Dei rischi e dei doveri (appunti di viaggio)

Il rischio soprattutto per le organizzazioni metapolitiche, è quello di incorrere nell’intellettualismo, che è, da definizione, ogni concezione che dia particolare valore all’attività conoscitiva dell’intelletto ma è altresì riassumibile come malattia endemica del fancazzismo che trasforma la riflessione teorica in solipsismo.

In un momento, come quello attuale, in cui il virtuale trionfa, il narcisismo dilaga ed il singolo crede di possedere verità da rivelare, semplicemente perché le immette in rete, il dovere di ogni aggregazione è uscire dalla gabbia, per analizzare la realtà, avere chiaro lo scopo e le modalità di perseguirlo.

Un atteggiamento di vuoto solipsismo, non solo rende difficoltoso il processo di aggregazione, ma reca in sé il germe di un’altra patologia, che ha fatto grandi passi avanti dalla metà degli anni ottanta, in ogni ambito, ovvero il settarismo.

Anche qui teniamo conto del senso proprio del termine e dalla sua derivazione da setta, sectum, sequi cioè seguire, infatti in una setta si segue un guru o un maestro, qualcuno che viene percepito come portatore di verità o speranza o conoscenza e questo seguire avviene sempre in forma acritica , pedissequa, da
spettatore che assiste al thauma
e partecipa a qualcosa senza però intervenire, quindi passivamente.

Il guru o il maestro ha bisogno di adepti, non di pares, predilige il monologo, non considera il dialogo: verrebbe meno la sua funzione. Per questa ragione il guru o il maestro è in genere circondato da persone che ascoltano senza pretese di intervenire.

È un atteggiamento rintracciabile in diverse associazioni e organizzazioni che siano a sfondo politico, pseudo-intellettuale, para-psicologico, facil-mistico, orientaleggiante… Che, in tutti i casi, quando va bene parafrasando Guccini, nascondono soltanto vuoto di pensiero, in altri si potrebbe ravvisare persino il dolo e, comunque non possono essere altro se non contenitori sterili di assenza di mondo, di allontanamento dalla realtà.

Ecco allora che il primo antidoto, per cercare di non cadere nell’abbagliante trappola dell’autoreferenzialità e dell’intellettualismo, è quello di restare fermamente ancorati al mondo reale, senza lasciarsi trasportare da inutili speculazioni pseudo-filosofiche.

È bellissimo osservare quel che accade nei social-media o in altri consessi virtuali: sterili discussioni sul sesso degli angeli che domandano lo stesso spreco di energie di un confronto diretto su tematiche vere, ma sono molto più insidiose perché ne hanno la parvenza, senza averne la profondità e la dignità, essendo, per altro, epurate da una serie di meccanismi che caratterizzano il dialogo de visu.

Dal trionfo del confronto sui social è emersa una generazione che, grazie proprio al contatto virtuale, ha scoperto o riscoperto, di avere una coscienza “politica”, che evidentemente, prima non possedeva o aveva rimosso per dedicarsi ad altri più dilettevoli passatempi. Bene! Ben vengano questi redivivi dell’impegno, però il rischio in cui possono incappare è quello di portare onanismo, a livello teorico, o velleitarismo a livello pratico.

Chi non è abituato a riflettere sulla realtà e ad agire in essa manca di paradigmi interpretativi, così come chi non è abituato alla discussione inter pares, manca di quei parametri che nascono solo da un reale confronto.

Evitare di inseguire inutili schemi virtuali che illudono di trasmettere pensiero quando invece son solo balocchi da bambini che giocano felici nella loro angusta bolla, per esempio, dovrebbe essere un imperativo per chiunque decida di occuparsi di politica o anche di questioni metapolitiche.

Queste considerazioni prendono spunto da due certezze: primo che il distanziamento fisico, non a caso definito sociale, è iniziato ben prima della pandemia, ovvero nel momento in cui moltissimi, anche provvisti di menti brillanti, hanno deciso di seguire la casalinga di Voghera che postava gattini e frasi, e rinchiudersi nel recinto virtuale; il secondo è che anni di tale assoggettamento passivo hanno lasciato tracce profonde nella capacità di analisi, per cui l’errore più frequente è quello di sostituzione della realtà o, addirittura, nei casi più gravi, di negazione della realtà quando questa non si pieghi ai propri desiderata.

Qui emerge un altro errore fatale che nasce dal soggettivismo e porta a considerare una singola istanza come universale: sbaglio gravissimo, alcune vicende recenti lo confermano, ogni singola istanza, prepolitica, assume un senso solo se diventa politica e si lega ad altre, se si riesce a portare avanti questa complessa, ma inevitabile, unione di scopi, si arriva ad esprimere una visione del mondo, altrimenti si resta parcellizzati, quindi deboli e, generalmente, inutili. Tanto il sintagma “contro-qualcosa “e “no-qualcosa” sono da evitare, primo perché insignificanti, secondo perché inutili; è necessario superare la narrazione creandone un’altra che prediliga la complessità alla semplificazione banale ed alla faciloneria: elaborare una Weltanschauung.

La realtà non si studia sui libri, non esistono manuali che ne facilitino la comprensione, al massimo ci si può formare su scritti che possono aiutare ad interpretarla, ma qui sta il rischio per ogni intellettuale: credere che questo basti, peggio ancora, essere convinti di poter bastare a se stessi, essere convinti che il proprio se stesso pensante sia sufficiente a spiegarla e ad avere il polso della situazione. Non è così, purtroppo.

La lettura della realtà è cosa complessa, emerge dallo scambio, dalla dialettica, dal confronto, anche serrato, tra pari dignità intellettuali, certo, ma anche, e soprattutto, dalla prassi, dalla condivisione di esperienze, dagli errori, infine da quel che è espresso da ciò che è definibile come comunità che, lapalissianamente, nulla ha a che fare con il concetto virtuale, perciò stesso privo di senso, di “community”.

Non conta tanto la conoscenza che si è accumulata, quella costituisce la base, le fondamenta, è necessaria la prassi (dal greco praksis, fare), l’azione; la pratica fornisce quel metro di lettura che non si evince dallo studio, neanche quando esso sia matto e disperatissimo perché, nelle torri eburnee, normalmente non succede un gran che da analizzare e si tende ad autoconvincersi della veridicità delle proprie astrazioni semplicemente perché si è in assenza di controfattuali e di confronto…

Non a caso, quello che, politicamente, si definisce quadro è l’unione di questi due fattori, solida formazione teorica e prassi: la sola prassi porta, leninisticamente, alla malattia infantile di ogni ideologia, dal canto suo, la sola capacità teorica porta, inevitabilmente, alla sua malattia senile, ovvero l’intellettualismo.

Raramente c’è stato un bisogno così pressante di soggetti politicamente formati, veniamo da anni, di reale riflusso, in cui ci si è interessati a false dottrine spiritualistiche, a pseudo religioni, a “grandi” prospettive economicistiche, a poliorceti costituzionalistici, a micro problematiche particolaristiche… ma non di politica, quella era da evitare, ed il risultato eclatante è sotto gli occhi di tutti: una folla depoliticizzata e priva di qualsiasi strumento interpretativo e, chiaramente, un parlamento popolato da pressappochisti specializzati, pseudopolitici da sagra o ubbidienti pedoni; i politici veri, rari per altro, sono solo dalla parte del nemico che mai ha lasciato nulla al caso, che non ha candidato inutili soldatini, nullafacenti o vacanzieri espressione del nulla ma persone formate per assolvere il compito che veniva
chiesto loro… e lo stanno facendo magistralmente mentre gli altri possono solo inseguire.

Da notare che questo va di pari passo con la scomparsa del concetto di opposizione. Tutti obbediscono ai diktat che solo pochi decidono.

Certo, non essendoci più un rappresentante delle élite del calibro di Andreotti, è chiaro che si debba far ricorso a Draghi; in tal senso il governo di larghe intese e la finta opposizione, minuscola, di chi è restato fuori, perché serviva un minimo di gatekeeping, è solo triste spettacolo.

Machiavelli è restato senza principe e chi ha scelto il disonore non avrà la guerra, purtroppo, questo detto en passant…

Che fare? Questo è sempre il grande quesito, intanto cercare di formare persone per renderle autonome, fornendogli i mezzi per interpretare quel che accade ed essere propositivi, secondo promuovere una attivizzazione fuori dalla bolla virtuale, terzo non sprecare energie in inutili e sterili contese social-demenziali, quarto riconoscere i propri limiti e cercare di superarli, quinto trovare il tempo per lo studio, l’informazione da web non potrà mai sostituirlo.

Pensare di fare politica perché si dibatte in uno o più social è come pensare di essere sessualmente attivi perché si guarda Youporn. Grande spreco di energie, minimo risultato.

Lo scambio virtuale può generare solo la lettura di una realtà irreale, così come il sesso virtuale si estrinseca esclusivamente nella masturbazione. L’illusione di essere con qualcuno mentre si è drammaticamente soli…

Ite, missa est.

1 thought on “Dei rischi e dei doveri (appunti di viaggio)

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lo
ciao