L’efficacia della narrazione ovvero l’ennesimo “anno zero”

Il pensiero unico delle oligarchie finanziarie transnazionali che dominano il pianeta non è di destra né di sinistra, e non è neppure di centro. Se si vuole provvisoriamente mantenere questa obsoleta e fuorviante metafora spaziale, esso è di destra in economia (potere del denaro), di centro in politica (potere del consenso) e di sinistra in cultura (potere dell’innovazione del costume). Lo smantellamento (di sinistra) delle vecchie forme conservatrici delle forme di vita tradizionali borghesi e proletarie, fatto in nome della modernizzazione nichilisticamente permanente, è funzionale ad un allargamento globale del mercato e del connesso potere del denaro che questo comporta (di destra). Questo è il punto essenziale da capire.

Costanzo Preve

Viviamo in un periodo storico in cui l’inadeguatezza delle forze politiche, da quelle più grandi a quelle minuscole, a rappresentare i bisogni materiali, anche solo minimi, delle persone comuni è la norma. Una situazione che va avanti oramai da decenni.

In realtà, avendone consapevolezza, l’inadeguatezza sarebbe già qualcosa, potrebbe essere una base da cui partire, ma nella stragrande maggioranza dei casi siamo già oltre: si tratta di completo scollamento, fino ad arrivare ad aperta ostilità e disprezzo nei confronti delle masse popolari.

Parlare di “anno zero” della democrazia è quindi cosa scontata, ma quello che viviamo è una sorta di eterno anno zero, lo è da molto tempo.

Siamo precipitati in una bolla spazio-temporale, in cui la regola da imporre è il concetto di “La fine della Storia”, teorizzato da Francis Fukuyama, come impero eterno del dominio assoluto e incontrastato del capitalismo, attraverso una forma di pensiero unico globale, non solo in senso geografico, ma financo in tutte le sfere della vita umana, lasciando però intatta l’illusione della libertà individuale. Ed è appunto solo un’illusione, considerato ciò che abbiamo vissuto nell’ultimo semestre e più, tramite l’istituzione dell’emergenza sanitaria, che si è rivelata essere non altro che l’ennesimo vincolo esterno per imporre ancor più una dittatura “dolce”. Un capolavoro inedito e curato nei minimi particolari. Una sorta di Leviatano che fagocita anche gli opposti, rendendoli poi putrida massa pronta al consumo.

Questa bolla fino a poco tempo fa sembrava si stesse incrinando, messa a dura prova dall’insorgenza di quelli che apparivano come anticorpi e avevano iniziato a minarla dall’interno, sotto la spinta di un’esigenza di rinnovamento che trovava la sua rappresentazione, seppure parziale e contraddittoria, nel delinearsi del mondo multipolare. Un multipolarismo che non appariva solo geopolitico, ma anche a carattere ideologico-culturale. Si potrebbe dire che viveva in mezzo al popolo. Ne sono stati esempi concreti il referendum sulla Brexit, la vittoria di Trump, la vittoria contro la riforma (in)costituzionale di Renzi, l’affermazione delle forze “populiste” in Italia il 4 marzo del 2018, che hanno dato vita, anche se breve, al governo gialloverde, e il fenomeno inedito dei gilet gialli in Francia.

Tutti segni questi, beninteso, parziali e in alcuni casi assai contraddittori, erano però generati da una forte spinta popolare, segnale di un disagio diffuso e di un’embrionale volontà di cambiamento radicale.

La bolla si stava incrinando, ma il ricorso al nuovo vincolo esterno sanitario ha reso tutto questo per ora inutile, come appartenente a un passato remoto e non ad appena un arco di qualche anno e addirittura di qualche mese. La dittatura sanitaria globale ha ripreso l’opera interrotta e ormai quasi completamente irregimentato le masse, rendendole alla stregua di pecorelle smarrite e impaurite.

Di fronte a tutto ciò, i cosiddetti sovranisti di tutte le risme si sono dimostrati finora inconsistenti e inadeguati.

Buona parte dell’equivoco nasce da un “significante” che non ha senso o quasi, e da un significato vuoto.

Dopo lo scalpore suscitato per la nuova voce inserita all’interno dell’enciclopedia Treccani sul “sovranismo psichico”, un atto grave di medicalizzazione del dissenso, che ricorda i tempi bui dei totalitarismi, quelli che usavano internare gli oppositori in manicomi, dichiarandoli di fatto malati di mente, ora abbiamo anche lo stigma di “negazionista”, affibbiato a chiunque osi criticare la narrazione dominante sulla pandemia. Concetto che riecheggia in maniera inquietante l’antisemitismo, ribaltandolo.

Questo addirittura con l’ausilio di tre quotidiani ascrivibili al campo progressista: il Manifesto, il Fatto Quotidiano e la Repubblica. A ulteriore dimostrazione del fatto che i concetti di destra e sinistra non hanno più senso, soprattutto per la sedicente sinistra che fa completamente sua una narrazione subalterna al totalitarismo del pensiero unico globalista, quindi funzionale di fatto al dominio politico, economico e culturale del Grande Capitale.

Tuttavia, il termine sovranismo è solo una convenzione, che si presta a un uso strumentale da parte del nemico, una convenzione per molti versi inutile, perché se sovrano è il popolo, sovrano però è anche il re o il tiranno. “Sovranismo” può essere in sé concetto utile, appunto, solo in tempi bui come questi, tempi in cui si è perso il senso delle cose.

Quindi, non di generico sovranismo bisognerebbe parlare, ma di necessità di maggiore sovranità. Sovranità monetaria, sovranità sulla propria salute, sulla libera scelta, sovranità popolare e sovranità nazionale. Sì, sovranità nazionale, in quanto non bisogna vergognarsi di usare questo concetto pensando che sia reazionario o addirittura fascista. Perché, in questo caso, significante e significato hanno non solo senso, ma qualificano anche la sostanza, determinando un’unione piena tra forma e contenuto.

Quando, per esempio, si parla di necessità di nazionalizzare, dovrebbe essere naturale e logico che il riferimento sia a una nazione specifica nel pieno esercizio della sua sovranità. Non ci possono, pertanto, essere nazionalizzazioni senza nazione, dando al contempo un valore negativo al concetto stesso di nazione: questa è una vera e propria insensata antinomia.

Lavorare per la liberazione di un popolo vuol dire anche dare senso alle parole e alle espressioni, liberarle dalle incrostazioni ideologiche novecentesche e da quelle del pensiero unico dominante che, con l’uso di vecchie categorie e di una neolingua senz’anima, vuole manipolarci per poterci meglio dominare e controllare.

Della differenza tra nazionalismo e patriottismo hanno parlato anche altri e più volte, ma è bene ricordare che mentre il primo rivendica la supremazia della propria nazione sulle altre, e quindi è bellicista, il secondo si rifà con orgoglio all’appartenenza territoriale a un Paese con tradizioni culturali, artistiche, di eccellenza scientifica e produttiva. Il patriottismo è sentimento di unità di un popolo, è solidarietà tra cittadini e lavoratori della stessa Nazione, ma essere patrioti vuol dire anche riconoscere l’esistenza e la pari dignità delle altre nazioni e degli altri popoli. Il patriottismo è l’unico e autentico internazionalismo.

Proprio e anche in virtù di ciò, è assolutamente ridicolo temere un ritorno del fascismo storico, quando quello che sta accadendo realmente non ha precedenti nella Storia dell’umanità: una “dittatura dolce” globale degli intelligenti, de “Leconomia” e de “Lascienza”, che ha come fine non solo la ridistribuzione delle ricchezze e delle risorse sempre più dal basso verso l’alto, ma anche l’espropriazione al popolo di ogni potere democratico, perfino del diritto alla salute da parte di poteri sovranazionali, élites economiche e scientifiche, e decisori dominanti di varia natura, promuovendo quindi maggiore controllo sociale e maggiore manipolazione.

In realtà, questo terrore per un fascismo inesistente non solo serve a distrarre le masse, ma anche paradossalmente a legittimare proprio tale espropriazione, attraverso un meccanismo, questo sì totalitario e fascista, dal duplice effetto: indurre il popolo a convincersi che la colpa è sua e, quindi, da una parte che la cessione di sovranità è sacra e indiscutibile, dall’altra che la democrazia non se la può permettere perché ignorante, corrotto, “analfabeta funzionale” e predisposto ad essere plagiato dai populismi. Così come la colpa è sua se il virus, qualsiasi virus, si diffonde, perché il popolo ignorante non vuole attenersi alle regole. Andando oltre, la colpa è anche sua se si ammala, quindi deve essere recluso per il suo bene.

L’efficacia di questa narrazione è data anche dall’effetto collaterale, perverso e intenzionale, di trasformare più persone possibili in autentici agenti che lavorano per la propaganda e per la delazione, come autentici kapò, convinti di costituire un’eccezione rispetto alla massa imbelle, e meritevoli quindi, di fronte a una virtuale giuria cosmopolita di eletti, di scalare la vetta della consapevolezza.

Un’interferenza giocata tutta a livello subliminale e con raffinatezza, inquinando sistematicamente e continuamente la coscienza di milioni di persone, annullandone lo spirito critico e sostituendolo con false credenze e false ribellioni. Questo per esempio è uno dei fini non dichiarati, ma lampanti, di movimenti effimeri come quello che si esprime attorno alla figura di Greta Thunberg, oppure quello nostrano delle “sardine”, o ancora quello della Black Lives Matter. Nuove primavere colorate eterodirette, nelle quali il nemico è l’inquinatore, l’odiatore, il divisivo, figure astratte e fluide, che richiamano alla mente Orwell.

Tanto ci sarebbe anche da dire su molte inutili ed equivoche espressioni apparentemente in controtendenza, ma che nascondono comunque il marchio di una manipolazione e di direzioni esterne.

Lo spostamento sistematico del conflitto verso il senso di colpa decreta il suo annullamento, nonché l’annullamento dell’esercizio democratico nella sfera del “politico”, ma anche nelle sfere della cultura e della scienza, le quali hanno prosperato nei secoli grazie proprio a un fecondo conflitto. È sufficiente, a tale proposito, guardare senza pregiudizi a quella che è stata la storia del pensiero filosofico e scientifico dell’intera umanità.

Uscire dalla gabbia è l’alternativa, alternativa a un mondo del T.I.N.A. senza più alternative.

Uscire dalla gabbia vuol dire rigettare innanzitutto il concetto stesso di vincolo esterno, ma farlo con estremo realismo, considerando i rapporti di forza e la natura dei vincoli (UE, OMS, FMI ecc.).

In questo senso non si può avere come priorità essenziale la sempiterna rivendicazione di uscita dalla NATO, posta addirittura come precondizione rispetto all’uscita da ogni altro vincolo esterno. Sarebbe solo wishful thinking, pensiero desiderante utopico, scarsamente connesso con la realtà, che in molti casi non è altro che un malcelato altro-europeismo.

È bene, infine, ribadire che il vincolo esterno, nella sua accezione più onnicomprensiva, viene presentato come un buon padre di famiglia. È indispensabile affidarsi a lui, senza alcuna remora. Ai sudditi spettano solo “panem et circenses”, ma in dosi sempre più ridotte, in vista anche della riduzione dell’aspettativa di vita, e in più la necessaria illusione della libertà avvolta in un involucro anestetizzante che consente e agevola la conservazione dello status quo .

Il compito è molto ambizioso. Non può essere quello di costruire l’ennesimo partitino mascherato da movimento o l’ennesima setta sovranista, con particolare affezione, ossessione e attaccamento nei confronti della normatività di taglio persino autoritario, ma quello di contribuire alla costruzione di un autentico movimento di massa e di popolo finalizzato alla liberazione dalle catene da qualsiasi vincolo esterno.

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lo
ciao