Quelo, Greta e la dottrina neoliberale della verità multipla (Seconda parte)

Come abbiamo detto, il collettivo di pensiero neoliberale è stato capace di costruire un intero armamentario  di proposte epistemiche e politiche che, di fatto, hanno occupato tutto lo spazio delle alternative possibili. Naturalmente, non stiamo  parlando della banale e falsa dialettica centro-destra/centro-sinistra, democratici/repubblicani, conservatori/laburisti che, tuttavia, invade tutto lo spazio parlamentare delle cosiddette “democrazie liberali”. No, stiamo parlando di un’operazione molto più capillare e pervasiva di occupazione (obliterazione, quando questo non sia possibile) di tutte le forme di pensiero e di azione, anche al di fuori della “politica politicata”, che è riuscita a confezionare (con la complicità delle anime belle del progressismo “di ogni forma e di ogni età”), non solo, una panoplia di vacue utopie volte a sterilizzare le velleità politiche delle masse, come, ad esempio, la fratellanza tra i popoli, la società senza frontiere, il governo globale (o, con una maggiore vena distopica, le corbellerie del post-umano e la moltiplicazione dei generi), inibendo, grazie alla vacuità del fine, ogni possibilità di azione reale, ma – e qui sta la genialità- a creare un catalogo omnicomprensivo di proposte “politiche”, in grado di coprire l’intera gamma della “domanda” da parte del pubblico, con obiettivi a breve, medio e lungo termine.



Per comprendere appieno quest’operazione, è bene fare un piccolo passo indietro e spiegare brevemente un punto cruciale dell’epistemologia neoliberale. Essa ha sempre respinto la falsa dicotomia dei liberali classici “laissez faire” di stato versus mercato come dispositivi antitetici. Al contrario di questi ultimi, i neoliberali non considerano il mercato un luogo di allocazione delle merci (materiali o immateriali), ma un elaboratore di informazioni, il più efficace ed efficiente elaboratore che si conosca, assai  migliore di qualsivoglia entità umana (individuale o collettiva)[1].

 

In secondo luogo, anche qui diversamente dal pensiero liberale classico (ed alle sue moderne propaggini), l’ideologia neoliberale propugna uno “stato forte” che, tuttavia, non abbia come compito principale (e neanche secondario, per la verità) quello di controllare gli “animal spirit” del mercato, ma quello –per così dire- di controllare se stesso, ovvero, come direbbe Marx, agire da “comitato d’affari della borghesia”, il cui scopo sia quello di promuovere, salvaguardare ed estendere gli ambiti del mercato. Per svolgere questo supremo compito, lo stato deve operare con tutte le proprie prerogative (compresa quella del monopolio della forza) per costruire una sorta di totalitarismo del mercato (un telos potenzialmente infinito), mediante una mercificazione sempre più estesa e capillare dell’esistente.

 

Anche per ciò che riguarda il riscaldamento globale (che è di natura “ecologico/termodinamica”), possiamo notare la differenza di approccio tra neoliberali e liberali classici. Per questi ultimi, i problemi della biosfera sono sintomi di malfunzionamento del mercato (market failure), la cui soluzione dovrebbe risiedere nell’attribuire un “giusto prezzo” alle “esternalità” (inquinamento, ecc.), alle risorse e ai cosiddetti “servizi degli ecosistemi” (approccio della Ecological Economics). Per i neoliberali, invece, questo tipo di problemi è destinato a sorgere ineluttabilmente, a causa dell’inestricabile complessità delle interazioni tra la società e la biosfera, per comprendere le quali, la conoscenza umana è affatto inadeguata.

 

Nell’arduo compito di ridefinire l’epistemologia sociale, il collettivo di pensiero neoliberale non si è risparmiato, e ha adoperato  tutte le “novità” della moderna scienza, dalla teoria dei sistemi complessi alla termodinamica degli organismi dissipativi,  dal principio di indeterminazione all’autopoiesi. D’altra parte, adottando ogni tipo di posizione epistemologica alla bisogna, è difficile avere torto. Inoltre,  è, senza dubbio, difficilmente confutabile che le interazioni  tra società e natura siano straordinariamente complesse, osservazione, peraltro ovvia, se si considera che esse costituiscono tutto il nostro mondo, quello in cui ci troviamo ad esistere.

 

In realtà, il pensiero neoliberale adotta questa panoplia epistemologica in maniera affatto opportunistica, adoperando la “complessità” pro domo sua: siccome non ci si può affidare alla conoscenza umana per comprendere e prevedere questa multiforme e diveniente realtà, vi è bisogno di una sorta di deus ex machina, di un diavoletto di Maxwell. Insomma, di una finzione retorica spacciata per verità: un’ immagine idealizzata di mercato perfetto, spontaneo ordinatore dell’ordine spontaneo e supremo elaboratore di informazioni, il motore immobile (ma, di fatto, mobile) al quale si demanda il compito di trovare soluzioni a qualsivoglia problema.

 

Siccome, tuttavia, quest’”ordine spontaneo” non è dato nei sistemi politici (ci mancherebbe altro), è necessaria tutta la forza di uno stato forte che, col suo imperio, possa spontaneizzare ciò che spontaneo non è (da qui la finzione del “libero mercato”).

 

A questo punto, la strategia appare alquanto circolare: siccome non ci si può affidare alle decisioni politiche per affrontare i problemi complessi (dei quali fa sicuramente parte quello del cambiamento climatico), visto che la capacità conoscitiva dei decisori è fallace per definizione, allora è necessario che i decisori facciano un passo indietro, abdicando al loro compito e affidino al mercato[2] -peraltro con una decisione politica- il compito di decidere quali siano le soluzioni migliori.

 

A volte, il problema è piuttosto restio a farsi incanalare con disinvoltura nei meccanismi di mercato, quello del riscaldamento globale fa senz’altro parte di questa categoria. In questi casi, la strategia, dovrà seguire un piano più complesso, ed essere dipanata secondo vari stadi successivi. In questo caso, possiamo individuare una strategia composta da tre stadi. La manipolazione dell’opinione pubblica cambia, a seconda dello stadio nel quale ci si trova e va dalla promozione del “negazionismo scientifico” alla creazione di fenomeni come Greta Thurnberg o “Friday for Future” che sono le diverse facce della medesima medaglia che costituisce la “risposta neoliberale” ai cambiamenti climatici[3].



1) Il “negazionismo scientifico”

 

Il primo stadio consiste generalmente nel “prendere tempo”, per poter elaborare gli stadi successivi. In casi come questo, la tecnica più efficace è quella di instillare il dubbio, nell’opinione pubblica, che questo tipo di problemi non sia correlato al modello economico della società attuale (sovraconsumo, inquinamento, sovrasfruttamento della biosfera, ecc.), in poche parole; il mercato non è mai colpevole (a tal proposito è sempre opportuno far notare che, nei paesi del blocco sovietico, i problemi ecologici erano assai più gravi).



Lo scopo di quello che è stato chiamato “negazionismo scientifico”, promosso, principalmente, dalla Global Climate Coalition e, poi, dalla Hearthland Foundation, alle quali abbiamo già accennato, è stato quello di controllare l’opinione pubblica che, allarmata dal problema del riscaldamento globale, avrebbe potuto far pressione sui governi per affrontarlo con decisioni politiche, ovvero, come abbiamo detto, a “prendere tempo” per elaborare opportune soluzioni per far rientrare la questione nel recinto del mercato. La soluzione “negazionista”, ancorchè di carattere temporaneo, aveva il vantaggio di essere rapidamente dispiegabile, piuttosto economica e di distogliere l’attenzione del pubblico dagli argomenti appropriati.

 

La strategia del “collettivo di pensiero neoliberale” vuole che la prima risposta ad una sfida di natura politica, debba sempre essere di tipo epistemologico[4]: è necessario mettere in dubbio ciò che costituisce l’argomento di tale sfida, in questo caso, negare il problema e temporeggiare indefinitamente con sterili diatribe riguardo al merito (ovvero, se esista o meno il riscaldamento globale su base antropogenica). Il “mercato delle idee” deve essere sempre irrorato col dubbio, affinchè, come un efficace diserbante, esso possa far sviluppare solo le piante (idee) desiderate. Questa tecnica, descritta dallo storico Robert Proctor sotto il nome di “agnotologia”[5], si è rivelata, nel tempo, assai efficace.

 

La dottrina neoliberale difende, formalmente, il diritto di chiunque di sostenere qualsivoglia scempiaggine, con egual diritto  (la “saggezza delle masse”)[6], perché, in ultima analisi, l’ambito nel quale si stabilisce la verità è sempre il mercato –che non è mai libero, come viene spacciato, ma è sempre controllato da coloro ai quali fa comodo che venga spacciato come libero-, e non quella congrega di esperti che rappresenta la scienza ufficiale. (a meno che non venga usata per gli scopi politici opportuni). Di fatto, la dottrina neoliberale coincide perfettamente con quella di Quelo: “la risposta è dentro di voi, epperò è sbajata” (a meno che non coincida con la nostra)[7].

 

Tuttavia, questo primo stadio è ben lungi dall’essere sufficiente per incanalare il problema nei meccanismi di mercato, pertanto, è necessario elaborare gli stadi successivi facendo sì ch’essi si dispieghino mediante un’offerta merceologica che sia in grado di coprire l’intero spettro della “domanda” di “soluzioni”, ed è necessario che ognuna di queste implichi la creazione di un profitto e, possibilmente, che estendano la sfera del mercato ad ambiti mai toccati prima.



2) La “mercatizzazione” della CO2 e l’accumulazione per espropriazione



Dopo questo primo stadio agnotologico, è necessario che, ad un certo punto, il mercato faccia il suo ingresso. In questo caso, l’azione del mercato si dispiega secondo due linee principali: la prima è costituita dalla monetizzazione e dalla conseguente  finanziariazzazione dei “servizi degli ecosistemi”, ovvero dalla creazione di permessi di emissione di CO2; la seconda, da quella che David Harvey ha definito “accumulazione per espropriazione.

 

L’istituzione di mercati dei permessi di emissione costituì un’abile strategia  per costruire un nuovo settore merceologico e finanziario, ma anche per convincere gli attori politici del fatto che la risposta al problema dei cambiamenti climatici, ovvero la diminuzione dell’emissione di “gas serra” dovesse competere ai mercati invece che ai governi: si è “mercatizzato” qualcosa che avrebbe dovuto essere politico.

 

Naturalmente, questa “soluzione” non ha condotto ad alcun risultato, per quello che era lo scopo dichiarato: di fatto non ha evitato l’emissione di una sola molecola di CO2[8]. D’altra parte, questo non era certo lo scopo reale, che viceversa, era quello di adoperare la scusa del riscaldamento globale per creare un nuovo strumento finanziario dal nulla, una merce virtuale che mercifica un dato fisico, peraltro virtualizzato, un nuovo derivato da immettere nella grande fucina della finanza, fornendo agli operatori un ulteriore strumento speculativo da trasformare in moneta reale.



L’altro braccio della strategia a  medio termine è stato quello dell’accumulazione per espropriazione, che merita qualche parola di spiegazione.

 

«La descrizione di Marx dell’”accumulazione primitiva” comprende fenomeni come la mercificazione e la privatizzazione della terra e l’espulsione da essa della popolazione contadina; la conversione di varie forme di beni collettivi in proprietà privata; la mercificazione della forza lavoro e la eliminazione delle alternative ad essa; processi di appropriazione coloniale o neocoloniale di beni e risorse naturali; monetizzaione degli scambi e tassazione della terra; commercio degli schiavi; usura; il debito pubblico e il sistema creditizio»[9].

 

Si potrebbe pensare che questi tipi di accumulazione siano un retaggio del passato, dei tempi del capitalismo nascente e di quelli in cui iniziava ad affermarsi in maniera sempre più estesa e capillare

 

« A questo scopo si adottano infatti metodi sia legali sia illegali […] Tra i mezzi legali si annoverano la privatizzazione di quelle che un tempo erano considerate risorse di proprietà comune (come l’acqua e l’istruzione), l’uso del potere di espropriazione per pubblica utilità, il ricorso diffuso a operazioni di acquisizione, fusione e così via che portano al frazionamento di attività aziendali, o, per esempio, il sottrarsi agli obblighi in materia di previdenza e sanità attraverso le procedure fallimentari. Le perdite patrimoniali subite da molti durante la crisi recente possono essere considerate una forma di espropriazione che potrebbe dar luogo a ulteriore accumulazione, dal momento che gli speculatori acquistano oggi attività sottovalutate con l’obiettivo di rivenderle quando il mercato migliorerà, realizzando un profitto»[10].

 

Una delle forme più sottili di “accumulazione per espropriazione” è quella di drenare surrettiziamente denaro pubblico o, direttamente dalle “tasche” dei cittadini, per generare un profitto privato, tramite una tassazione ad hoc, oppure obbligare la popolazione ad un consumo tramite l’imposizione  decretata dal potere dello stato.

 

Un esempio del primo tipo di pratica è, senza dubbio, quello degli impianti di produzione di “energie rinnovabili” (eolica, fotovoltaica, idroelettrica, ecc) che sono casi nei quali l’energia prodotta viene remunerata ad un prezzo superiore a quello di mercato (altrimenti non sarebbero economicamente sostenibili). In questo caso, il sovrapprezzo viene corrisposto dalla fiscalità generale o da un esborso aggiuntivo nelle tariffe delle forniture elettrice.

 

Se si eccettua la sparuta produzione (in termini di MW/h) degli impianti ad uso familiare, la più parte della generazione di elettricità, da queste fonti, proviene da grandi impianti, per i quali l’investimento viene sostenuto da  grandi investitori, in genere società finanziarie[11]. Questo è un caso nel quale lo stato opera come perfetto agente del mercato: invece che favorire, con un’azione diretta la tanto sbandierata “transizione energetica”, esso si fa promotore di un sistema nel quale i profitti delle società finanziarie sono a carico dei cittadini tramite un aggravio dei costi energetici o mediante la fiscalità generale.

 

Un altro esempio di questo tipo di accumulazione, anche se un poco più indiretto, è quello dei veicoli adibiti a trasporto stradale. In questo caso, lo stato interviene modificando le regolamentazioni che regolano le emissioni dei veicoli (specie quelle di Co2), inibendo la circolazione per quei mezzi che non rispettano i parametri imposti. Questa tecnica di marketing condotta tramite la forza della legge, costringe attualmente gli utenti a cambiare veicolo tramite una sorta di obsolescenza programmata de jure, e apre la strada per nuove nicchie di mercato (veicoli elettrici, ibridi, ecc.).

 

Nat, questo è un evidente trucco per creare nuove nicchie di mercato. Ovviamente, questo è un altro un trucco per costringere i cittadini ad esborsi di denaro, in un certo senso, coatti, senza alcun senso per ciò che riguarda le emissioni di CO2 in quanto tali, se si considera che il processo di produzione di un auto, è responsabile di una produzione di CO2 che è, in media, superiore a quella che la medesima auto produrrà nel suo ciclo di utilizzo[12] (verosimilmente, da questo punto di vista, sarebbe più “ecologico” tenere la medesima auto per qualche decennio, ma questo non aiuta il mercato).

 

Naturalmente, per imporre alla popolazione questa visione, senza troppi incidenti (cosa che, ad esempio, non è riuscita in Francia)[13], è necessario predisporre l’opinione pubblica con massicce campagne “moralizzatrici”, come quella per la quale stanno usando la ragazzina che intimorisce quei “potenti della terra” che hanno tutto da guadagnare dalla creazione di nuove nicchie di mercato.

 

Tuttavia, l’inesauribile cornucopia di idee del collettivo di pensiero neoliberale, non si esaurisce qui, ma è lanciata sempre verso nuovi orizzonti.



3) De la geoingegneria ed altre distopie neoliberali



Dato che il sistema dei permessi di emissioni e le miriadi di impianti ad energia rinnovabile sono, ormai, soluzioni datate, anche se sono servite egregiamente allo scopo, che era quello di estendere il dominio del mercato o estrarre denari dalle tasche della popolazione e dei governi, è ora di superare queste reliquie del passato con la soluzione neoliberale per il lungo periodo: la geoingegneria.

 

Qui si arriva al nucleo stesso della Dottrina, la quale postula che l’ingegno imprenditoriale, se lasciato libero di manifestare le proprie pulsioni di “distruzione creativa”, può essere in grado di trovare soluzioni di “mercato” per risolvere qualsivoglia problema.

 

Le idee non possono essere lasciate improduttive: quando vi è la possibilità, esse vanno inserite nel discorso politico e perseguite con tutti i mezzi. È quindi ora  di aprire nuove ed incredibili opportunità per trasformare in merce e mercato parti del globo che nessuno pensava potessero avere questo destino (e questa destinazione).

 

La geoigegneria rappresenta, il  volto futuribile e fantascientifico del neoliberalismo e, assieme ai deliri sull’ingegneria genetica e sull’intelligenza artificiale, il suo volto più distopico. “

 

Geoingegneria” è una sorta di definizione collettiva che individua un ampia gamma di manipolazioni, su larga scala, volte a modificare il clima della terra, per “correggere” i cambiamenti climatici. Essa comprende “soluzioni” come l’aumento artificiale dell’albedo del pianeta, attraverso vari tipi di “gestione” della radiazione solare  (tramite la diffusione di particelle riflettenti nella stratosfera, l’installazione di specchi nell’orbita terrestre spaziali o la copertura dei deserti con materiale riflettente); l’aumento del sequestro di CO2 da parte degli oceani, tramite la stimolazione della crescita del fitoplancton (“concimazione” degli oceani con nutrienti, mescolamento degli strati) o della terraferma (seppellimento dei residui vegetali; introduzione di organismi geneticamente modificati, oppure, ancora, l’estrazione e il confinamento della CO2 direttamente al punto di emissione.

 

Questa sorta di ideazione delirante ha connessioni piuttosto strette col “collettivo di pensiero neoliberale”, in quanto, diverse istituzioni che ne sono emanazione diretta, come L’American Enterprise Institute, Ii Cato Institutute, la Hoover Institution, il Competititive Enterprise Institute, si occupano in maniera assai attiva nella promozione della geoingegneria. Lo stesso “tempio accademico” del neoliberalismo, la Chicago School of Economics, ha pubblicamente appoggiato questo delirio[14].

 

Naturalmente, questi “progetti” sono solamente allucinazioni lisergiche portate ad un livello istituzionalmente riconosciuto: vedi alla voce: “lo dice Lascienza”. Ma questa mirabolante scienza, in questi casi, può solo asserire ipotesi che non hanno alcuna possibilità di essere provate sperimentalmente, non vi è alcun di  verificare ex ante gli assunti ipotizzati né, tantomeno, gli effetti indesiderati. Qui il laboratorio è costituito dall’intero mondo e l’ ex post potrebbe essere una catastrofe di proporzioni inimmaginabili.

 

Ma, evidentemente, queste considerazioni non hanno il potere di scalfire l’adamantina determinazione dei nostri apprendisti stregoni arsi dal sacro fuoco di Prometeo. Ça va sans dire che queste mirabolanti proposte agirebbero solo sugli effetti e non certo sulle cause del problema, d’altronde, agire sulle cause significherebbe mettere in discussione le basi sulle quali poggia il capitalismo stesso mentre secondo l’epistème neoliberale, se il capitalismo ha causato dei problemi, la soluzione è: più capitalismo!

 

Quindi, le soluzioni geoingegneristiche apportano enormi vantaggi, secondo i criteri neoliberali, perché non limitano mercati consolidati (non sia mai che, nel mondo, si producano meno pezzi di Hallo Kitty, di cheeseburger, o che, a Dubai, non si possa più sciare al coperto), ma espande gli ambiti del mercato verso nuovi orizzonti: niente di meno che la privatizzazione dell’atmosfera e del clima.

 

Perché, qualora non si fosse compreso, lo scopo è questo, nonché porre il pianeta in ostaggio di alcune entità private (quelle che mettono a punto le “soluzioni” protette da brevetto)[15], affinchè ne possano trarre profitto da qualcosa che, magicamente, può diventare merce con pochi tratti di penna, con la scusa di un “fate presto” globale perché “ce lo chiedono le prossime generazioni”.



Con questo si chiude il cerchio. Nel mirabolante mondo di Quelo e Greta la teknè viene politificata  mediante l’ennesimo ragionamento circolare, perché i problemi sono troppo complessi per poter essere affrontati con soluzioni che non siano tecniche (la risposta è dentro di voi, epperò è sbajata), fino ad obliterare interamente lo spazio della politica che non sia quello di mero “comitato d’affari della borghesia”. Perché non vi è alternativa alle verità di una scienza che è divenuta dogma  di una società che ha abbandonato ogni dogma che sia non sia quello dell’ordine del mercato, “la provedenza che governa il mondo” agisce con mano invisibile affinchè si possa manifestare il mistero della creazione.

 

La stessa scienza, ha abbandonato qualsivoglia funzione epistemica per divenire un mero paradigma gestionale e non maggior significato, per ciò che riguarda la conoscenza del mondo, di quanto ne abbiano le regole del Monopoli.

 

L’ordine del mercato è rimasto l’unica praxis  e che orienti le azioni umane, e l’unico tèlos, autotelico e perpetuamente progressivo, al quale si volge lo sguardo di quella che, un tempo, usavamo chiamare  civiltà.

 

[1] Philip Mirowski, Naturalizing the market on the road to revisionism: Bruce Caldwell’s Hayek’s challenge and the challenge of Hayek interpretation, Journal of Institutional Economics (2007), 3: 3, 351–372

[2] Che include anche quella scienza che ha dimostrato il proprio successo nel “mercato delle idée”, anch’esso spontaneo come lo spacciatore alla dogana, di cui sopra.

[3] Cfr.:Philip Mirowwski, Never let a serious crisis go to waste, cit.

[4] Cfr.:Philip Mirowwski, Never let a serious crisis go to waste, cit.

[5] Cfr. Robert N. Proctor, Londa Schiebinger (Eds.), Agnotology. The Making and Unmaking of Ignorance, Stanford University Press 2008

[6] Cfr. F. A. Hayek, The use of knowledge in society, American Economic Review, XXXV, No. 4; September, 1945, pp. 519-30.

[7] «First and foremost, neoliberalism masquerades as a radically populist philosophy, which begins with a set of philosophical theses about knowledge and its relationship to society. It seems to be a radical leveling philosophy, denigrating expertise and elite pretensions to hard-won knowledge, instead praising the “wisdom of crowds.” It appeals to the vanity of every self-absorbed narcissist, who would be glad to ridicule intellectuals as “professional secondhand dealers in ideas.” In Hayekian language, it elevates a “cosmos”—a supposed spontaneous order that no one has intentionally designed or structured—over a “taxis”—rationally constructed orders designed to achieve intentional ends. But the second, and linked lesson, is that neoliberals are simultaneously elitists: they do not in fact practice what they preach. When it comes to actually organizing something, almost anything, from a Wiki to the Mont Pèlerin Society, suddenly the cosmos collapses to a taxis. In Wikipedia, what looks like a libertarian paradise is in fact a thinly disguised totalitarian hierarchy».

Philip Mirowski, Dieter Plehwe, The Road from Monte Pelerin, cit. pp 425-426

[8] “Maher, Sid. “Europe’s $287 Billion Carbon Waste,” The Australian, November 23, 2011”

[9] David Harvey, 2004. The ‘new’ imperialism: accumulation by dispossession. Socialist Register 40, p. 74

[10] David Harvey, L’enigma del Capitale, Feltrinelli, Milano 2011, pp.60-61

[11] In genere con sede all’estero, se ci riferiamo all’Italia, ma anche ai cosiddetti paesi in via di sviluppo.

[12] Shigemi Kagawa, Klaus Hubacek, Keisuke Nansai, Minori Kataoka, Shunsuke Managi, Sangwon Suh, Yuki Kudoh, Better cars or older cars?: Assessing CO2 emission reduction potential of passenger vehicle replacement programs,

Global Environmental Change Volume 23, Issue 6, December 2013, Pages 1807-1818.

Maarten Messagie, Life Cycle Analysis of the Climate Impact of Electric Vehicles, Transport and enviroment 2014.

  1. Helms, M. Pehnt, U. Lambrecht and A. Liebich, Electric vehicle and plug-in hybrid energy efficiency and life cycle emissions, 18th International Symposium Transport and Air Pollution 2010

[13] Ricordiamo che il fattore che ha innescato la rivolta dei Gilet Jaunes è stata proprio l’inasprimento dei parametri per le emissioni veicolari. Naturalmente queste riguardavano soprattutto I veicoli di una certa età, che sono quelli che garantivano la mobilità della fascia di popolazione meno abbiente (in presenza di concomitante smantellamento delle reti di trasporto pubblico di prossimità)

[14] Cfr.:Philip Mirowwski, Never let a serious crisis go to waste, cit.

[15] “Cressy, Daniel. “Geoengineering Experiment Cancelled Amid Patent Row,” Nature 15, May 2012”

“Specter, Michael. “The Climate Fixers,” The New Yorker, May 14, 2012”

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