Templi moderni: il grande reset e la nuova gnosi (2)

Per gnosticismo si intende una serie di movimenti eretici sorti nell’ambito del cristianesimo a partire dal II secolo dopo Cristo, per opera di gruppi di “eletti” che, convinti di essere in possesso di una conoscenza superiore (la gnosi, appunto), pervengono alla visione del divino e del vero, salvandosi così dal mondo terrestre, imperfetto e maligno.

Secondo Eugene Webb, la gnosi per Voegelin può essere definita come “una diretta acquisizione o visione della verità che non necessita di riflessione critica, il dono speciale di un’élite cognitiva e spirituale¹”.

Lo gnosticismo è “un tipo di pensiero che rivendica un’assoluta padronanza cognitiva della realtà” e che “ritiene che la propria conoscenza non debba essere oggetto di critica”(1). Può presentare sia connotazioni trascendenti, come nei movimenti gnostici antichi, sia immanentistiche, come nel caso del Marxismo.

Se le dottrine gnostiche antiche rifiutavano il mondo materiale nella sua interezza e dichiaravano un’evasione nel trascendente, per raggiungere la salvezza, le dottrine gnostiche moderne progettano, invece, secondo Voegelin, di liberare l’uomo dalle tenebre terrene, costruendo una nuova realtà immanente, purificata e perfetta, attraverso l’azione umana.

Una “perfezione” che oggi le èlite sembrano concepire soprattutto in termini di drastica riduzione dell’“inquinamento”, controllo della popolazione, anche attraverso la compressione dei rapporti sociali, e superamento dei limiti biologici e intellettuali dell’uomo grazie allo sviluppo della tecnologia.

Alla base della concezione gnostica della modernità vi è la ferma convinzione che il disordine insito nel mondo possa essere trasceso attraverso quel complesso di conoscenze, appannaggio di un ristretto gruppo di eletti, che costituiscono la gnosi. L’obiettivo finale, secondo Voegelin, è quello di immanentizzare l’eschaton cristiano, cioè di creare niente meno che una sorta di paradiso in terra.

Una modifica così radicale della struttura del reale implica chiaramente l’idea di rivoluzione. Le masse, tuttavia, non hanno voce in capitolo, ad esse il “mondo nuovo” è semplicemente imposto, e non potrebbe essere altrimenti, dal momento che solo le élite sono depositarie della conoscenza. Di più: vige il “divieto di fare domande”.

Se infatti la “gnosi” non ha lo scopo di indagare la realtà, ma di ricrearne una nuova, immaginaria, allora è essenziale

controllare ogni aspetto del sistema posto in essere; e un risultato del genere è ottenibile solo se il mondo è alla portata dello gnostico stesso, ovvero sotto il controllo dell’uomo.

Questo controllo richiede che sia cancellato ogni riferimento trascendente, cioè l’umana ricerca del fondamento della sua esistenza.

Un sistema dunque foggiato al fine di commettere l’assassinio di Dio, un deicidio assolutamente indispensabile alla creazione di un ordine socio-politico perfetto e finale a opera esclusiva dell’uomo.

L’impiego del concetto di gnosticismo da parte di Voegelin per interpretare la modernità non è esente da critiche, con riferimento al rischio di perdere di vista la complessità di fenomeni come i movimenti politici di massa contemporanei e all’assunzione, problematica secondo alcuni, di una continuità tra “gnosi antica” e “gnosi moderna”.

La distinzione tra gnosi antica e gnosi moderna è trattata da Augusto Del Noce nell’introduzione all’edizione italiana de La Nuova Scienza Politica.

Del Noce ritiene si debba distinguere tra le due concezioni dal momento che entrambe ateizzano il mondo ma con modalità differenti.

La gnosi antica rifiutava infatti il mondo terreno, imperfetto ed effimero, creato non da Dio ma da sue “emanazioni”, mentre la gnosi moderna, post-cristiana, concepisce l’immanenza come unica dimensione umana, e va alla ricerca di formule per costruire un mondo terreno nuovo e “purificato”.

Riteneva poi Del Noce che la gnosi moderna, diversamente da quella antica, si rivolgesse alle masse e avesse velleità rivoluzionarie. Nel tumultuoso panorama globale odierno, ci sembra di notare la permanenza di una gnosi aristocratica, che si riflette nel paternalismo delle élite globali, autoincaricatesi di decidere le sorti dei popoli, ma che viene adottata dalle masse anche a seguito dell’indottrinamento mediatico sempre più pervasivo, in una versione ovviamente “volgarizzata”.

In relazione a quelli che riteniamo essere gli aspetti gnostici del progetto del Grande Reset è illuminante questo passaggio dello studio della Stradaioli:

Nella lettura di Voegelin la modernità è indissolubilmente legata al razionalismo scientista-positivista che, cancellando qualsiasi riferimento alla metafisica classica e cristiana, non tiene conto della pluralità delle dimensioni dell’essere e imprigiona la ragione nella dimensione empirico-materiale della realtà.

L’uomo è così ridotto a essere un tassello di un mondo omogeneo del quale si pretende di conoscere leggi di sviluppo in via assoluta e definitiva.

Tale visione di perfettismo logico-razionale appartiene alla vasta famiglia delle dottrine gnostiche che si basano su un rigoroso immanentismo, sul rifiuto di qualsiasi tensione con il fondamento trascendente della realtà e sulla convinzione di possedere la conoscenza perfetta, per dare vita a un ordine politico definito e assoluto.

Gli ideatori del progetto, più che dalla scienza in sé, sembrano essere affascinati dall’idea che la società sia “plasmabile”, che un ordine sociale sia raggiungibile solo attraverso la tecnica, il calcolo razionale, gli uomini e i popoli semplici unità da assemblare come in una catena di montaggio.

Prosegue la Stradaioli:

La nuova gnosi costruisce una «seconda realtà» in cui l’uomo è rappresentato onnipotente e capace di autorendenzione.

La natura umana è così trasfigurata e alla grazia divina si sostituisce la volontà di potenza dell’uomo. La modernità persegue una vera e propria «rivolta gnostica», una rivolta gnostica che si fonda sulla convinzione (assurda nella prospettiva voegeliniana) che si possa trasformare la natura umana e la realtà attraverso la scienza e l’azione sociale, sostituendo ad un ordine, avvertito come imperfetto ed ingiusto, uno nuovo scevro da difetti. L’esito di tale dominazione esistenziale non può che essere il totalitarismo, come il XX secolo ha dimostrato.

È esattamente l’urgenza rivoluzionaria degli oligarchi dietro il Grande Reset, con la loro smania di spazzar via un mondo per ricostruirne uno “migliore”, assistiti dalla lotta al Covid, con in mente in realtà una società totalitaria, appena imbellettata, si fa per dire, con qualche tocco di “sostenibilità”.

Rientra pienamente in questa concezione gnostica anche la fissazione transumanista, col suo anelito a superare l’uomo, ormai antiquato, grazie al progresso formidabile della tecnica, fino a rilanciarne il vecchio ‘sogno’: l’immortalità.

Ma se da un lato le élite sono in grado di finanziare e orientare ricerche scientifiche con l’obiettivo di conquistare un significativo allungamento della vita o di creare una colonia su Marte, dall’altro l’imponente sviluppo tecnologico sembra avere per le masse risvolti inquietanti(8,9).

Non ci riferiamo solamente all’emergere di quello che è stato definito da Shoshana Zuboff, docente di Harvard, “Capitalismo della sorveglianza”, e cioè il nuovo modello di accumulazione capitalistica per il quale “l’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali e poi venduta come prodotto di previsione nel nuovo mercato dei comportamenti a termine, dove operano imprese smaniose di conoscere i nostri comportamenti futuri”.

Notiamo infatti, a mò di provocazione, che sembra essere all’opera una sorta di principio di conservazione dell’intelligenza collettiva, alla stregua dei principi di conservazione studiati in Fisica, in base al quale, ad ogni passo avanti dell’Intelligenza Artificiale, nelle vesti ormai quasi “popolari” del Machine Learning o in quelle più esoteriche del Deep Learning e affini, corrisponde un passo indietro dell’intelligenza umana a livello globale, mantenendo costante il livello complessivo.

Come spiegare altrimenti le reazioni irrazionali, invarianti rispetto al censo e al livello di istruzione, davanti al diffondersi di un virus respiratorio e la diffusa incapacità di mettere in discussione anche la più improbabile delle narrative propinate dai media?

È come se gli slogan dei tecno-fanatici di Davos, capitanati da Schwab, nascondessero il desiderio di assimilare l’uomo alla macchina non per garantirgli un’intelligenza “aumentata” grazie alla tecnologia ma, con in vista la dissoluzione dell’uomo stesso, lo scadimento di questo al rango di macchina, di dispositivo, più efficiente certo, come il capitalismo di Big Tech esige, ma sempre meno umano: un’inarrestabile discesa nel subumano. L’antico odio gnostico per le masse si ripresenta, sotto nuove vesti, ma sempre con i medesimi intenti distruttivi.

Con Voegelin: alla radice dei mali della modernità c’è una patologia ontologica, spirituale (il nosos platoniano), culminante nello scientismo positivista che affligge anche la scienza politica moderna e che limita l’indagine intellettuale al solo dominio empirico, bandendo ogni velleità metafisica, ogni ricerca del fondamento della realtà.

A una “nuova scienza politica” spetta, secondo Voegelin, il compito di mostrare l’insensatezza del progetto della modernità gnostica e di servire da rimedio terapeutico a «tendenze immanentistiche e inclinazioni totalitarie» che elidono il «problema dell’origine»: il rimedio non sta in una precisa teoria politica, ma nella «irriducibile pratica di interrogazione».

La scienza politica deve pertanto configurarsi come una ricerca che riveli le strutture dell’essere e che elabori politiche orientate dall’apertura verso il fondamento trascendente dell’esistenza, recuperando la politiké epistéme platonico-aristotelica, non come semplice riproposizione della filosofia antica, bensì come «rinnovamento dello spirito del filosofare». Essa non rifiuta, infatti, il mondo reale, non fugge da esso e non ha la pretesa di fondarne uno perfetto; ma aprendosi alla realtà sovrasensibile si sottopone ad un limite: quello di non afferrare mai in via definitiva e certa l’ordine politico perfetto.

La via d’uscita dalla palude gnostica è l’apertura alla realtà trascendente che per Voegelin non si consolida mai in una conoscenza esatta e assoluta dell’uomo e della società in cui vive; al contrario produce un’interrogazione continua sul fondamento dell’ordine politico, una “tensione erotica verso il terreno dell’esistenza”.

Ma chi, oggi, in Italia, è in grado di recepire un messaggio simile? Chi può traghettarci fuori dalle secche di una scienza politica che, infettata dallo scientismo positivista, ha perso come asse della propria indagine il summum bonum trascendente?

Mentre nel panorama nazionale (e globale) odierno vengono adottate misure sempre più liberticide col pretesto della lotta ad un virus respiratorio, (il coprifuoco e soprattutto i vari “pass vaccinali” come misura di salute pubblica, insieme al DDL Zan come misura d’igiene politicamente corretta per sterilizzare il dibattito politico, sono il punto di non ritorno), in un contesto di imbarbarimento culturale e morale generalizzato, la proposta del pensatore tedesco, per quanto di auspicabile realizzazione e teoricamente solida non sembra essere alla portata né del ceto politico, né di quello intellettuale.

Non è infatti il caso di riporre eccessiva fiducia in una classe politica sempre più incolta e miope, coesa solo nel servire gli interessi globalisti, che ricopre di una coltre di finti buoni propositi grondanti una melassa velenosa, e negli intellettuali, dentro e fuori l’accademia, in larga parte meri dispensatori di banalità, intenti soprattutto a giustificare ogni mossa del capitalismo terminale, come già osservò Costanzo Preve.

Possibile che non ci si renda conto del colossale inganno, con l’eccezione di sparuti gruppi di “ribelli”, più o meno isolati, miracolosamente impermeabili alla propaganda? Possibile, ahimè, perché è sempre più rara, anche nelle fasce più deboli della popolazione – una volta in questo senso le più ricettive e ancora oggi potenzialmente le più vitali – quella saggezza evangelica che ammoniva: “Dai frutti li riconoscerete“ (Matteo 7,15 -20).

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Prima parte

[1] Webb, Eugene, Eric Voegelin: Philosopher of History, University of Washington Press, Seattle, Washington, 1981.

4 thoughts on “Templi moderni: il grande reset e la nuova gnosi (2)

  1. mi date la fonte per:
    “Alla base della concezione gnostica della modernità vi è la ferma convinzione che il disordine insito nel mondo possa essere trasceso attraverso quel complesso di conoscenze, appannaggio di un ristretto gruppo di eletti, che costituiscono la gnosi”?

  2. “L’obiettivo finale, secondo Voegelin, è quello di immanentizzare l’eschaton cristiano, cioè di creare niente meno che una sorta di paradiso in terra.”
    … ma se l’obiettivo finale non fosse quello di ottenere il paradiso, inteso come soddisfazione e felicità, che ci stiamo a fare al mondo??????

  3. “Un sistema dunque foggiato al fine di commettere l’assassinio di Dio, un deicidio assolutamente indispensabile alla creazione di un ordine socio-politico perfetto e finale a opera esclusiva dell’uomo.“ …. … ma se dio fosse inutile e il sistema non presupponesse la perfezione?

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lo
ciao