Il conformismo dismorfico

In ogni società lo spirito dell’intera civiltà è determinato dallo spirito dei suoi gruppi più potenti. In parte ciò accade perché questi gruppi hanno il potere di controllare il sistema educativo – scuole, chiese, stampa, teatro – e perciò di inculcare nell’intera popolazione le proprie idee.

Erich Fromm

Molti anni sono passati da quando, adolescente con scarsi mezzi culturali, scoprivo, su un manuale di psichiatria, l’esistenza di una patologia mentale a me oscura, che costringeva il malato all’odio per una parte del proprio corpo e, di conseguenza, a modificare i propri comportamenti, per celare la propria inadeguatezza. Quella che mi sembrava una stortura di pochi squinternati, oggi ho l’impressione sia diventata la modalità prevalente di controllo delle masse.

Provo a immaginare come sia successo.

La condizione “dismorfofobica” (ovvero di odio e disprezzo per un quid “incorporato”, che in precedenza era prevalente, esistente, o almeno in misura minore accettato, come può essere una parte del proprio corpo), che il capitale transnazionale ci impone per compattare in un modello unico (transumano?) di cittadino-consumatore, la nostra personalità profonda, che risultava eredità della tradizione, dell’educazione e dell’esperienza, individuali e peculiari, deve avvalersi tanto di abili comunicatori, quanto più di utili idioti.

Non è semplice, in fondo, portare un Uomo ad odiare parte della propria personalità, della propria libertà o, alla lunga, parti finanche del proprio corpo: il processo di condizionamento deve essere gocciolante e capillare; come l’acqua, deve erodere nel tempo le fondamenta di quel tempio che è l’umana presenza, percolando sotto ogni colonna: lavoro, affetti, salute, religiosità.

Si deve, dunque, servire di una molteplicità di canali, capaci di sedimentarsi ovunque. Queste istanze (nefaste) attivano la prima fase, che è quella del riconoscimento della presunta, veicolata, inadeguatezza, che ha come inevitabile riscontro, la seconda, la “scoperta” della propria “parte inadatta” che va amputata, o quantomeno, nascosta.

La prima è una fase (quasi) totalmente passiva. Fase in cui si incamerano le informazioni, le suggestioni dissonanti propalate da tutti i canali informativi ufficiali e simil-informativi (influencers), in quantità e capillarità impressionanti: poco importa se queste istanze abbiano scarso, o nullo, riscontro con la propria percezione della realtà, o anche con le letture di una vita; l’unica azione “accettabile” per la psiche offesa, di fronte all’alluvione, in questa fase, è opporre una risposta giustificante alla dissonanza cognitiva che viene proposta come unica verità possibile. Se televisione, internet, radio, il macellaio, dicono la stessa cosa, IO sto sbagliando; quella parte della mia persona(lità) o della mia libertà va celata, reclusa o, al buon bisogno, eliminata.

La seconda, valorosamente attiva – già figlia di un errore di giudizio – è ben più pericolosa: ho scoperto quale parte della mia libertà/personalità nuoce al bene (supposto) comune e la devo amputare.

Non è questo però, generalmente, sufficiente a colmare il deficit cognitivo, ad arte creato, che invece necessita di una “azione maggiore” per la redenzione dal proprio “peccato originale”, guidando il neo-malato a una propensione apostolare, che rende la propagazione del morbo, circolarmente esponenziale: devo comunicare al mondo il mio Eureka, cosicché il mondo sappia come liberarsi.

La propensione proselitista, non può essere considerata, di per sé, un male (come ogni attività umana, può essere giusta o sbagliata, a seconda della veridicità delle premesse che sottendono il ragionamento da cui scaturisce), ma è del tutto manipolata, nella sua impostazione, dal padrone del vapore. E, quasi sempre, è figlia di una forma di fanatismo indotto.

Ed è qui che la manipolazione passa dalla gestione dei professionisti, alla improvvisazione dei volenterosi che impongono, da vicino – il collega, la cassiera, il portinaio – il castigo della vergogna, l’occultamento della propria opinione, il fastidio per l’ovvio, l’evidente ed il naturale, in ogni conversazione o manifestazione pubblica di altro genere.

È stato in questo modo che si è stigmatizzata la paura per il nuovo ed il differente, connaturata a decine di migliaia di anni di evoluzione (ricordiamo, a mezza voce, che “il nuovo e il differente”, generalmente, in un passato non troppo lontano, portavano razzie, stupri, saccheggi e devastazione nella comunità), mimetizzandola in maniera biforcuta con una deteriore tendenza esclusiva del povero, dell’afflitto o dell’inadatto.

Si è colpevolizzato il naturale, direi legittimo, sbigottimento che si prova per chi ami accoppiarsi con persone del proprio stesso sesso, e l’ostentazione di questo, trattandolo come una secolare tendenza all’emarginazione di una quota (pure, leggo, rilevante, ma variabile, nella Storia) della popolazione sessualmente attiva.

Si è trattato un diritto universale, il lavoro, ovvero il diritto di rivestire un ruolo attivo nella propria comunità, come un privilegio cui si accede per un “merito” non definito, liquido, cangiante, che porta immanente il dovere etico di donare la propria energia per il raggiungimento di fini estranei, a uomini o entità presunte e sovraumane, quasi mai identificabili.

Si è trasformata alla bisogna una moneta (la lira) che aveva portato decenni di buon vivere, progresso, servizi sociali e vita comunitaria, se non auspicabili in toto, quantomeno rivendicabili in parte, in una fetente spilla sul bavero del ghiotto, vizioso, sleale, connazionale; deprecabile, egli, prima perché pavido della competizione globale, e poi perché vìolo delle regole del buon evolvere darwinista, che prevede che solo il maggiore, il migliore (per chi?), possa sopravvivere.

Si è colpita la condizione familiare allargata, accogliente e giustificante, meritoriamente tipica della nostra sanguigna mediterraneità, affibbiandole l’aggettivazione, scostante e asciutta, di “amorale”, come se sia, di per sé, da scartare, perché non esercita filtro sufficiente, ciò che non prevede un automatico giudizio aprioristico, ed una susseguente segregazione, basandosi, questi giudizi, su una presunta buona norma di efficienza sociale condivisa.

Forte è la convinzione oggi, che soluzione non vi sia, se non cambiare la rotta, costi anche rompere le vele nella strambata. Voglio chiudere citando un aforisma di Bertrand Russell, probabilmente immaginato per altro livello di polemica, che qui aveva in mente la sua rigida educazione puritana e la struttura impositiva che la connotava. Ma quando l’opinione acritica conformista collettiva della realtà, diviene Scienza e poi Politica, è già Religione. Dunque sbeffeggiarla, è un dovere morale.

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che –posto che la mia asserzione non può essere confutata– dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie. Se, invece, l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità, ed instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

Bertrand Russell

Benvenuti nel mondo nuovo.

lo
ciao