L’Età esigeva…

The age demanded an image
Of its accelerated grimace,
Something for the modern stage,
Not, at any rate, an Attic grace;
Not, not certainly, the obscure reveries
Of the inward gaze;
Better mendacities
Than the classics in paraphrase!
Ezra Pound, Hugh Selwyn Mauberley

“L’età esigeva un’immagine” scriveva Ezra Pound in una poesia del 1920 (Hugh Selwyn Mauberley).

Senza dubbio, sarebbe necessaria un’immagine che possa fornire una rappresentazione plausibile di un’età, la nostra, che è velata da un’inestricabile caligine che offusca qualsivoglia immagine essa possa dare di sé, se non quella di un’epoca le cui confuse fattezze sono impenetrabili a qualunque descrizione e del cui moto è impossibile scorgere qualsiasi direzione.

L’età esigerebbe un pensiero che possa interpretarne i caratteri, il percorso, che possa riconoscerne il volto, l’essenza.

Non è dato trovare, oggi, alcuna descrizione accessibile che sia fatta da altro che da acritica accettazione o da impietoso giudizio, oppure, al più di fatalistica ammissione della sua ineluttabilità.

Ma il giudizio e l’accettazione non consentono di disvelare l’immagine, di vederne i tratti, percepirne le fattezze, il ghigno esiziale la pulsione nichilistica ed annichilante.

È necessario riconoscere, individuare, anche solo per giudicare: non si può giudicare un coacervo, un caos.

Non è più neanche possibile un “pensiero pensante”, il quale ha bisogno, pur sempre, di una base sulla quale appoggiarsi, per poter insinuarsi nella trama delle cose; ha bisogno di un passato sul quale fondarsi e di un futuro verso il quale dipanarsi: non può procedere in una nebbia fitta nella quale sia impossibile intravvedere alcunché.

Negli ultimi scampoli del flusso temporale, è stata demolita la più parte delle strutture cognitive sulle quali si basava la nostra civiltà moderna.

Pertanto, la domanda è: è ancora possibile che, da queste macerie, possa sorgere un pensiero? Siccome, solo macerie sono quello che rimane di quella materia impalpabile che, per millenni ha costituito il pensiero e, con esso, la civiltà.

Alasdair MacIntyre fornisce un esempio suggestivo (Beyond virtue), anche se limitato alla sola conoscenza scientifica, di una situazione di questo genere.

Egli immagina che le scienze naturali abbiano subito le conseguenze di una catastrofe: dopo una serie di calamità dovute alle conseguenze del progresso tecnologico, la cui responsabilità è attribuita agli scienziati, si verificano sommosse su larga scala che comportano la distruzione di laboratori, centri di ricerca e istituzioni scientifiche, linciaggi di scienziati, distruzione di strumenti, di testi, di supporti informatici, in breve di quasi tutto lo scibile scientifico.

Ovviamente, a seguito di ciò, sorge un movimento politico che abolisce l’insegnamento delle scienze naturali nelle scuole e nelle università, e fa sì che vengano eliminati gli scienziati superstiti.

Parecchio tempo dopo, nasce una reazione contro i movimenti antiscientifici, che avevano imperversato per lungo tempo, e un gran numero di persone si impegna per cercare di riportare in vita ciò che, in passato, era conosciuto sotto il nome di “scienza”.

Tuttavia, a quel punto, il termine “scienza” non è più altro che un significante vuoto, un vocabolo del quale si è obliato il reale senso, essendosi persa la memoria di che cosa propriamente fosse la conoscenza scientifica.

Rimangono soltanto sparsi frammenti che consentono di intuire, a malapena, che la scienza fosse fondata su esperimenti, senza più alcuna nozione circa il contesto teoretico che dava loro un significato; pezzetti sparuti di teoria, senza alcun legame tra loro; strumenti dei quali è stata dimenticata la funzione; disperse pagine di libri o di articoli che trattavano di argomenti scientifici.

Ciononostante, quei brandelli di informazione vengono riesumati, raccolti e assemblati senza criterio, cercando, così, di ricreare ciò che, un tempo, era conosciuto come “scienza”, nelle sue diverse discipline: fisica, chimica, biologia e altro ancora.

Si inizia quindi ad elaborare quei frammenti e a discuterne come se avessero un senso compiuto, credendo così di aver ricreato le antiche scienze.

Gli uomini iniziano ad usare i termini scientifici ma questi sono privi di contesto, dal momento che la più parte delle nozioni e delle teorie è andata smarrita, quindi, in modo del tutto arbitrario, privo di coerenza e di significato.

Questo mondo immaginato dal filosofo scozzese è, per alcuni versi, simile a quello che si sta dipanando sotto i nostri occhi, senza che, peraltro, si sia verificato alcun cataclisma improvviso.

Tuttavia, diversamente da quel mondo, non ha perso di significato solo il concetto di “scienza” (nonché di etica, come egli spiega successivamente), ma di tutte le strutture sulle quali si è basata, fino a poc’anzi, la nostra civiltà, non solo quelle epistemiche, come abbiamo detto, ma anche quelle materiali: le strutture cognitive nate dalla rivoluzione scientifica, quelle politiche nate dal superamento dell’Ancien Règime, finanche le strutture economiche nate dalla rivoluzione industriale (le strutture tradizionali erano già state abbattute da un pezzo).

Le scienze della natura (che la presunzione degli sciocchi chiama “scienza” tout court) non hanno conservato quasi nulla della loro funzione cognitiva; il nome “scienza”, privato di significati reali, è un vuoto feticcio da adorare, una pleromatica sineddoche produttrice di dogmi, ai quali appuntare la propria fede; un totem, cui è prescritta adorazione e una serie riti officiati dal clero regolare, di questa novella religione del Sovrano, che è necessario celebrare, pena l’esclusione dalla comunità dei credenti.

Extra ecclesia nulla salus

Cotale pseudoscienza non è più altro che una riverberazione della raison d’Ètat che plasma le cosiddette “evidenze scientifiche”, a propria immagine e somiglianza, e le trasmette attraverso fantasmi epistemici (gli “esperti”), in modo da condurre l’essere sociale nella direzione voluta.

Questo schema funzionò egregiamente quando si volle protagonista l’economia, pseudoscienza per eccellenza, che nacque scimmiottando la fisica newtoniana e la applicò ad un’immaginaria “macchina sociale”: «la meccanica dell’utilità e dell’interesse individuale»[1].

Da questa meccanica immaginaria, essa pretese di estrapolare leggi e poi confezionare arbitrari vincoli, cogenti e ineludibili, ai quali la sfera politica ha voluto entusiasticamente conformarsi.

Ma, l’epitome di questa adequatio rei et intellectus è stata incarnata, in questi ultimi anni, dalla medicina, che ha assunto il ruolo di fonte privilegiata di produzione di dogmi, ancorché essa non sia propriamente scienza ma metascienza, ossia coacervo sistematizzato (più o meno) di altre scienze, e gabellata, nel pubblico discorso, come generatrice di certezze, una sorta di fisica della salute individuale e pubblica (quest’ultima è aritmetica per oligofrenici), il cui compito è quello di asseverare la teologia e la teleologia del sovrano.

Naturalmente, le strutture politiche, costruzioni fragili e complesse, non potevano uscire indenni, da questa commedia di ombre, e persistono, ormai, solo come vuoto rituale di acclamazione, nel quale, gli idola somministrati alla folla hanno preso il posto delle divinità di un pantheon a misura di oligofrenici, nel quale si evocano deità benefiche e terrifiche, in un crescendo di confusione che spinge le folle ad affidarsi alla protezione di improbabili uomini della provvidenza.

Le strutture economiche, d’altro canto, si sono dissolte in un’astrazione fatta solo di segni contabili, ormai, è quasi completamente avulsa dalla produzione di “valore”.

Le folle sono state plasmate da opportune parole magiche coniate all’uopo e persuase di essere dirette verso un luminoso destino che vedrà compiersi la “dematerializzazione” dell’economia: non è forse più elegante liberarsi della prosaica materia ed ottenere quel profitto, da tutti agognato, attraverso la mera moltiplicazione dei numeri, la forma crematistica quintessenziale, quella che risiede nel mondo delle idee platoniche, nel quale il profitto, distillato e smaterializzato, potrà crescere indefinitamente attraverso processi autopoietici? Non è forse più signorile emanciparsi dall’inelegante arretratezza della sfera produttiva, dalla sua avvilente volgarità fatta di ingranaggi, frastuono, macchine, maestranze sudate, insoddisfatte e riottose o, peggio ancora, di fango, armenti e letame, e volare verso l’empireo della moltiplicazione finanziaria dei segni contabili, con la sua promessa di ricchezza senza fine?

Una favola molto bella, assai efficace per la massa infantilizzata ed avulsa, ormai, da qualsiasi contezza che esista anche un mondo reale “al di fuori di quello schermo”.

Persino il linguaggio sta perdendo ogni sua funzione.

Da un lato, esso è coartato dalle catene censorie del “politicamente corretto”, e già, da questo sintagma, si può scorgere la confusione semantica sulla quale si poggiano le moderne allucinazioni di massa, dato che non si tratta affatto di correttezza politica, bensì, eventualmente, di appropriatezza sociale; da considerarsi, semmai, come le antiche norme circa la buona educazione, come quella, che stigmatizzava l’emissione di flatulenze durante una cena elegante.

Da un altro, esso è affetto da una progressiva privazione del significato dei significanti, la cui più parte è ammantata da una tale vaghezza da non riuscire più a significare alcunché, se non slabbrate nuvole di concetti nelle quali l’emotività ha usurpato la semantica.

Da un altro ancora, è infettato da una congerie di neologismi privi di contenuto, in genere preceduti da un prefisso come “trans-“, “post-“ “neo-“ (anche se quest’ultimo sta passando di moda), che sono l’espressione di un neo-pensiero costituito da quel coacervo di deliri psicotici che guidano lo spirito del tempo, nei quali si discetta, senza provare imbarazzo alcuno, su escrescenze concettuali come il transumanesimo (che è definito anche post-umanesimo) o il trans-genere, turpi fantasticherie allucinatorie che riescono ad attecchire solo nelle menti ottenebrate dalla rappresentazione mediatica di una realtà fantasma.

E così, il pensiero non è più altro che l’introiezione dell’immondizia del tempo e la sua riproiezione in una congerie di vacui messaggi, che rimbalzano tra quei ripetitori che si ha ancora l’ardire di definire “individui”, i quali non riescono più a fare altro che riverberare ciò di cui sono stati ingozzati.

È dunque assai arduo ottemperare a ciò che l’età esigerebbe che, si badi bene, non è un’esigenza meramente ermeneutica, una sorta di esercizio accademico per elaborare un’elegante rappresentazione storica dell’età, una sua “teoria”.

Questo potrebbe essere, al massimo il punto di partenza per iniziare ad abbozzare un katechon per quest’età, che è nichilistica ed esiziale e sta annichilendo tutto ciò che viene toccato dalla sua furia iconoclastica, finanche il vivere civile.

Aver contezza dell’immagine dell’età è solo un punto di partenza, ma un punto di partenza inevitabile ed ineludibile per cercare, seppur faticosamente, di elaborare una prassi che ne sia consona.

Non è più possibile pensare soltanto a ritocchi cosmetici a questo o quel particolare della prassi corrente come, da troppi anni, fanno le forze che inscenano una commedia nell’agone politico, oppure quelle che si piccano di definirsi “antisistemiche” (risate in sala), le quali, come carpe in uno stagno, si nutrono immancabilmente della pastura che viene loro somministrata dalla Weltanschauung del sistema, fregiandosi di tante piccole iconcine da contrapporre ad esso: Keynes contro Hayek, Gramsci contro Kissinger, Marx contro Einaudi, finanche Che Guevara contro Klaus Schwab. 

Costoro sono ancora assorti in una mitologia d’accatto, in una “nostalgia delle origini” (Mircea Eliade), nella quale vagheggiano un’arcadia perduta incarnata da una panoplia di santini imbibiti di rimpianto: i “trenta gloriosi”, il piano Beveridge, le lotte operaie, i padri costituenti… e perché non Mazzini e Cavour, o Cesare e Pompeo?

Et in Arcadia ego.

Purtroppo, l’età ci indica che è tramontato il tempo dei pargoleggiamenti nostalgici, delle prassi cosmetiche che anelano ad una Parusia progressiva, un messianismo da accattoni.

Il flusso del tempo non fa retromarcia: ciò ch’era appropriato ieri e avantieri (quando lo era), non lo è più, perché l’oggi è informato da cause diverse e diversi effetti e le idee possono plasmarsi in ideologie, e queste incarnarsi in prassi, solo in presenza di alcune caratteristiche storiche e materiali, non di altre, siccome il vigore e l’avvenenza non fioriscono nell’età senile.

Per questo, l’età esigerebbe un’immagine vera, “eidos”, per poter concretarsi in logos (da cui “ideologia”), e non di vacue fantasie o pie illusioni, saturnini vagheggiamenti o vaneggiamenti puerili, che si limitano ad accarezzare le angosce delle folle o a pilotarne le pulsioni e le istanze verso le secche dell’inconcludenza.

No, oggi non si può più guardare a quel passato, che qui ci ha condotto, nella speranza di trovare una risposta, tutt’al più se ne potrebbe ricavare un’ispirazione, ma non vi è più una guida, un archetipo, finanche uno stereotipo, nella storia recente, che possa essere utile per destreggiarsi nelle nebbie del presente.

E nemmeno ciò che è immediatamente visibile, che ci circonda e permea di sé l’intero orizzonte attuale, può essere confuso con l’immagine dell’età, non solo perché, ciò che è immediatamente visibile, è cangiante e proteiforme, perché è costantemente plasmato dal flusso delle immagini che i signori dell’età proiettano su essa.

Dunque è stolto seguire questo flusso, appuntare lo sguardo su quest’immagine posticcia e transeunte.

È inutile opporsi continuamente a ciò che cambia di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto, perché, in questo modo, non si contrasta lo spirito del tempo, la sua Weltanschauung, ma ci si fa solo trascinare da esso, come tanti pupi dei quali un puparo decide i movimenti.

È necessario osservare le forme cangianti dell’età da un diverso orizzonte, seguirne il movimento con lo sguardo della mente, le traiettorie evolutive che, dallo ieri hanno portato all’oggi e cercano di determinare la forma del domani; ossia, seguirne la teleologia: solo così se ne possono cogliere le biforcazioni, i bivi che potranno condurre ad un domani che non sia la deprecabile coazione dello ieri.

L’immagine di quest’età è come una statua di cristallo infranta, neppure i suoi demiurghi sono più in grado di intravvederne le fattezze, e si muovono tentoni, in maniera sciatta e scriteriata, cercando di ricostruirne una che sia sintonica con le loro insane allucinazioni.

Per questo è ora di abbandonare l’agone ch’essi hanno predisposto, smettere di seguire tutti i deliri psicotici che vengono quotidianamente confezionati, allo scopo di costituire facili bersagli per tutti coloro che si piccano di essere “antisistemici”, per iniziare a elaborare un’immagine reale dell’età: solo così sarà possibile pensare di ricostruire, dalle sue macerie, un’età diversa.


[1] Cfr. S. Jevons, The theory of political economy, 5th Edition. Reprints Of Economic Classics. Augustus Kelley, New York 1965

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Zombo1984
Zombo1984
6 mesi fa

Profondo, decisivo, individua perfettamente i punti chiave del delirio odierno. Da leggere e rileggere molte volte. @ppdalmon si conferma una delle poche menti illuminate del nostro tempo, assieme al Pedante e agli amici di Frontiere. Standing ovation.

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