Prometeo: una previsione mitologica

Fu Sigmund Freud a rivalutare, dopo molto tempo (e per certi versi inaspettatamente rispetto al positivismo da cui egli originava), il valore del Mito, quello classico della Grecia antica.

Il pensiero va al notissimo complesso di Edipo, riferito alla figura dell’eroe celebrato nella trilogia di Sofocle (Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone).

Freud ne coglie la genialità in termini di profonda “conoscenza”, di intuizione originale, di “verità” primigenia; andando oltre la battuta di J. Bayet “una favola è un fatto storico perché ci apre l’animo dei popoli morti”, il mito per lo psicoanalista scandaglia in un quadro sempre valido la dimensione “intrapsichica”.

Ma per gli antichi il mito si spingeva ancora più in là, ad improntare sia le dinamiche interne che quelle sociali e storiche.

Per Eschilo i Persiani, il simbolo del dispotismo orientale (già…), erano destinati alla sconfitta proprio per la loro “Ybris”, l’”oltraggio”, l’eccesso prima religioso poi umano.

Il coro canta: “Zeus, re degli dei, tu hai distrutto l’esercito intero dei Persiani”. Zeus cioè la giustizia, oggi diremmo l’etica.

Nelle figurazioni del mito c’è poi un personaggio poco analizzato che a me sembra oggi particolarmente significativo: quello di Prometeo.

Prometeo è un Titano che ha rubato il fuoco agli dei e lo ha donato agli uomini; per questa colpa Zeus lo condanna ad un supplizio terribile: essere incatenato alle rocce di una montagna dove un’aquila ogni giorno viene a rodergli il fegato; la descrizione di questa scena viene raffigurata da Eschilo nel suo Prometeo incatenato.

Cratos (il Potere) dice:
ora avvincerai il colpevole a queste rocce ardue sull’abisso con catene più dure del diamante.

Deve egli pagare la sua colpa. Impari ad odiare il potere di Zeus!
E il suo amore per gli uomini abbia fine.
Ma quale colpa?

(parla Prometeo)
Parlerò senza biasimo degli uomini ma narrerò l’amore del mio dono.
Essi avevano occhi e non vedevano, avevano orecchie e non udivano..
e aggiogai le fiere senza giogo, le asservii al giogo e alla soma perché esse succedessero ai mortali nelle grandi fatiche.
Molte cose inventai per i mortali…

Insomma, appare la “tecnologia”, gli strumenti utili al progresso e al miglioramento delle condizioni materiali dell’uomo, soggetto per natura all’abbrutimento della fatica; a partire dalla prima “rivoluzione tecnologica”, il fuoco: la sconvolgente scoperta che cambiò per sempre la dimensione umana stessa da animalesca a “signore della natura”.

Prometeo è dunque il padre della tecnologia, il Titano (tanto superiore a noi) che l’ha donata, rivelandola, agli uomini.

E perché è stato punito così crudelmente da Zeus (Giove, la giustizia, l’equità, l’etica)? Perché questo suo dono fu considerato una colpa?

Per comprendere questo conflitto i nomi sono essenziali e sufficienti: la giustizia, la distinzione tra il bene e il male da una parte e, dall’altra, opposta e in conflitto, la tecnica strumentale.

La tecnica -di per sé così comoda, così ricca di benefici- può essere, senza il giudizio etico e la finalità orientata al bene, una grave violazione, da punire in modo esemplare.
Il mito rappresenta ciò in una scena grandiosa e spaventevole: l’uccello di Zeus (la giustizia) divora il fegato all’artefice dell’oltraggio immobilizzato sull’abisso da catene invincibili.

Gli antichi con questo simbolo ci comunicano la condanna di tutto ciò che non sia volto al bene assoluto e alla giustizia. L’etica deve -con il potere e la forza (Cratos e Dunamis)- soggiogare e dominare la ragione strumentale.

Il pendolo della Storia oscillerà a lungo tra questi due poli.

La metafisica antica, in consonanza con lo spirito del mito, aveva ben chiaro che la scienza naturale applicata, la tecnologia, non poteva essere “franca” soprattutto rispetto all’essenza del vero, alla concezione dell’assoluto.

Prometeo rimaneva ben incatenato.
Fu -alla fine di un lungo processo- con Galilei che la “scienza” venne concepita totalmente autonoma dalla metafisica (che è come dire dalla morale).

La linea di tendenza portava a Voltaire e alla “ragione strumentale” dell’illuminismo (che ,non è un caso, in campo letterario fu il liquidatore della mitologia: basti ricordare la polemica classicista di Foscolo e V. Monti a difesa di quest’ultima).

Il Titano si era liberato: Zeus, la giustizia con il corollario della morale, era spodestato, non regnava più sul mondo. Un motto di successo divenne “s’ei piace ei lice”, vale a dire se piace (e torna vantaggioso) è lecito.

Ma la politica è anche volontà e prassi e prima o poi torna a gridare la sua vocazione e, proprio nell’epilogo della conflagrazione più spaventosa della storia, la seconda guerra mondiale, riguardo la scoperta della energia nucleare ebbe a ritagliarsi lo spazio una voce.

Lo stesso Einstein, nella lettera a F.D. Rooswelt, nel 1945 chiederà di non usare la “bomba atomica” per chiudere la sanguinosa partita della guerra, e lo fece in nome di valori etici e superiori. Ma non fu ascoltato e “Little Boy” esplose nei cieli del Giappone.

Ed eccoci ai nostri giorni: oggi a noi contemporanei si è imposto il fenomeno della obsolescenza programmata, con la sua accelerazione di sempre nuovi rilasci di sistemi e formati, che è in realtà quanto di meno innocente ci sia volto com’è a creare disorientamento e discriminazione tra gli utenti e surrettiziamente sempre nuovi profitti basati su bisogni indotti e per ciò stesso falsi.

Ma all’orizzonte ecco profilarsi la sfida finale, quella del transumanesimo:
la Ybris totale e irreversibile, volta a rifare a piacimento (già, a piacimento di chi?) il creato e, ovviamente, l’uomo.

E l’etica, la morale? Le riflessioni e gli interrogativi su bene e male? Tutto messo a tacere.

È finita dunque? Zeus rimarrà solo una favola d’altri tempi?
Questo fino a che le forze distruttive rimarranno incontrastate: dall’otre regalato da Eolo re dei venti ad Ulisse la furia delle tempeste soffierà implacabile e indisturbata; riuscirà l’eroe a rinchiuderla di nuovo?

Eppure la tragedia di Eschilo ci dice anche come invertire tale deriva:
è CRATOS (il Potere) a doverlo fare secondo il principio che impone ad ogni potere di ispirarsi all’etica, alla stella del bene e del giusto e che dovrà farlo -sempre per gli antichi tragediografi- con la Forza, DUNAMIS, che gli appartiene sulla base “del diritto”.

Freud aveva visto giusto: quelle favole leggono dentro di noi ancora oggi.

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