Dalla Svezia con orrore o del pericolo transumanista (1/2)

Chi non ha mai sentito parlare, a torto o a ragione, delle meraviglie dello stato sociale svedese, degli alti livelli di istruzione, della straordinaria diffusione delle nuove tecnologie o dei costanti piazzamenti della Svezia ai vertici delle classifiche globali della “qualità della vita”?

E tuttavia, ad un’analisi appena più approfondita, non è difficile constatare che le semplificazioni operate mediante la costruzione di “indici di felicità”, e le banalizzazioni di media, politici e intellettuali affezionati ai luoghi comuni, non riescono a dar conto della complessità della società svedese e ne ignorano, il più delle volte, contraddizioni, dilemmi, mutamenti più o meno recenti, quando non falliscono del tutto nell’individuare almeno una parte dei principi stessi che hanno ispirato, e ancora ispirano, il cosiddetto “modello svedese”.

Per quanto stimolanti, non interessano in questa sede i dibattiti sulla corretta collocazione del modello economico nelle tassonomie esistenti, le caratteristiche sociologiche del popolo svedese, la possibilità o meno di riprodurre altrove certi “successi” e se di “successi” sia poi il caso di parlare.

L’enfasi è sul ruolo che in Svezia, nel recente passato, lo stato ha giocato nel disciplinare la popolazione con metodi tecnocratici in modo da risolvere i problemi sociali, con risultati tuttavia molto discutibili. Nel suo “Seeing like a State” (1998), James Scott esamina una serie di progetti, concepiti da vari stati nell’intento di accrescere il benessere sociale, che hanno tuttavia finito per produrre effetti disastrosi sugli stessi soggetti che ne avrebbero dovuto beneficiare.

Tra gli esempi citati nel libro si trovano la collettivizzazione forzata dell’agricoltura da parte dei Soviet e la costruzione su larga scala di banlieues nelle città francesi.

In Svezia rileviamo un esempio assai disturbante: il programma di sterilizzazione forzata adottato per circa 40 anni nel secolo scorso.

Nell’agosto del 1997 una serie di articoli apparsi sul Dagens Nyheter, influente quotidiano con sede a Stoccolma, ha sconvolto l’opinione pubblica rendendo noto che, tra il 1934 e il 1974, circa 63.000 svedesi, in larga parte giovani donne svedesi e di etnia rom, affette da problemi mentali di varia natura e, in generale, reputate inadatte ad allevare figli, sono state sterilizzate, perlopiù forzatamente, sulla base di criteri inizialmente razziali e successivamente sociali ed economici.

Ad informare inizialmente il programma di sterilizzazione erano ideali di purezza razziale del tutto assimilabili a quelli che circolavano nel resto d’Europa. Lo studio delle razze dal punto di vista biologico aveva avuto infatti grande sviluppo in Svezia a cavallo tra otto e novecento, culminando nella fondazione dell’Istituto Statale di Biologia Razziale ad Uppsala nel 1921, primo paese in Europa a dotarsene.

Tuttavia al motivo squisitamente razziale se ne sovrapponevano altri di natura socioeconomica.

Prendendo esempio dai Fabiani, creatori dello stato sociale in Inghilterra, i socialdemocratici svedesi non sposavano l’ideale della lotta di classe ma concepivano la nazione come un tutto organico all’interno del quale non c’era posto per quelli che venivano considerati parassiti ed elementi improduttivi.

L’obiettivo dei socialdemocratici era quello di definire i confini di una “casa del popolo svedese”, espressione con la quale si cerca di tradurre l’originale concetto svedese di “Folkhem”, sulla base di caratteristiche “produttivistiche” prima che etniche e culturali: per prosperare, e garantire alla popolazione il livello di benessere prefissato, bisogna eliminare chi non è in grado di contribuire alla creazione di ricchezza.

Come osserva l’olandese Leo Lucassen, professore di storia all’università di Leiden:

…Astraendo dal suo carattere democratico, il socialismo svedese, comunitario e “produttivista” aveva molto in comune con le teorie “organiche” sul ruolo dello stato sociale che si rintracciano nel regime …
… da Karl Kilbom che, intorno alla metà degli anni 30, avvertiva dei pericoli insiti nella compressione dei diritti degli individui accusando Myrdal di fascismo. Si trattava tuttavia di una voce nel deserto.

Il programma di sterilizzazione forzata è terminato negli anni 70 (le leggi che l’avevano istituito sono state abolite nel 1976), tuttavia la Svezia non cessa di suscitare perplessità a chi la osserva con occhio critico.

In un libro del 1971, “The New Totalitarians”, lo scrittore inglese Roland Huntford, verosimilmente all’oscuro delle pratiche eugenetiche, già individuava nella Svezia una singolare specie di totalitarismo “benevolo” sulla falsariga di quello descritto da Huxley in “Brave New World”, che persegue i propri fini non per mezzo della consueta violenza coercitiva e dell’intimidazione ma attraverso il ricorso ad una subdola persuasione e ad una manipolazione delle coscienze “morbida” ma, forse proprio per questo, più efficace: non esattamente un elogio della socialdemocrazia “più bella del mondo”, delle cui idiosincrasie Huntford cercava di rintracciare le origini storiche.

Nonostante le progressive mutazioni che hanno interessato negli ultimi 50 anni l’assetto socioeconomico svedese, tratti distopici sembrano ancora caratterizzare la società svedese, rinforzati dalla capillare diffusione delle nuove tecnologie digitali, in continuo progresso, e dalla straordinaria fiducia degli svedesi nei loro “benefici”.

Favorita infatti dai consueti, ingenti, investimenti pubblici, frutto di una visione politica chiara che individua nella capacità di innovare la principale possibilità di sviluppo economico, la Svezia si presenta oggi come un “ecosistema” ideale per la creazione e la diffusione di nuove tecnologie, come testimoniano i primati conseguiti in termini di creazione di start-up e di esportazione di prodotti digitali.

Tra i risultati più rilevanti e più noti, frutto dell’instancabile azione di sostegno e diffusione dell’innovazione tecnologica, la Svezia è oggi il paese al mondo che più si avvicina all’abolizione del denaro contante, non senza registrare tuttavia la presenza di voci dissenzienti provenienti soprattutto dagli strati più poveri della popolazione ma anche da quella parte dell’establishment più accorta e meno incline a cader preda di facili entusiasmi, come per esempio la banca centrale svedese, che più volte ha avvertito dei rischi sistemici, potenzialmente devastanti, da mettere in conto una volta avvenuto il passaggio ad una moneta completamente elettronica.

Un altro fenomeno, in nessun modo paragonabile quanto a diffusione nella popolazione all’abbandono del contante, ma possibilmente più inquietante in prospettiva, è costituito dall’utilizzo volontario di microchip sottocutanei da parte di un numero di cittadini stimato intorno alle 5000 unità, circa lo 0,0005% della popolazione totale.

Economico, grande come un chicco di riso, basato sulla tecnologia ad onde radio RFID, la stessa utilizzata per carte di credito e smartphone, il microchip viene inserito sotto pelle tra il pollice e l’indice e permette agli svedesi che se ne dotano, per ora, di accedere ad abitazioni, palestre, uffici, nonché di “caricarvi” i biglietti per viaggiare sui treni della compagnia statale Statens Järnvägar che vengono poi letti direttamente a bordo attraverso la scannerizzazione del microchip. Ad oggi non è ancora possibile utilizzarlo per eseguire pagamenti elettronici.

A fronte di trascurabili risparmi di tempo nello svolgimento delle più banali mansioni quotidiane, i problemi posti dalla condivisione di dati personali, sanitari e non, sono enormi, e per il momento intravediamo soltanto i contorni che potrebbero assumere in futuro.

Spesso amplificato dai media internazionali, e a prescindere dalla diffusione che è la più alta al mondo in relazione alla popolazione totale, nelle parole di Moa Petersen, ricercatrice svedese, autrice di “The Swedish Microchipping Phenomenon”:

Quello che rende l’adozione dei microchip in Svezia un vero e proprio “fenomeno” è l’attitudine della società svedese nei confronti di questa tecnologia nella misura in cui essa si rivela essere positiva, neutrale ma molto raramente negativa.

La Petersen cerca di spiegare l’entusiastica ricezione da parte degli svedesi di una tecnologia guardata mediamente con sospetto altrove e ne individua le cause da un lato nella pluridecennale autoidentificazione della Svezia come paese all’avanguardia nell’innovazione tecnologica, dall’altro riconosce che il paese ha vissuto una profonda mutazione dei valori socialmente condivisi proprio in quegli anni 90 in cui è entrato nell’era digitale e contemporaneamente ha corretto, almeno in parte, il modello socialdemocratico in senso neoliberista oltre che nella consueta fiducia riposta dai cittadini nelle autorità in generale e nei connazionali.

Le cause dello spostamento dell’asse valoriale della società svedese in una direzione libertaria, pur in presenza di uno stato “invadente” in cui tuttavia si continua a riporre totale fiducia (quello che è stato definito “il paradosso svedese”), sono sicuramente complesse, ma pensiamo che un ruolo fondamentale lo abbia giocato la progressiva e pressochè totale secolarizzazione del paese: ad un certo punto, nel ventesimo secolo, Dio è stato rimpiazzato dal futuro.

Inquieta, in relazione alla predisposizione della società svedese ad abbracciare quanto offerto dalla moderna tecnologia, la riflessione di Michel Foucault al termine del suo soggiorno di 3 anni ad Uppsala:

…Sono forse il mutismo degli svedesi, i loro silenzi, e la loro abitudine di parlare con ellittica sobrietà, che mi hanno spinto ad iniziare a parlare (scrivere?) e a sviluppare quell’abitudine al chiacchiericcio…
… sottomette. Nella sua calma, la Svezia rivela un mondo nuovo in cui scopriamo che l’essere umano non è più necessario.

Intervista con Michel Foucault di I. Lindung Bonniers Litteräre Magasin, Stockholm, 1968.

C’è da augurarsi che un giorno queste parole non si rivelino profetiche.

Alla luce di quanto detto, non stupisce apprendere che a ideare e promuovere attivamente l’adozione del microchip sottocutaneo in Svezia siano ambienti molto vicini al movimento transumanista e ancor meno sorprende che la Svezia abbia giocato un ruolo fondamentale nella recente elaborazione dell’ideologia a cui il movimento si abbevera.

continua…

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lo
ciao