La via per il paradiso scientista è lastricata di disciplina

Nell’articolo che segue (nostra traduzione dall’originale) sin dall’inizio è tutto chiaro, le grandi questioni ambientali hanno tutte un’unica radice (alla faccia del ‘complottismo’): la ‘specie’ umana.

In ossequio alla narrazione dominante viene proposta una visione perfetta, libera da ogni dubbio o incertezza, che vorrebbe compiutamente spiegare il problema e indicare, come automatica conseguenza, la soluzione unica e irrinunciabile per salvare il pianeta dall’apocalisse: «siamo determinati a percorrere l’obiettivo della transizione ecologica con il massimo impegno…il mondo è su un percorso catastrofico…stiamo rapidamente esaurendo il tempo», il ritornello è il solito «dobbiamo tutti fare la nostra parte», come ripetono da diversi anni la responsabilità è nostra: «Stiamo uccidendo la Terra», l’uomo «– più stupidus che sapiens – distruggerà l’ambiente necessario alla propria sopravvivenza».

Ribadiamo che non ne facciamo una questione di merito, ovvero se vi sia o meno un’emergenza climatica, ma, sempre e soltanto, una questione di metodo, qui ci limitiamo ad annotare come, continuamente rappresentando un finale terrorizzante con tale insistenza, si finisca per colpevolizzare le masse e fomentare l’odio di sé, sia come singolo sia come comunità.

L’articolo scelto, esemplare, propone, come unica via di redenzione, l’aderenza stretta alla disciplina dell’Agenda, veicolata attraverso la significativa metafora del ‘teatro’: un luogo dove tutto è falso e messo in scena, i ruoli precisamente assegnati e diligentemente interpretati, dove il canovaccio procede scena dopo scena, in modo predeterminato, verso un futuro già scritto. Così il pianeta, per gli scienziati scriventi, è un palco ove si svolgerà il futuro catastrofico tracciato a meno di non fare ciascuno, e tutti, la propria parte, ovviamente assegnata dal Forum, diffusa per bocca di scienziati ‘credibili’ – novelli oracoli – e presentata come incontrovertibile Verità.

La storia umana ha osservato compiersi il destino degli oracoli, invece di quello da essi vaticinato e, anche oggi, si può ridere (finché non ci sia fisicamente impedito) delle passate ‘realtà fantasma’, rivelatisi nulla più che superstizioni.

Curiosamente, lo pseudoragionamento prende le mosse dagli incendi boschivi, usati non solo come pistola fumante dell’innalzamento delle temperature ma anche delle asserite responsabilità umane. Vien da pensare che questo falso ragionamento sia presentato come modello virtuoso a suggerire un fertile futuro post-catastrofe, indicando quindi anche una dimensione soteriologica che permea e sostiene tutto l’impianto narrativo. Questo sostegno parte dalle basi traballanti e dalle motivazioni scivolose per arrivare al finale, sia esso paradisiaco o disastroso, cui comunque affidarsi come a una visione mistica preconizzata da esseri superiori, gli esperti, e comunque da meritare (in un senso o nell’altro) mediante la disciplina di sé e dei propri simili.

Tutto ciò è quanto di meno scientifico si possa immaginare.

Prima di concludere è importante notare la pretesa omnicomprensiva di tale narrazione: «il coronavirus è solo una delle molte sfide poste da questi cambiamenti», scrivono gli esperti nell’articolo che segue; si dipana e si impone così una sorta di ‘teoria del tutto’ che conduce (o meglio, riduce) a una stessa causa – sempre noi – ogni male.  

Ottenere dal popolo un consenso libero e informato verso un impianto sì malcelato, imbevuto com’è di progressismo ideologico, figlio del peggior liberismo, convincere le persone insomma, senza il fuoco di sbarramento propagandistico e mediatico che abbiamo osservato in questi anni, sarebbe stato davvero troppo arduo.

«Siamo di fronte ad una realtà fantasma che non può essere affrontata come fosse reale, va rigettata in blocco come propaganda», è tempo di dire basta alla stantia retorica sacrificale che fa perno sulla paura: alla perdurante crisi economica si è affiancata e aggiunta la pandemia e ora ad entrambe la guerra, tutti facili pretesti per lo spesso strato di macerie su cui dovremmo condurre le nostre vite ma come se nulla fosse; in vista di un futuro in cui «non avere nulla ed essere felici» sarà normale, anzi desiderabile.

No. È tempo di squarciare il velo di Maya, è tempo di ricostruire dalle macerie.

Il 2020 sembra un film horror. Ecco come la scienza può ispirare un futuro migliore 

Gli incendi boschivi – visti infuriare qui in Colorado, USA – sono solo una delle crisi del 2020: 

  • Gli incendi boschivi, il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la pandemia sono tutti segni di come il rapporto dell’umanità con la natura sia cambiato
  • Gli scienziati hanno la prospettiva di cui abbiamo bisogno per ripensare il nostro futuro. 

Il momento attuale, per la nostra specie, sembra davvero un film. Non casualmente, molti narratori hanno sfruttato all’estremo la propria immaginazione scrivendo di mondi futuribili che sembrano impensabili o insopportabili.

Tuttavia, il mondo reale del 2020 è allo stesso tempo meno impensabile e più insopportabile di ogni finzione: vediamo allungarsi le stagioni degli incendi boschivi a causa dei cambiamenti climatici, i temporali e gli altri eventi estremi farsi più frequenti e distruttivi, aumentare l’insicurezza alimentare e accelerare la perdita di biodiversità. Tutto questo si sta verificando sullo sfondo di una pandemia globale, che non è né la prima né l’ultima che affronteremo

Questi problemi sono tutti interconnessi, e molti persisteranno e forse accelereranno, mettendo alla prova sia i sistemi umani che quelli planetari. Mentre la finzione può essere una guida per afferrare l’enormità di queste nostre calamità, vorremmo fare un discorso diverso per la narrazione: pensiamo che il linguaggio degli scienziati, che hanno studiato intimamente il pianeta e la sua vita attraverso altri grandi periodi di cambiamento ambientale, dovrebbe anche modellare il modo in cui si parla di sfide che sembrano troppo legate, trasversali, e troppo grandi per essere comprese.

Scienziati come noi usano metafore per parlare di biodiversità: le foreste pluviali tropicali sono culle di biodiversità, l’evoluzione è un albero di vita, l’estinzione è un vortice. Queste metafore sono utili perché catturano le grandi idee in modo conveniente. Sosteniamo che un’altra metafora dovrebbe essere ripresa per i nostri tempi: il dramma evolutivo nel teatro ecologico. La biologa G. Evelyn Hutchinson ha usato questa metafora in un saggio per descrivere un insieme dinamico di forze che agiscono sulla scena in un teatro in continua evoluzione. Nella metafora di Hutchinson, il teatro fornisce lo spazio per l’interazione – qui, per ecologia s’intende il numero e la forza delle connessioni tra le specie, nella più ampia ragnatela della vita. L’evoluzione è il risultato di miliardi di anni di ecologie passate, incanalate attraverso eventi casuali che influenzano gli attori sul palco, alcuni dei quali si adattano e rimangono, mentre altri svaniscono. 

Hutchinson ha pubblicato questi saggi più di 50 anni fa, ma pensiamo che la sua visione sia utile per comprendere il nostro presente disastroso. In primo luogo, la metafora è valida a ogni scala: funziona sia che si tratti di virus, di un gruppo di lemuri, di una carcassa di balena affondata o di una foresta tropicale. In tutte queste scale biologiche si osservano le dinamiche evolutive in corso. In secondo luogo, stiamo attivamente cambiando i parametri del teatro ecologico, rendendolo più affollato perché il nostro ‘singolare’ ruolo lascia l’impronta di oltre 7 miliardi di individui. Il teatro è sempre più caldo, con interazioni che sono cambiate o logorate.

Il coronavirus è solo una delle molte sfide poste da questi cambiamenti che hanno accelerato, attraverso il traffico di fauna selvatica, il cambiamento climatico e il degrado ambientale. Nei prossimi decenni, rischiamo di vedere gli enormi guadagni, in termini di salute umana, ricchezza e sicurezza, trasformati in debiti dal degrado. Tutto sta accelerando in modo esponenziale. Cambiamenti ambientali di scala millenaria stanno avvenendo in decenni, provocati dal nostro comportamento. Questa accelerazione definisce in parte l’Antropocene: i prossimi 50 anni sono destinati a ricapitolare gli ultimi diecimila anni di cambiamento ambientale. E abbiamo reso la posta in gioco più alta per ogni essere vivente del teatro.

Questo previsto sconvolgimento, nell’arco di una vita umana, pone una domanda chiave per il futuro della biodiversità: come faranno le specie e gli ecosistemi da cui dipendiamo a sopravvivere a questa accelerazione? E infine, come sopravvivrà la nostra specie? Dovremo fare affidamento su parametri del passato, come le collezioni museali, perché molte caratteristiche di quei mondi passati saranno parte del nostro vero futuro. I campi dell’ecologia e delle scienze dell’evoluzione hanno bisogno di sviluppare branche di ricerca applicata avanzata, non diversamente dai modelli DARPA per l’ingegneria, in modo che possano fornire il massimo beneficio per la profondità delle loro competenze. La metafora di un teatro evolutivo aiuterebbe anche la scienza della conservazione – 35 anni quest’anno – a trasformarsi da disciplina di gestione delle crisi in disciplina che utilizza l’innovazione in un teatro di continuo cambiamento ambientale.

Ignorare le applicazioni della scienza dell’evoluzione e dell’ecologia ostacolerà l’adattamento ad un pianeta in rapido cambiamento. Soprattutto, dobbiamo garantire che le nostre soluzioni corrispondano alla portata e alla rapida crescita di questi problemi. In questo momento, le nostre sfide tracciano una curva esponenziale e le nostre soluzioni sono state in gran parte incrementali. I cambiamenti nel modo in cui ci gestiamo e agiamo come specie – le industrie che sovvenzioniamo, i sistemi alimentari ed energetici che costruiamo, i materiali che usiamo – ci permetteranno di sostituire i fattori alla base dell’estinzione e di implementare la resilienza nei nostri ecosistemi. 

In altre parole: possiamo usare il nostro ruolo smisurato nella scena evolutiva per adattarci e prosperare in un nuovo teatro ecologico. Come scienziati che conoscono queste sfide in prima persona, restiamo ottimisti: dopo tutto, abbiamo gli strumenti per gestire i parassiti emergenti e patogeni che ci mettono in pericolo e sappiamo come ripristinare i grandi tratti di terra e di mare di cui abbiamo bisogno. 

Come gli autori dei film che immaginano il nostro futuro, o come i paleontologi che evocano il nostro profondo passato, dobbiamo pensare concretamente al futuro che vogliamo. Avremo sicuramente bisogno di scienziati per arrivarci.

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