Atlantide e la forza nascosta

In molti hanno capito che non intervengono politiche anticicliche e non c’è alcuna tutela fattuale, né individuale né collettiva. In pochi hanno capito a quale destinazione l’Occidente e in particolare l’Italia siano indirizzati. In pochissimi hanno capito quale può essere la scaturigine e il fine del tutto. Nessuno immagina cosa fare né, forse, sarebbe in grado di farlo.

Nella effettiva immobilità di chi guarda, si reitera perenne e inesorabile l’urgenza di opporsi, di denunciare, di protestare. Ma è sempre e solo un intento. Le reti sociali virtuali illudono di consentire l’azione, di essere essi stessi il moltiplicatore transitivo dello sdegno. Al contrario, disinnescano qualsiasi moto contrario grazie al sortilegio che un pensiero individuale, espresso su una piazza ipotetica, diventi un fatto compiuto e recepito. Pur risolvendo la consapevolezza sull’inanità della protesta virtuale, persiste negli animi ingenui il bisogno di domandarsi: che fare?

Gli apparati vigenti sono stati composti e perfezionati in quarant’anni di meticoloso affinamento. Non c’è un contrappeso istituzionale che possa eccepire sul corso degli eventi. Non c’è una voce antagonista che esprima un dissenso riconosciuto e condivisibile. Non c’è un corpo sociale che sostenga o consenta arbitraggi o alternative. Imperversare su una dissidenza per di più astratta distrae dal considerare altre possibilità.

La storia ecumenica è pendolare, il favore per gli uni o per gli altri oscilla ciclicamente negandosi o concedendosi. L’abbondanza e la carestia, la salubrità e le pestilenze, la pace e la guerra, l’esprit de finesse o la prassi fondamentale, si sono sempre alternati senza paralisi cosmogoniche o idilli sistemici irrevocabili. Non c’è una catastrofe insuperata, non c’è splendore definitivo.

La moltitudine degli interessi non consente omogeneità gestionali. Ma tento un’evoluzione ulteriore. Chi o cosa ci garantisce che il mondo sia di tutti? Che chiunque sia in grado di governarne anche solo una minuscola porzione? Che il globo terracqueo sia una comunione con diritto di godimento indifferenziato? Esperienze storiche e circostanti suggeriscono che vi sia un gruppo di controllo e un gruppo funzionale. È certo anche lo squilibrio numerico a favore del secondo e che il primo è riuscito sempre a dominarlo. Allora si può pensare che coltivare l’idea di sovvertire il gruppo egemone sia la migliore strategia per scongiurarlo. È impossibile dominare il mare, ma si può solcarlo anche in condizioni estreme. Possiamo valicare montagne e guadare fiumi, più difficile è spianare le une e prosciugare gli altri. Invece si consolida l’ambizione di sconfiggere il gigante mentre si inducono gli sfidanti a combattersi tra loro. Rinunciare alla lotta, per altro immaginaria, contro di esso non sarebbe una resa, immaginaria anch’essa, ma un atto di consapevolezza compiuta. Non significherebbe soccombere ma elaborare alternative praticabili. Su un grande mezzo di locomozione, che si appartenga all’equipaggio o ai passeggeri, non c’è possibilità di interferire sui tempi e i modi del tragitto. Cominciato il viaggio, si aspetta solo di arrivare a destinazione cercando di renderlo sopportabile.

Come prepararsi alle annunciate criticità energetiche, a possibili disastri economici, a tensioni internazionali e interne imprevedibili? Chi è il nostro nemico e chi attenta davvero alla nostra quotidianità? Come si possono costruire reti e cooperazioni tra gruppi in condizioni più o meno condivise? Quali sono le minacce reali e le sciagure incombenti?

Prevedere il peggio non è pessimismo, ma consente di prepararsi, di selezionare quanto sia davvero necessario, di valutare gli strumenti a disposizione. È urgente impegnarsi a comprendere a fondo il “sistema uomo” in quanto essere dotato di capacità magari sopite o remote, di energie non considerate ma attivabili e proficue, di soggetto che può determinare circostanze reattive e soluzioni consequenziali.

Una guerra vicina che stravolge e depaupera il territorio, la scarsa e costosa disponibilità di fonti energetiche, l’inflazione incontrollata, minacce ecosistemiche e sanitarie per bloccare azione e pensiero con paura e colpevolizzazione annesse, segnali di corti circuiti finanziari con possibili contagi trans-continentali e ricadute economiche gravi, disuguaglianze e polarizzazioni esasperate che squilibrano la convivenza collettiva, sono sintomatici di una riformulazione in atto del paradigma di controllo. Pensare di contrastarla è, come detto, illusorio, tanto più che ogni apparato governativo e ogni comparto che ne media l’azione sono compatti e collaborativi.

Comprendere lo scenario complessivo è importante, così come assumere che l’interesse collettivo è pura retorica di regime. Ma sarà vitale prevedere le misure di reazione individuale e un micro sistema di reciprocità limitrofa.

In questi spazi si preferisce condividere analisi e strumenti, perché da lì possono derivare le soluzioni, non certo indicandole alla stregua di un corso di sopravvivenza da aziendali in libera uscita, o di un elenco posticcio per villeggianti a riposo. In queste righe sono sottintesi strumenti conosciuti come generatori di energia indipendente, riserve di acqua, gruppi di acquisto, ridefinizioni di gestione domestica. Nulla di nuovo, nulla che valga allo stesso modo per tutti. Per questo non interessa promuoverli didascalicamente.

Interessa invece ribadire la certezza che ogni ciclo si compie e se ne avvia un altro.

Se Atlantide non è solo leggenda, c’è stato un dopo come a Sodoma, Hiroshima e Chernobyl. Come nella caduta degli Imperi, nella Peste Nera, nelle Guerre Mondiali. Nessuna catastrofe ha ancora distrutto né modificato il pianeta. Nessuna sciagura ha fermato la Storia e la Vita.

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Truman
Truman
11 mesi fa

Si potrebbe aggiungere qualcosa.
Il Medioevo in corso non ha sostanziali novità rispetto ai periodi passati.
Il potere domina con mezzi che in sostanza sono noti.
Ad esempio la “damnatio memoriae”, la cancellazione scrupolosa di parti della storia, la conoscevano bene già gli antichi romani e la praticava Stalin.

E allora la difesa della memoria, la conservazione della storia, è fondamentale nella resistenza. Bisogna ricordare e conservare con cura i propri riferimenti, sia in modo individuale (ad esempio una biblioteca personale e un archivio sul PC) che in modo collettivo; qui il webarchive, la Biblioteca di Babele di internet può essere un riferimento, anche se mi appare vulnerabile. Servirebbero dei monasteri, situati fuori dalla pazza folla, dedicati a conservare e mantenere il sapere. (Ad es. “I monasteri del terzo millennio” di Pallante).

E poi il linguaggio. Diceva Confucio che quando il mondo sembra impazzire la prima cosa da ripristinare è la verità del linguaggio. Abituarsi ad affilare la parole e ad usarle con cura, perchè le parole sono armi, armi da taglio. Conservare un linguaggio in cui la pace significhi pace, la parola libertà significhi libertà ed evitare le parole vuote e consumate. George Orwell, nel saggio “La politica e la lingua inglese” spiegava bene come scrivere (con qualche lieve disattenzione, “il pacchetto di aspirina sul gomito” non mi appare una metafora felice).

Gimmi
Gimmi
11 mesi fa
Reply to  Truman

Certo! Quando si parla di coscienza e conoscenza di sé si include anche la memoria degli eventi e delle nostre specificità, considerando anche come noi stessi possiamo essere involucro e veicolo di consapevolezza.
E sono i temi, compreso il linguaggio, molto cari a Frontiere.
Grazie per il contributo.
gimmi santucci

trackback

[…] questo mi appassiona fino a un certo punto, come ho scritto su Atlantide e la forza nascosta . Il nostro destino sul globo terraqueo è incerto, subordinato e comprensibile solo osservandolo […]

Gimmi Santucci
Gimmi Santucci
7 mesi fa

Vero!

lo
ciao
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