Individualismo come spirito del Capitalismo

Nel 1905 Max Weber scrisse L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo… L’uomo, sacerdote di se stesso, che, attraverso la ricchezza accumulata, ha un segno della grazia divina, la prova della sua elezione; l’etica protestante diventa così una sorta di precondizione per lo svilupparsi del capitalismo.

Del resto, nella sua fase di crescita ed ascesa, il sistema capitalistico è, chiaramente, un sistema economico improntato sull’individuo, ovvero sullo sfruttamento individuale di un certo numero di lavoratori, salariati, i proletari, appunto, affinché producano profitto per lui e, di conseguenza, per i suoi eredi che, presumibilmente, rinvestendolo, lo accresceranno.

L’etica del capitalismo, ovvero la sua essenza più profonda, risiede dunque nella benedizione derivante dal profitto o, più specificatamente, dal saggio di profitto. Questo è il nodo centrale di una matassa che si dipanerà quasi senza grovigli, fino ad arrivare ai nostri giorni.

Ma una riflessione strettamente economica, in questo caso, sarebbe estremamente riduttiva, noiosa e, finanche inutile perché quel che è accaduto, in cento anni di falso evoluzionismo e svilente progressismo, è stata una vera e propria mutazione antropologica, dell’essere sociale, promossa in contemporanea ai cambiamenti avvenuti nei diversi cicli di accumulazione: ovvero il mutare del ciclo di accumulazione capitalistico rende necessario il cambiamento sociale affinché l’individuo sia funzionale al nuovo sistema. Questo implica un addentrarsi nell’inesplorato sentiero che porta alla comprensione, non solo del come, ma del perché la nozione di individualismo si sia fatta strada all’interno di una società mutante, per strappi culturali, che è passata dal Dio, patria e famiglia a Dio è morto, la mia nazione è il mondo e single è meglio.

Da un punto di vista sociale, questa riflessione, apre la strada ad una concezione antropologica che è praticamente assente in Marx, o, per lo meno, molto limitata, e che è rimasta al margine di quel pensiero post marxista che, ahinoi, solo raramente, è stato capace di andare oltre il mero economicismo. Bisognerà aspettare il ‘900 perché qualcosa, in tal senso, si muova e si sviluppi una riflessione più profonda, ed arrivare al pensiero di Preve affinché un passo decisivo, in tal senso, si compia.

Nel momento in cui Weber redige lo scritto sopra citato, non c’erano ancora stati Weimar, la Rivoluzione russa, la prima guerra mondiale, l’avvento del fascismo e del nazismo. Questi due ultimi fenomeni sono estremamente interessanti, da un punto di vista socio-politico, non solo perché legati ad accadimenti economici e sociali peculiari, ma perché rappresentano una sorta di svolta storica unica nel loro genere.

Né Mussolini né Hitler avevano gradi nell’esercito, ovvero non erano militari, ed infatti istaureranno, entrambi, una dittatura non militare.

Mussolini, sancirà la morte della breve monarchia parlamentare ed un nuova forma di potere carismatico dell’individuo, un nuovo concetto di assolutismo non regale e, quindi, non legato al sangue né, appunto, militare, come era avvenuto con Napoleone o avverrà in Spagna, Grecia e nei paesi dell’America latina, ma un potere raggiunto con un colpo di mano che, in qualche modo, trasforma e sovverte le regole del gioco. Mussolini e, dopo di lui, Hitler e Salazar, usa il parlamento quasi a legittimare la sua presa di potere, salvo poi delegittimare lo stesso e svuotarlo di ogni funzione e ciò avviene con la benedizione dei due poteri quello spirituale, del Papa e quello temporale del re.

Un potere individuale che non necessità di giustificazioni “esterne”, divine, di sangue o militari, per avere luogo ma anzi sfrutta quello che, per antonomasia, rappresenta il culmine del processo democratico, ossia il parlamento.

Brevemente, ma molto è stato scritto, possiamo dire che le dittature novecentesche rappresentano, per diverse ragioni, l’humus di un capitalismo che sta mutando la sua natura ma che vede ancora, nello stato protettore, un prezioso alleato ed una formidabile fonte di aiuto; più tardi anche i sindacati ed i partiti di massa daranno la loro parte di aiuto, ma questa è un’altra fase della storia politica.

L’aumentare del saggio di profitto dopo la seconda guerra mondiale, l’incremento dell’industria manufatturiera, l’ascesa trionfale, ed il consolidarsi, di un lungo ciclo di accumulazione capitalista che durò fino agli anni ’60 ed in parte ’70 sono l’essenza del post ventennio.

Da un punto di vista sociologico, da quel momento inizia la strana convivenza tra individualismo e massa che si esplicita, per esempio, nel contemporaneo rifiuto del conformismo ma nell’uniformarsi ad alcuni diktat precisi, nella nascita di numerose organizzazioni politiche e culturali, nelle manifestazioni di massa, nei grandi scioperi ma, allo stesso tempo, nel diffondersi della dipendenza da droghe che portavano all’annichilimento individuale, all’estraniazione ed alla non socializzazione.

Il concetto di alienazione, di massa nella concezione comune alle scuole filosofiche marxiane che, con diverse sfumature, contraddistingue il pensiero post bellico che va da Althusser a Negri, evolve contestualmente affiancandosi, simultaneamente, all’alienazione individuale.

L’individuo è vittima e carnefice di se stesso, non necessita di boia esterni per raggiungere il proprio non essere, vi arriva attraverso un percorso, in solitaria, preciso e pressoché irreversibile, perso nel suo mondo artificiale. In questo processo di individualismo, di alienazione e di artificialità ci sono già tutti i prodromi della nascita e della fortuna dei social media: l’individuo solo, monade, che socializza impersonalmente e a distanza con entità, spesso, irreali, comunque astratte, in un contesto artificiale, con parametri e modalità imposti esternamente, a cui si sottomette per scelta, in cui crea una sorta di vita e di relazioni virtuali, ovvero non reali.

L’avvento ed il proliferare dei social fanno decollare, molto rapidamente, questa tendenza, l’aggregazione scompare totalmente, il senso di appartenenza, ad un circolo, ad un collettivo, ad un partito, diventa qualcosa di insensato ed è proprio in tale ottica che nacquero i forum, i meet up o la Piattaforma Rousseau… tutte forme di svilimento del dibattito reale, finalizzate ad anestetizzare il confronto.

L’irrefrenabile ascesa dell’individualismo è stata la gallina dalle uova d’oro del liberalismo, non solo da un punto di vista economico e sociale, ma anche politico nel quale ambito l’apoteosi di questo solipsismo è stato lo slogan Uno vale Uno…

Ognuno è solo a condividere la propria vita, il proprio pensiero, le proprie scelte o opinioni, perfino la propria rabbia o il proprio dolore, davanti a migliaia di seguaci che diventano muti spettatori della propria inutile impotenza percepita, invece, come onnipotenza.

Stesso discorso per i blog personali: affermazione narcisistica del più ostentato individualismo, tutto è lì, l’ego di ognuno trova un suo spazio, enorme, senza confini, senza contraddittorio: qual è la differenza con i discorsi fatti dal Duce dal balcone di Piazza Venezia? Da quel suo balcone illusorio, il blogger diventa una sorta di predicatore, di guru, di guida spirituale, politica o sociale.

Totalmente isolati, nella loro confortevole cuccia d’avorio, lanciano proclami, teorie, analisi… nessun tentativo di aggregare realmente, solo la voglia di esprimersi per essere ascoltati e non contraddetti ed avere seguaci che bevano dalla loro “sapienza”. Questo nel più innocuo dei casi, altrimenti, l’individuo onnipotente cerca, attraverso becere tecniche di manipolazione linguistica, quale novello imbonitore travestito da intellettuale, di portare avanti il suo mercimonio.

L’uomo solo, l’individuo che diventa star del Web, il faro illuminante che moltiplica visualizzazioni senza apportare nulla se non al suo profitto personale: ecco Lo spirito dell’uomo nel capitalismo mondializzato.

Questo processo di magnificazione dell’individuo e di isolamento crescente, si sposa, ed è perfettamente funzionale, al mutamento del capitalismo che, nel frattempo, è diventato mondializzato e finanziario; il nuovo ciclo di accumulazione, da un punto di vista meramente economico, non ha più bisogno della forma nazione, la cui essenza rappresenta solo un ostacolo, con i suoi lacciuoli legati a dogane e frontiere, alla libera circolazione di merci, capitali ed esseri umani e, da un punto di vista sociale, deve limitare qualsiasi forma di aggregazione. In tal senso, il virtuale è perfettamente funzionale allo scopo. Partendo dal dato che il termine virtuale designa qualcosa di potenziale, di apparente che non corrisponde alla realtà, i social media, punti di incontro fittizi, rendono qualsivoglia reazione totalmente innocua, come lo sono le armi in una guerra simulata, così come il sesso, erroneamente definito virtuale, è semplice onanismo, ma, andando oltre, il processo di disgregazione sociale progredisce notevolmente e, a questo primo nucleo di annullamento, su larga scala, dei rapporti interpersonali, devono essere aggiunte altre tessere: la didattica virtuale, il lavoro a distanza e le visite mediche telematiche.

Il contatto con l’altro va ridotto al minimo indispensabile, l’individualismo deve trionfare con ogni mezzo.

Nel ciclo di accumulazione finanziario, l’individuo è socialmente vincente: l’uomo e la donna in carriera sono la faccia di una stessa medaglia, nessuno dei due ha davvero bisogno di legami o di appartenere ad un gruppo, e, anche quando si lavora in gruppo, emerge l’individuo; in questa dinamica concettuale la famiglia o la coppia diventano orpello sociale, o pura facciata, non una condivisione ma un’unione formale tra due individui che stipulano un contratto, esclusivamente sociale ed economico, svuotato da ogni profondità emotiva: l’estetica e l’edonismo trionfano.

Tutto ruota intorno all’individuo, viviamo in una società a misura di esseri soli e questa parola inglese single che piano, piano ha sostituito parole come scapolo o zitella perché avevano assunto una connotazione quasi denigratoria, è un termine neutro, sia grammaticalmente che semanticamente, un significante che già porta in sé il germe del non genere, l’ultima frontiera dell’alienazione dell’essere umano che, nel non genere, perde anche l’ultimo rapporto con la propria essenza interiore, diventa vacuo, evanescente.

Nel suo non essere nulla di naturalmente o psicologicamente determinato, l’essere umano scompare, si scioglie ed è questo, forse, l’atroce significato di Melting pot… ma, citando Preve,

ciò che in filosofia si può definire Commedia degli equivoci, in storia si può definire Teatro degli orrori.

Ed a questo Teatro degli orrori assistiamo mentre guardiamo questo Nuovo mondo popolato da esseri asessuati, creature non pensanti ma scriventi, predicatori e ciarpame vario, tutti ermeticamente chiusi nelle loro gabbiette virtuali, convinti di interagire col mondo, figli di una generazione malata di narcisismo trasmissibile geneticamente, che hanno perso ogni contatto con la realtà e gli esseri umani. Questi omuncoli soli, convinti, nel loro distopismo malato di essere Dio, anzi ancor di più, perché Lui, di apostoli ne aveva solo dodici e costoro invece ne hanno decine di migliaia.

Poiché il problema non può rappresentare la soluzione, ammesso che una soluzione sia rintracciabile in tempi accettabili che permettano di non arrivare alla totale estinzione dell’essere umano, così come noi, ancora, lo conosciamo, è necessario ripartire da concetti chiave come socializzazione, condivisione, aggregazione: solo facendoli nostri e ponendoli a fondamento del nostro percorso si potrà combattere il mostro, o meglio, lo spettro dell’individualismo, malattia senile del capitalismo mondializzato. Perché, poiché è indubbio che questo sia lo spirito del tempo, è altresì indubbio che questo monade di fatto, senza sesso, senza razza e virtuale, sia l’obiettivo ultimo

Ultima annotazione politica, se il capitalismo finanziario è stato l’ideatore ed il promotore di questa mostruosità, basata sull’intercambiabilità e sulla precarietà, è pur vero, ed innegabile, che non sarebbe mai riuscito a portare avanti il progetto, in tempi così brevi, se non avesse potuto fare affidamento sul sostegno acritico di una sinistra, clero regolare e secolare compresi, che si è piegata totalmente a questa involuzione globalista, aderendo, inchinandosi, al politicamente corretto e facendone il suo Credo…

Mi sorge il dubbio che, forse, costoro abbiano male interpretato il titolo de Il Capitale di Marx e non si siano resi conto che non ne chiedeva una venerazione ma ne è invece una critica… per comprenderlo sarebbe stato necessario leggerlo.

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lo
ciao
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