Scienza, metafisica e potere (prima parte)

La crisi della scienza e la sua degenerazione hanno delle cause interne (di cui parleremo nella seconda parte) ed esterne, che molti, occupandosi delle distorsioni della scienza moderna, individuano nella natura del rapporto instaurato con l’economia e con il potere.

Il cappio dell’economia

La ricerca ovviamente ha bisogno di ingenti fondi, è quindi fondamentale chiedersi chi la finanzi e quali siano i suoi interessi.
Lo scienziato, come tutti i lavoratori, è soggetto al volere del padrone capitalista: chi fornisce il capitale decide, indirizza la ricerca e, se vuole, distorce i contenuti e manipola i risultati in modo da poter avvalorare una posizione precostituita, per ricavarne un utile a beneficio di un ristretto gruppo o di qualche attore economico.

Lo stato di penuria conseguente ai tagli al sistema di finanziamento e alle riforme del sistema di reclutamento espone anche gli enti di ricerca pubblici (istituti e università) alla necessità di ricorrere a finanziamenti esterni, erodendo l’integrità e l’indipendenza che solo il finanziamento pubblico potrebbe e dovrebbe garantire.

La ricerca pubblica rimane ostaggio di logiche privatistiche che impongono criteri di valutazione e assegnazione delle risorse che, per un distorto concetto di qualità e merito, favoriscono il conformismo scientifico e orientano la ricerca verso filoni o settori specifici, a danno di altri.

Così la scienza è sottomessa al mercato e di conseguenza ne deve seguire i voleri e i valori.

Il Potere

Un altro punto essenziale di critica della scienza riguarda il suo rapporto con il Potere, come già osservava Bacone.
Fin dall’antichità la scienza ha avuto sempre un rapporto diretto con il potere, pensiamo all’esempio emblematico di Archimede di Siracusa, cui fu assegnato il compito di soprintendere la costruzione di navi e la difesa della città: era allora già perfettamente chiaro il contributo che la scienza poteva dare alla difesa militare della polis e alla sua prosperità economica.

La storia emblematica di un famoso marchio dimostra che, oggi come allora, le esigenze militari sono indispensabile motore di sviluppo tecnologico (ed esigono segretezza).

Dal secolo XVII si assistette alla nascita di politiche scientifiche istituzionalmente programmate dagli stati nazionali e diventò subito il nuovo campo di competizione per assicurarsi il progresso economico e tecnologico: nacque prima in Inghilterra la Royal Society e poi in Francia l’Academie des sciences, entrambe istituite sul modello dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia del Cimento, virtuosi esempi precursori che però vennero rapidamente superati dai concorrenti europei per l’assenza, negli stati italiani, di analoghe motivazioni politiche e pari risorse economiche, visto il ruolo marginale cui erano ormai relegati.

La trappola dell’ego

Il fattore umano è imprescindibile, poiché la “Scienza” non esiste, esistono solo gli scienziati, ossia lavoratori che si occupano di modelli teorici e tecnologia, come tutti quindi, soggetti a bisogni economici e che tendono al mantenimento di uno status economico e sociale medio alto.

Far parte dell’ambiente accademico può rivelarsi un ostacolo al pensiero critico.

Uno scienziato è automaticamente portato a proiettare le proprie qualità sugli altri non curandosi della possibile esistenza di conflitti di interessi in contesti economicamente più ricchi (come la medicina, la tecnologia militare, etc..). Nella mente dello scienziato, mettere in discussione il pensiero di un collega equivale a mettere in discussione se stessi, o addirittura la scienza stessa. Impossibile!

Così può spiegarsi la tendenza al fideismo mostrata in molteplici occasioni, ad esempio con il noto appello dei 100 scienziati.

Occorre osservare che mentre alcuni scienziati si occupano di formulare nuove teorie e per questo sono disponibili a posizioni audaci e nuove (atteggiamento non sempre positivo se slegato dall’osservazione di fenomeni reali come nel caso della teoria delle stringhe), ve ne sono altri che svolgono l’importante ruolo (di approfondimento, di studio profondo) di studiare teorie già elaborate. Per la natura stessa del loro lavoro tali scienziati tendono ad essere più “conservatori” e a non voler abbandonare la strada intrapresa, mostrando talvolta anche notevole rigidità.

La Bomba

La grande specializzazione, il culto del successo, competizione ed ego smisurati possono contribuire a rendere anche grandi scienziati degli uomini privi di etica, disinteressati delle conseguenze del proprio lavoro o di ciò che accade nella società.

A tal proposito è importante citare alcuni stralci dell’intensa corrispondenza tenuta (e doviziosamente riportata in questo interessantissimo libro) dal grandissimo fisico Enrico Fermi durante la collaborazione al ‘progetto Manhattan’ che segnò un punto di svolta profonda «anche per l’avvento della cosiddetta Big Science, cioè un nuovo tipo di produzione di conoscenza, che può giovarsi di finanziamenti enormi, ma è privo di alcune delle essenziali caratteristiche storiche della scienza. […] Nei laboratori militarizzati di Los Alamos gli scienziati, la cui libertà personale era sottoposta a severe limitazioni, lavorarono per la prima volta come elementi di un apparato industriale militarizzato, per produrre conoscenze segrete, immediatamente utilizzabili per la realizzazione di un unico prodotto tecnologico».

La decisione di contribuire a questo progetto fu probabilmente il momento di maggior contrasto – fino ad allora – nel rapporto tra etica e scienza, come si apprende leggendo elementi poco noti, ad esempio che il contributo di Fermi non si limitò alla costruzione della bomba ma fu sentito, insieme ad altri eminenti colleghi di una ristretta “commissione scientifica consultiva”, e diede parere favorevole all’uso militare diretto sulle città giapponesi invece di un semplice esperimento dimostrativo che si interruppe solo perché non vi erano al momento altre bombe disponibili.

Il 28 agosto, 19 giorni dopo la non necessaria bomba sganciata su Nagasaki, dopo un’idilliaca descrizione del luogo in cui soggiornava – «d’estate non fa mai caldo e d’inverno abbiamo molta neve, ciò che permette di sciare dai primi di dicembre alla fine di maggio. D’estate la pesca delle trote è un piacevole passatempo domenicale…» – Fermi raccontava ad Amaldi la sua soddisfazione per «aver contribuito a troncare una guerra che minacciava di tirare avanti per mesi o per anni» e la speranza «che l’uso futuro di queste nuove invenzioni sia su una base ragionevole e serva qualche cosa di meglio che a rendere le relazioni internazionali ancora più difficili di quello che sono state fino ad ora» manifestando disinteresse per le vittime, e forse assecondando la volontà di potenza statunitense non escludendo l’uso di tali ordigni per semplificare le relazioni internazionali. Anzi sembra quasi fregarsi le mani nello scrivere:

Anche in America la situazione della fisica ha subito cambiamenti molto profondi per effetto della guerra. Alcuni sono per il meglio: ora che la gente si è convinta che con la fisica si possono fare le bombe atomiche tutti parlano con apparente indifferenza di cifre di vari milioni di dollari. Fa impressione che dal lato finanziario la maggiore difficoltà consisterà nell’immaginare abbastanza cose con cui spendere.

Sono noti i ripensamenti di alcuni protagonisti, come Oppenheimer, pochi mostrarono il cinismo di Fermi, mentre:

Franco Rasetti fu l’unico a opporre un rifiuto assoluto, nella convinzione che l’uso militare della fisica nucleare non solo avrebbe provocato stragi senza precedenti, mettendo in pericolo la sopravvivenza dell’umanità, ma avrebbe anche portato trasformazioni profonde nel modo di fare scienza. Rifiutando una fisica segreta e militarizzata, finalizzata alla progettazione di strumenti di morte, Rasetti scelse lo studio della vita nelle sue prime forme. […] In una lettera ad Enrico Persico del 6 aprile 1946 Rasetti scrive:

Io sono rimasto talmente disgustato delle ultime applicazioni della fisica (con cui, se Dio vuole, sono riuscito a non avere niente a che fare) che penso seriamente a non occuparmi più che di geologia e di biologia. Non solo trovo mostruoso l’uso che si è fatto e si sta facendo delle applicazioni della fisica, ma per di più la situazione attuale rende impossibile rendere a questa scienza quel carattere libero e internazionale che aveva una volta e la rende soltanto un mezzo di oppressione politica e militare. Pare quasi impossibile che persone che una volta consideravo dotate di un senso della dignità umana si prestino a essere lo strumento di queste mostruose degenerazioni. Eppure è proprio così e sembra che neppure se ne accorgano.

Sempre dallo stesso libro di Lucio Russo sappiamo che:

[…] nelle note autobiografiche scritte nel 1958 Rasetti fa esplicitamente il nome di Fermi:
È stato riferito che anche gli scienziati che erano stati più entusiasti di creare armi nucleari si vergognarono dell’uso che ne era stato fatto da parte di capi politici e militari sconsiderati. Penso che questi scienziati, tra i quali furono diversi miei amici, incluso Fermi, potranno subire un severo giudizio della storia.

Sull’ultimo punto Rasetti si illudeva. Sono stati invece il suo “no alla bomba” e le sue critiche a Fermi ad essere giudicati severamente dai fisici e dagli storici della fisica, che lo hanno punito condannando il suo ricordo in Italia a un lungo ostracismo.

A dimostrare quanto sia estesa e radicata la tendenza al conformismo, anche nell’ambiente scientifico e accademico.

Per non perdere di vista il tema principale, tralasciamo di discutere sul naufragio etico di un’intera classe di scienziati straordinari che hanno convintamente appoggiato il regime fascista.

Preferiamo, ancora una volta, ricordare chi non vi prestò giuramento.

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lo
ciao