.

Come scrive Luigi Copertino:

In un mondo dominato da potenti multinazionali, che dettano le linee guida della governance mondiale agli stessi governi nazionali, incapaci questi ultimi per mezzi e risorse di resistere loro, non c’è posto alcuno per la libertà come la intendono i liberali. Attualmente il vero nemico della libertà, dei popoli come dei singoli, è il complesso finanziario del capitalismo multinazionale.

Non è proprio quella globalizzazione, che Lottieri non mette in discussione, ad aver dissolto il senso della comunità, da un lato, e dall’altro ad aver alimentato un indipendentismo vanamente difensivo, visto lo strapotere degli interessi economici sovranazionali all’opera?

Non è infatti la frammentazione dell’unità nazionale un formidabile assist per quelle forze ormai incontrollabili che in nome dell’Economico impongono, per mano di governo tecnici come nel caso italiano, di equiparare il governo degli uomini al “governo delle cose”?

Siamo in presenza di quella cecità di fondo del liberalismo di fronte ai problemi politici evocata da Carl Schmitt?
Nella modernità, secondo Schmitt, non si dà solo il trasferimento dei concetti teologici nei concetti politici,
ma anche la loro inevitabile corruzione, l’interruzione definitiva del legame fra immanenza e trascendenza e la chiusura dell’immanenza su sé stessa. Scrive sempre Copertino:

Nel momento in cui lo Stato ha assolto alla sua funzione di completa desacralizzazione del Politico, momento coincidente con il passaggio storico dal moderno al postmoderno, esso è stato dissolto dalle stesse forze nichiliste e destrutturanti che ha contribuito, innescando il processo di secolarizzazione, a scatenare. Sicché è una pura illusione il fatto che l’emergere di apparentemente antiche istanze localistiche, federalistiche, sussidiarie, sia una sorta di ritorno alla Comunità Politica di tipo pre-moderno.

Lo stato tuttavia, creatore del mercato attraverso la sua azione accentratrice e di rimozione del comunitarismo medioevale, non può arginare quel processo di secolarizzazione, iniziato nel sedicesimo secolo, di cui è stato il motore primo, e i cui esiti nichilisti sono visibili a chiunque voglia vederli.

Va da sé che non potrà arginarlo neanche una concezione “aziendalista” del federalismo, all’insegna della deregulation, della competizione tra comunità e del culto di un libero mercato che in ogni caso non può fare a meno di pianificazione.

Come disse ad Eugenio Scalfari un liberista al di sopra di ogni sospetto come Guido Carli, ex governatore della Banca d’Italia:

Sono profondamente convinto che l’economia di mercato sia un ordinamento non conforme a natura, che può esistere soltanto se è instaurato, inforzato e imposto in ogni momento da leggi severe e interventi conformi della pubblica autorità. Che sciocchezza contrapporre l’economia di mercato all’economia pianificata! Non esiste un sistema così interamente pianificato quanto l’economia di mercato.

Rifiutare lo Stato moderno, tecnocratico ed accentratore, non deve necessariamente condurre all’accettazione del primato dell’economia e della società civile sulla comunità politica.

L’autentica sussidiarietà è sempre eminentemente politica e mai economica.

Il cataclisma globale provocato dal Covid, secondo alcuni sintomo e contemporaneamente “scialuppa di salvataggio” di un capitalismo finanziario che sta collassando su sé stesso , sembra dover sfociare in una dittatura “morbida”, sospinta da una tecnologia disumana, da imporre tramite diverse declinazioni della medesima narrativa emergenziale.

È ipotizzabile, al di là dei dilemmi posti dall’inevitabile tramonto di una certa concezione dello stato, che gli italiani acquisiscano la coscienza di un cammino, di un destino comune, di essere comunità politica?

È realistico immaginare che esista da qualche parte in Italia una minoranza aristocratica in grado di guidare un popolo che non è perlopiù consapevole dell’attacco sotto il quale sta soccombendo?

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silvia
silvia
7 mesi fa

Così, a caldo, direi di no.
Penso che sia ancora troppo presto per noi Italiani, superare l’atavica predisposizione alla sottomissione, dove per secoli, abbiamo potuto coltivare unicamente il nostro interesse particolare.
La nostra storia è passata dall’Impero Romano alla frammentazione del basso e dell’alto Medioevo, tutte le Nazioni europee ci hanno colonizzato..
E adesso siamo una colonia degli Stati Uniti, si sà. O c’è qualcuno che può dimostrare il contrario?
Se in Italia ci fosse una “minoranza aristocratica in grado di guidare il popolo” si sarebbe già visto qualcosa, credo.
Forse il punto è che NON c’è POPOLO

lo
ciao
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