Le cubiste della pseudoscienza

La situazione creatasi col manifestarsi dell’epidemia di Covid-19 ha fornito il palcoscenico ideale per quella maldestra genia di guitti e saltimbanchi che è conosciuta sotto il nome di “esperti”, ovvero coloro i quali sono chiamati a pargoleggiare, in pubblico, sui vari temi, di sedicente “carattere scientifico”, che debbano essere portati all’attenzione delle masse, ogniqualvolta vi sia il bisogno di realizzare un’agenda politica.

La funzione dei suddetti guitti è, in genere, ben lungi dall’essere quella di fornire una corretta informazione, ma ha lo scopo di confezionare una favoletta pseudoscientifica da ammannire alle folle per confonderne le idee ed alimentare il panico, secondo i desiderata di coloro ai quali costoro devono la propria nomea.

In questo caso, abbiamo assistito ad una vera operazione di shock and awe che ha avuto lo scopo, prima, di disorientare, poi di terrorizzare il popolo, in modo di introdurre surrettiziamente una governamentalità che non fosse più basata sulla dialettica politica, sulle istituzioni democratiche o, finanche, sulla Carta Costituzionale ma su una serie di ben confezionate “verità scientifiche”.

Queste “verità” vengono inverate dalla forza della propaganda che forma il pensiero delle folle, nonché da tutto l’armamentario dei moderni strumenti asseverativi, come i vari curricula (manipolati con opera o omissione)¹, gli indici di citazioni, la declamazione di presunte “evidenze scientifiche”; ovvero tutto quello che serve a fornire un’aura di autorevolezza scientifica ad arbitrarie affermazioni da fattucchiere.

In questa vicenda abbiamo appreso che non vi fossero “evidenze scientifiche” per bloccare i voli dalla Cina o per “effettuare tamponi agli asintomatici” (di grazia, come avrebbero dovuto essere ottenute, queste evidenze?); che a febbraio, in Italia, il contagio fosse impossibile; e che la seconda ondata del coronavirus in autunno sia una certezza; che le mascherine servono ma, forse, non servono, che i guanti sono indispensabili ma, forse, dannosi.

Un’informazione puntuale e precisa come la seguente filastrocca che recitavamo da fanciulli:

Conobbi un tempo un ricco poveruomo,
Che cavalcava un nero caval bianco,
Salìa scendendo il campanil del duomo.
E gli doleva il lato destro al lato manco.

Questo avanspettacolo di bassa lega che, ormai, si replica quotidianamente (manco Jesus Christ Superstar a Broadway), e che sarebbe quasi esilarante se possedesse la levità dell’avanspettacolo di un tempo (non avendone superiore contenuto cognitivo), e se non avesse il retrogusto, alquanto stomachevole di un’operazione che, de facto, ha fatto strame della scienza, propriamente detta, per sostituirla con una grottesca maschera pseudoscientifica, fatta di affermazioni apodittiche non supportate da alcuna “evidenza” e di censura per ogni voce discordante.

Ciò che era idiografico (descrittivo) è stato spacciato per nomotetico (normativo), ciò che era indeterminato è stato spacciato per certo, ciò che era sconosciuto, per acclarato. Il feticismo dei modelli matematici, ad mentulam canis, ha gabellato un’ipotetica (ed assai implausibile) traiettoria evolutiva del sistema (tra infinite altre possibili) per destino ineluttabile.

Eh sì, le immaginifiche proiezioni epidemiologiche hanno calcolato il virus come sola ed unica variabile in un sistema complesso, come se si trattasse dell’espansione di un gas nel vuoto (ma, ahimè, i sistemi sociali sono fatti da innumerevoli diavoletti di Maxwell).

D’altra parte, perché affannarsi a supportare, secondo scienza e coscienza, le pargoleggianti chiacchiere da taverna che servono a promuovere le “verità” desiderate, quando basta affermarle con cipiglio? Quando queste possiedono già in sé la forza veritativa della necessità, che è quella di realizzare l’agenda di coloro che hanno creato l’autorevolezza di codesti guitti?

Perché basarsi su cose desuete come metodo e regole quando è sufficiente uno scomposto dimenarsi da cubiste per catturare l’attenzione delle folle? Le regole servono se si vuole trattare di scienza, per la pseudoscienza basta la spudorata esibizione di sé.

Altra vittima illustre di questa batracomiomachia è stata la cosiddetta scienza medica, che è metascienza, più che scienza, unione di saperi, pratica ed esperienza, idiografica e nomotetica al contempo, conoscenza esplicita ed implicita², la cui credibilità e funzione (sia cognitiva che fattuale) è stata sgretolata dagli sconclusionati ipse dixit di questi cialtroni che hanno fatto cloaca di ogni epistemologia e di ogni deontologia con una voluttà iconoclastica che ricordava quella dei talebani al cospetto dei Buddha di Bamyan –après moi le déluge-.

I loro occhi brillavano di lussuria scorgendo nell’epidemia l’occasione irripetibile di esibire, ascoltati dal vasto pubblico, i propri ancheggiamenti verbali, e intravedendo –finalmente!- innanzi al loro sguardo l’immagine della Gerusalemme Celeste, ovvero una società jatrocratica nella quale i loro piccoli ego, meschini e negletti fino ad ora, avrebbero potuto spadroneggiare come novelli satrapi.

Li abbiamo visti esaltare, con estremo sprezzo del ridicolo, le persecuzioni dei corridori solitari o le battute di caccia per stanare viandanti appartati nei boschi, finanche lodare gli elicotteri che scatenavano la loro foga contro il passeggiatore sulla battigia.

Non è stato neppure risparmiato il pubblico linciaggio di un rinomato clinico che testimoniava lo scemare dell’epidemia. Ma i numeri incontrovertibili, come quelli dei ricoveri in rianimazione, sono, evidentemente, più controvertibili di quelli degli iperuranici modelli matematici o delle fandonie di una veterinaria di provincia.

Il latrare della canea si è scatenato persino contro un eminente virologo la cui colpa è stata quella di mettere in dubbio coteste psichedeliche proiezioni, intrise di controfattuali lisergici, le quali, però, avevano il pregio incommensurabile di essere funzionali al criterio dello shock and awe così caro all’agenda politica.

Ma, si sa, nel grande circo della pseudoscienza, gli esperti sono come il gatto di Schrödinger: credibili e non credibili al contempo.

“Il tutto è il falso”³.

Cos’ha potuto capire, da tutto questo disordinato, il proverbiale “uomo della strada”? Naturalmente, nulla, dal momento che è stato sottoposto ad una
babele di informazione che erano, al contempo, apodittiche ed antinomiche, ma tutte asseverate dal miracoloso potere de Lascienza, la divinità suprema del pantheon postmoderno
.

Come ha potuto comprendere qualcosa una popolazione che è fatta oggetto di un bombardamento quotidiano di “bollettini di guerra”4, fatti di “conta” dei morti, di filmati drammatici, nei quali si vedevano terapie intensive debordanti di morituri, convogli militari che trasportavano bare su strade deserte, nella notte?

Nulla, naturalmente, e nulla di tutto questo era per far comprendere alcunché: Lascienza è un idolo, una divinità terrifica, non va compresa ma idolatrata e temuta, la cui ira va placata tramite offerte sacrificali e ai cui sacerdoti va tributata incondizionata obbedienza.

I suoi oggetti di culto sono bifronti, da un lato totem, dall’altro tabù: le totemiche mascherine alludono simbolicamente ai supremi tabù dei nostri tempi, il contatto sociale, la promiscuità, le relazioni umane scevre dalla paura.

La liturgia biopolitica è fatta di simboli e azioni che determinano l’inclusione e l’esclusione in una sublime, quanto assurda, antinomia: ci si può includere solo escludendosi, perché la communitas è incompatibile con l’immunitas. E, infatti, ora che l’epidemia sta scemando come neve al sole, ci è capitato di assistere allo spettacolo dell’anziano pedalatore che, con estremo sprezzo del pericolo, si inerpicava, in sella ad un velocipede “high tech”, per un’erta solitaria, rantolando, con respiro preagonico, nel tentativo di aspirare un poco di aria attraverso quel feticcio immunitario che è diventata la mascherina; o alla virago urlante che inveiva contro un passante, il quale camminava dal lato opposto della strada senza indossare il totem facciale (peraltro non prescritto). Missione compiuta!

Ma, che dire dello smarrimento che si legge negli occhi dei guitti della pseudoscienza, ora che l’emergenza sta cessando?

«Ma come» dice il loro sguardo e il loro affannoso bamboleggiare «ora dobbiamo tornare ad essere i mediocri personaggetti che eravamo prima? Niente più onori della cronaca, niente più spadroneggiare come tanti piccoli ras del quartiere?»

No, non è il caso di preoccuparvi, cari guitti, potete ancora terrorizzare il pubblico con la leggendaria “seconda ondata”, che sarà ineluttabile come una profezia auto avverante: i virus abbondano e basterà chiamare “Covid” la classica influenza stagionale che, come ogni anno, darà mostra di sé il prossimo autunno, così come venivano descritte come “Covid” tante diagnosi di decesso o di malattia che si ostinavano, con caparbietà, a restare negative ai tamponi. Che importano i fatti?

Lascienza, in fondo, è un’impresa assai semplice: il pensiero magico sa, da tempo immemore, che è sufficiente dare un nome ad una cosa, per far sì che, magicamente, la cosa diventi quel nome.

[1] Igienisti che diventano virologi, nei titoli dei giornali, altri esperti per i quali viene omessa la vera laurea, che non è in medicina umana ma veterinaria
[2] Vedi Michael Polany, Personal knowledge. Toward a post-critical philosophy, Routledge & Kegan Paul, London, 1962
[3] Theodor W. Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino 1979, p.48 (inversione della formula hegeliana: “Il vero è il tutto”)
[4] Peraltro somministrato da personaggetti che riuscivano a rendere ridicolo finanche uno spettacolo di tale tragicità

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lo
ciao