SONDAGGI SPARSI SULL’ IDEA DI STATO 

Stimolato dal ricco articolo di Dr. Hofmannsthal, pubblicato qui (https://frontiere.me/una-panoramica-storica-sullo-stato-con-alcune-considerazioni-finali/),  ho pensato come cosa  non inutile riportare alcuni riferimenti, citazioni,  relativi spunti che affioravano dalla memoria di passate  divagazioni a riguardo. 

Perché non inutile?  perché altri in seguito possano unirsi e contribuire con ulteriori osservazioni sulla spinta dell’associazione di idee. 

La mia propensione personale è sempre stata ritornare alla storia della mia città ma, questa volta, tornare a passeggiare nella Romanità può essere opportuno completamento visto che -di solito- tutti i discorsi sullo Stato partono dai teorici del ‘500 (Bodin, Machiavelli…) come riconoscimento dell’inizio dell’età moderna (e quindi dei prodromi della nostra contemporanea). 

L’etimologia, come sempre, ci aiuta. La parola stato deriva sì direttamente dal latino status che però fino al medioevo indicava solo il significato di “condizione” (laicale, religiosa ecc.); è dal ‘500 che indica “l’apparato del potere”, sostanzialmente come lo intendiamo oggi. Nell’universo semantico che lo connota affiorano insieme dall’inizio termini come civitas res publica: il primo genera il nostro vocabolo “civiltà” ma che nelle determinazioni concrete della vita degli uomini di allora si precisa in fasi distinte. 

La civiltà (e non solo a Roma) nasce come urbanizzazione (vivere nella città) ma sono gli uomini che fanno la città, uomini associati attorno ad un ordinamento giuridico. 

Res publica di contempo si definisce come l’insieme di sostanze e di rapporti che si contrappongono alla res privata, alla casa cioè e alla famiglia; come cerchi concentrici ad abbracciare il primo cerchio costituito dal focolare della propria famiglia si estende il cerchio più ampio della condizione del populus (la cui radice è plebs), cioè quello esterno, della comunità. Di tutti dunque? Non indistintamente; Cicerone ce lo ricorda e ce lo spiega: «…il popolo non è una massa indistinta di persone ma è fatto di uomini associati dal riconoscimento reciproco di diritti e interessi comuni»[1]. Dunque per essere soggetto della res publica il popolo deve associarsi negli iura, cioè nei criteri condivisi di valutazione di comportamenti e relazioni (di qui l’ordinamento giuridico). 

In sintesi lo Stato era per i romani costituito da uomini in carne ed ossa in relazione di diritti reciproci[2]

Altro si aggiungeva a completarne la costituzione, e questo altro lo celebrava il mito. Esso nella narrazione di Romolo che circoscriveva e consacrava il pomerium[3] postulava i principi dello spazio (il territorio) e del tempo (il calendario). Il mito fondativo di quel “solco sacro” celebra e asserisce il senso profondo del limite, il confine entro il quale (e non oltre!) il potere può esercitarsi.

Lo stato si riferisce sempre ad un definito territorio. 

C’è poi un ulteriore senso del limite, analogamente infatti l’associarsi degli uomini nella res publica è proiettato a lungo nel tempo (non è come incontrarsi per una serata al bar) e scandito dal controllo di questo. Chi controlla il tempo (calendari, ricorrenze, scadenze ecc.) controlla il potere dello stato.  Ma da questi Latini dell’VIII sec. ci viene un ammonimento in più, inquietante e ferreo: Romolo scaglia una lancia di corniolo su quell’appezzamento di suolo del destino, lancia che si conficca nel terreno. Il significato è chiaro: il territorio dello stato va conquistato, vale a dire il patto è un patto col sangue di sangue. 

Le vicende della gestione del potere nello stato attengono alla politica e, relativamente alla nascita di questa[4], è interessante notare come avvenga un passaggio di piano, inteso proprio in senso topografico (orografico): si scende dall’altura del colle al livello della pianura (Romolo scende nella vallata del Foro e lì costruisce le sedi dell’esercizio del potere). Il significato pare indicare con una chiara simbolicità che le istituzioni politiche sono neutre, sono comuni e partecipate da tutti. 

Da quanto sopra (che ricordiamo trattasi esclusivamente di rilevamenti storici e non prescrittivi in assoluto) emerge uno stimolante interrogativo: lo Stato si identifica sempre con la nazione? 

Ebbene (e questo è il parere di chi scrive) abbiamo visto che ci sono testimonianze di realtà in cui ciò NON era coincidente (la Romanità non era una sola nazione). 

Se popoli diversi sono rappresentati nei loro interessi lo Stato ne può comprendere di plurali e distinti. 

E al precedente si collegano altri interrogativi di alto valore teoretico: 

Qual è la finalità dello Stato? 

Qual è il rapporto tra Stato ed etica? 

Alla prima suggestiva domanda gli antichi hanno risposto rifacendosi all’ordine delle cose: l’ordine naturale delle cose è sancito dalla volontà degli dei e lo stato che è anzitutto una comunità è soggetto al rispetto e al mantenimento di quell’ordine. Prova ne sia che «tutte le colpe verso gli dei comportavano rappresaglie verso il popolo, piuttosto che contro gli individui. D’altra parte in caso di empietà uno dei primi compiti della città consisteva nel segnalare agli dei, mediante un sacrificio espiatorio, che la comunità era implicata involontariamente nell’offesa»[5].  

Ai nostri tempi rispondere a questa domanda è pressoché inibito dal caos relativistico. Vale la pena di ricordare che Aristotele ne ancorava il senso all’autosufficienza (di risorse materiali e immateriali) denominata “autarchia”: questo il fine intrinseco, la finalità volta a compiere in sé la piena realizzazione della propria sostanza di Stato. 

Quanto al rapporto dell’etica con lo stato esso ripropone i notissimi rischi di sfociare da un lato nel temuto “stato etico” e nell’altro nell’ anomia concreta e simbolicaCome sfuggono (o tentano) gli antichi a questi pericoli? Ancorando la natura del potere ad un’etica arcaica[6] (che resistette dalla fondazione alle guerre civili) e successivamente (ma solo da Augusto in avanti!) con l’ispirazione alla legge naturale.[7]Il primo dovere di quest’ultima è compiere il bene, nei confronti di tutti: conseguenza nota è la codificazione minuziosa del diritto di guerra (a cui si correla -e lo citiamo solo come stimolo per ulteriori precisazioni- il bellum iustum -termine non proprio traducibile[8]

Chiudiamo qui questa ricognizione con la mente sicuramente incuriosita ma anche attenti a non mettere troppa “legna sul fuoco”.

E’ il momento di lasciare la parola ad altri. 


[1] Cicerone, De re pubblica, I, xxv 

[2] «iuris consensu et utilitatis communione sociatus», ibidem, (e qui può sovvenire lo scetticismo alla domanda se la Repubblica Italiana del ’48 potesse mai essere uno Stato fondato su un “popolo” in questo senso visto che è stata sempre attraversata da una guerra civile strisciante scevra da ogni riconoscimento reciproco) 

[3]  Era il quadrilatero tracciato sul Palatino da Romolo (da “post murum”, racchiuso dal muro) 

[4] Anche ad Atene avvenne lo stesso, sempre stando al mito: Teseo il fondatore scese dalla sommità dell’acropoli fino allo spiazzo dell’agorà. 

[5] Scheid, John, Religione e società, in STORIA DI ROMA, vol.4 

[6] L’etica del guerriero aristocratico che sulla base della virtus et honos riconosce e integra anche il nemico(!). 

[7] Cicerone ne aveva già trattato ampiamente nel De legibus e, soprattutto, nel De officiis. 

[8] Cicerone arriva fino a dei distinguo etimologici nella delicatissima precisazione di hostis e hospes (nemico vs. straniero).

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Truman
1 mese fa

“La mossa del cavallo” titolava Camilleri un romanzo nel quale il protagonista cambiava la lingua usata quando si rendeva conto che bisognava passare alla riscossa.
Ecco, con il latino non si va molto indietro e certi concetti hanno una origine molto lontana.
Se usiamo la parola “politica” è perchè nell’antica Grecia era la polis il riferimento organizzativo della società. E allora bisognerebbe almeno ricordare Socrate, che bevve la cicuta perchè bisogna rispettare le leggi anche quando non ci piacciono. E Platone, nel raccontarlo sembra approvare.
Ma ancora Platone teorizza una città-stato governata dai filosofi. Oggi a quell’opera di Platone diamo il nome di Repubblica, ma la parola repubblica ancora non era stato inventato e Platone usava il termine “politeia”.
Secondo me ambedue (Socrate e Platone) riguardano parecchio l’origine del concetto (noema?) di stato e quello di nazione.

E ci sarebbe da ricordare anche Renè Girard, per il quale l’organizzazione sociale nasce in base a un sacrificio, a un capro espiatorio che viene poi divinizzato. Uno degli esempi che porta è proprio Romolo / Quirino, ucciso e divinizzato.
Si Girard parla troppo di sacro, chi è abituato a pensare alla politica come qualcosa di distinto dalla religione non lo approverà.
Ma mi pare ci fosse qualcuno che diceva che tutti i concetti politici nascono dalla religione secolarizzata. Ma il nome non si può dire. Era uno sporco nazista.

lo
ciao
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