L’annichilimento dell’essere sociale e l’ontologia fantasma

Scrisse l’imperatore Artaserse nel suo testamento al figliolo Shapur:

La popolazione deve sempre essere occupata. Quando non ha lavoro, quando langue nell’inazione, inizia a criticare l’operato dell’autorità. Questo porta alla formazione di gruppi e conventicole che, con agende diverse, si oppongono al Re […] Pertanto il Re deve vigilare sulle conventicole¹.

Questo è ancora oggi uno degli arcana imperii cruciali: è necessario scongiurare il pericolo che si formino le conventicole per impedire che si possa affermare un sensus communis diverso da quello che scaturisce dai mezzi di manipolazione di massa e dagli onnipresenti dispositivi elettronici che fabbricano la realtà fantasma. Perché non deve poter esistere altra realtà all’infuori della verità auto-veritativa che impone chi controlla il mondo fantasma.

È indispensabile evitare che le persone interagiscano tra loro, scongiurare il pericolo ch’esse possano confidarsi reciprocamente, magari esprimendo dubbi sulla realtà fantasma, della quale vengono continuamente nutrite, che possano coltivare lo scetticismo nei confronti della fiaba dei nostri tempi. E, per fugare questo pericolo, occorre cancellare il mondo reale, perché, si sa, la gente mormora e potrebbe farsi sfuggire non solo che “i fatti hanno la testa dura” ma, soprattutto, che “pancia vuota non vuole consigli”.

Questo mormorio incontrollato potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora e far trapelare ciò che gli arcana imperii tengono gelosamente celato: se non è possibile riempire le pance vuote², o ammorbidire la testa dei fatti, allora occorre abolire i fatti. Se la realtà contraddice il racconto, allora è necessario cancellare la realtà e tessere un velo di fattoidi che ricopra interamente il reale, sostituendone l’immagine.

È quindi necessario che la visione del mondo “dominante”, quella che informa la ratio status, la raison d’Ètat, prenda il posto, non solo della realtà, ovvero del “regno di questo mondo” ma anche di qualsiasi “regno” che non sia di questo mondo. Non è più sufficiente sostituire la realtà reale con una realtà fantasma, ma è necessario che la visione del mondo che ne è alla base, prenda il posto di qualunque orizzonte del pensiero e dello spirito, che crei una propria dogmatica, una propria soteriologia ed una propria escatologia: solo così è possibile costruire una compiuta ontologia del mondo fantasma.

L’epidemia da Covid 19 ha fornito la ghiotta occasione per elaborare il fattoide perfetto, quello che racchiude in sé tutti i fattoidi che sono stati assemblati con tanta cura per costruire la gabbia d’acciaio le cui pareti racchiudono quell’universo immaginario che è stato immaginato per cancellare definitivamente l’universo reale.
Con questo non intendiamo significare che, nel mondo reale non si sia verificata e non si stia verificando un’epidemia, il cui agente eziologico è un virus denominato SARS-Cov2. Un fattoide è la forma che assume un fatto nel mondo fantasma, che è sempre assai diversa da quella che si manifesta nel mondo fattuale, visto che la prima è l’immagine della seconda riflessa da uno specchio deformato secondo la visione che si vuole ottenere.

Queste parole potrebbero sembrare, a prima vista, alquanto azzardate: in fondo, ribadiamo, è evidente che il mondo sia stato colpito da una pandemia, di origine virale, piuttosto pervasiva, caratterizzata da un morbo piuttosto contagioso e gravato da una certa letalità (che, di fatto, è imprecisata ma non trascurabile).

Tuttavia, qui non stiamo a discutere il fatto reale, ovvero il complesso di fatti ai quali l’epidemia ha dato origine³ visto che nessuno si trova a confrontarsi con la totalità di questo complesso4 e, pertanto, nessuno può affermare di conoscere davvero quello che si sta verificando nel mondo.

Vi sono diversi modi di raccontare un fatto, di riportare dati, di programmare e attuare misure per controllare un fenomeno5 per intraprendere un certo tipo di politica invece che un altro, e per giustificare le misure intraprese o che si desidera intraprendere dato che, in questa fattispecie, è difficile riconoscere un criterio oggettivo che rispetti i canoni dell’ “evidenza scientifica”.

Pertanto, ci troviamo di fronte ad un evento che può essere servito à la carte, ovvero raccontato mediante la selezione dei fattoidi più consoni per condurre la popolazione in una determinata direzione. Non bisogna mai dimenticare che, chi controlla la narrazione, ha sempre a disposizione schiere di volonterosi cantastorie disposti a fornire qualsivoglia giustificazione pseudoscientifica a qualunque fenomeno,in modo da confezionare un racconto consono ai desiderata del sovrano: è sufficiente rivestire cotesti giullari con un principium auctoritatis6 e far loro asseverare una serie di fattoidi di “secondo grado” che possano ammantare tutto il racconto di autorevolezza scientifica.
In quest’operazione zootecnica, vi sono due finalità principali; la prima è di carattere sociopolitico, la seconda, di natura cognitiva (epistemica),della quale non parleremo ora. A tal proposito, è necessario fare una piccola premessa, evidenziando il ruolo “protettivo” o “profilattico” interpretato dalla più parte dei governi, nei confronti del pericolo di contagio che minaccia la salute delle popolazioni, sottolineando “la natura specificamente comunitaria che, a tale rischio, viene associata”7.

“Immunis” è un aggettivo con prefisso privativo (sostantivo: immunitas), il cui suffisso deriva da “munus”, da cui origina anche il termine “communis” (nonchè il sostantivo “communitas”). “Munus” ha il significato di “dovere”, “carica”, “ufficio” e deriva dalla radice indoeuropea *mei: “dare in cambio”. I due significati si conciliano nella definizione di “munus” come “donum quod offici causa datur”8. Con il termine “munus” si designano, infatti, i doveri del magistrato nei quali è implicito il concetto di “scambio”: dal momento che egli, con l carica, riceve vantaggi e onore, ha il dovere di ricambiare questi ultimi tramite opere e elargizioni. In senso più ampio, quindi, “munus” è un dono che obbliga allo scambio e, pertanto, “comunità” indica un assieme di uomini uniti da questo legame di reciprocità, tant’è che il senso arcaico di “immunis” è “ingrato”9.

Dal momento che comunità, in quanto tale, costituisce la causa e l’oggetto del rischio, è necessario inibire e, in molti casi, impedire tutto ciò che dà forma alla alla comunità, la vita comune. Qui non stiamo parlando soltanto della segregazione fisica10 delle persone: siccome nomina sunt consequentia rerum, ovvero le parole tradiscono sempre le intenzioni, è evidente che l’infame sintagma “distanziamento sociale”, non abbia lo scopo di significare semplicemente un comportamento “profilattico”, perché, se così fosse, dovrebbe definirsi, più semplicemente, “distanziamento fisico”, che è l’unico distanziamento che abbia un senso per ostacolare la diffusione di un virus che si trasmette per via aerea, ma è strettamente correlato col carattere specificamente anticomunitario delle politiche intraprese e, con ogni probabilità, ne denuncia il fine reale.

Come abbiamo scritto poc’anzi, in certi momenti, è necessario, per il sovrano, ostacolare o impedire tutte le forme nelle quali l’uomo può manifestarsi nella sua veste di zoon politikon, perché queste potrebbero mettere in pericolo la sopravvivenza del “regno” e, in particolare, della ratio status che ne è il fondamento.

Nella fattispecie odierna, visto che il contenuto esclusivo dell’opera di governo (almeno formalmente), è quello della protezione della vita (zoè) della popolazione/gregge, è necessario (almeno secondo la motivazione “fattoidale”), impedire la vita comunitaria delle persone (bios), nella quale si manifestano, non solo, tutte le forme di attività politica, ma anche l’asseverazione della realtà secondo sensus communis, che viene generata dall’incontro e dall’interazione coi propri simili, nel mondo comune.

Ovvero, per dirla con Artaserse, bisogna impedire il formarsi conventicole, anche fatte di sparuti aggregati di persone, che possano mettere in dubbio, non solo, la legittimità e l’azione del sovrano, ma anche l’immagine della realtà che risponde ai suoi desiderata,quella confezionata quotidianamente dalle solerti fabbriche di fattoidi al suo servizio.

A maggior ragione, questo è indispensabile se vi è l’ulteriore pericolo che queste conventicole possano assumere una forma e una “consistenza” politica tale da manifestare i dubbi a gran voce. Per limitare questo rischio, non vi è nulla di più efficace che impedire, di fatto, la vita comunitaria, “distanziando socialmente” gli individui, rendendoli impauriti e diffidenti nei confronti dei propri simili, in modo che non abbiano contatti tra loro se non quelli “funzionali”, necessari alla sopravvivenza.
Un tempo, le “contestazioni” prendevano origine nei luoghi che, per definizione implicano una collettività: le fabbriche (e i luoghi di lavoro in senso lato), le università, le scuole. Ora, la “necessità” profilattica di distanziamento fisico ottiene l’effetto di rendere impossibili questi tipi di aggregazione collettiva divenendo appieno un “distanziamento sociale”, che è ilreale obiettivo del Sovrano.

Le norme che impediscono gli assembramenti hanno soppresso, di fatto, qualsiasi di forma associativa e comunitaria e, quindi, politica in senso lato. Il contatto tra le persone è stato sostituito e monopolizzato da una comunicazione mediata dai dispositivi elettronici, come nel caso del lavoro e della didattica “a distanza”.
A questo punto non appare così peregrino il pensare che, dal punto di vista del Sovrano, quest’epidemia sia stata provvidenziale, poiché tutte le misure profilattiche impediscono il manifestarsi della comunità, della polis, per lasciare in essere solo il rapporto verticale tra sudditi e Sovrano, dato che, la scomparsa di qualunque tipo di azione politica “intermedia”, così come si manifesta e si è sempre manifestata nell’essere sociale, è resa possibile dall’eliminazione di «ogni rapporto sociale estraneo allo scambio individuale tra protezione e obbedienza»11.

La sfera politica tutta si è condensata nella mera azione di governo (il Sovrano) e questa ha, come unico oggetto, la protezione della vita biologica della popolazione, di fronte ad una minaccia esibita sotto forma di fattoide12. Ciò che costituisce un rischio, di fronte all’epidemia, è la communitas, in quanto tale, e, pertanto, è la communitas, il nemico da combattere, che va eliminato e sostituito da una forma politica nella quale vi possa essere soltanto una relazione tra individui isolati e il potere sovrano, che deve regnare incontrastato, senza limitazione alcuna da parte dei “contrappesi” previsti dalle democrazie liberali, allo scopo di proteggere la popolazione dalla minaccia incombente.

Data la natura della minaccia, non è più possibile, quindi, l’esistenza di una comunità politica che si manifesti nelle modalità di vita comune dell’ “essere sociale”, ma può esservi solamente una popolazione di monadi isolate, in balia della realtà fantasma confezionata dall’arbitrio del potere sovrano, nella quale la desocializzazione allontana il pericolo che questo potere venga messo in discussione.

La concezione “immunitaria” della vita collettiva, che è quella di un aggregato di elementi qualificati solo in virtù delle loro caratteristiche biologiche e, pertanto, totalmente apolitico, porta all’ablazione della sfera della libertà, così come descritta al capitolo III13, quella che «è in rapporto alla capacità dell’uomo di emanciparsi da ciò che è organico»14, ossia da ciò che è meramente correlato con la sopravvivenza, l’escatologia ultima del secolo: di fatto, tutto ciò che esuli dalla sfera della mera conservazione della vita è, oggi, negato.

La liturgia biopolitica è fatta di simboli che danno una forma e un indirizzo alla società, e determinano l’inclusione e l’esclusione in una sublime, quanto assurda, antinomia: si può essere inclusi nell’essere sociale, determinato dal Sovrano, solo escludendosi dalla vita comune, perchà la communitas è incompatibile con l’immunitas.

  1. Nasrin Askari, The Medieval Reception of the Shāhnāma as a Mirror for Princes, Brill, Leiden 2016, p. 164
  2. A meno di volerlo fare, ma, purtroppissimo, non lo si vuole.
  3. Che riguardano la clinica, la microbiologia, la farmacologia e la farmaceutica, la politica sanitaria ed innumerevoli altri aspetti.
  4. Ogni esponente una disciplina, tra quelle riportate, alla nota precedente, può confrontarsi direttamente con un singolo aspetto di questo complesso di fatti. La visione d’assieme è, pertanto, sempre per “sentito dire”, anche quando deriva dalla letteratura scientifica che, in questo campo è, ormai, sterminata.
  5. Nella fattispecie, l’epidemia.
  6. Altro fattoide
  7. Roberto Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino 2002, p. 102
  8. Wallace M. Linsday (a cura di), Sexti Pompei Festi De verborum significatu quae supersunt cum Pauli Epitome, Bibliotheca scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana, Stoccarda-Lipsia 1997, p.125
  9. Emile Benveniste, Manuale delle istituzioni indoeuropee, Einaudi,Torino2001, p.71
  10. Che, sarebbe il vocabolo italiano per tradurre l’inglese “lockdown”
  11. Roberto Esposito,Op. cit., p. 92
  12. Quest’affermazione non implica la negazione del fatto (l’epidemia da Covid 19) ma differenzia la narrazione dalla realtà dalla realtà, nel senso espresso sopra.
  13. La quale si esprime, in primo luogo, nella sfera politica.
  14. Roberto Esposito,Op. cit., p.97

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ciao