L’ingannevole pretesa della Verità

Nel dominio del possibile e dell’ipotetico, della mistificazione abituale, si rincorre la staffetta della verità e si sbandiera il bisogno di esattezza.

L’esattezza deriverebbe da fattualità evidenti e, meglio ancora, dati di misurazione e qualifica definitivi. C’è addirittura una tendenziosa pretesa di far coincidere la verità con l’esattezza. La verifica, che attiene massimamente a un processo di quantificazione e computazione, ambisce a sancire il vero conseguendo il dato esatto. Quindi, la stessa azione che comprova la verità di un fatto, si fonda su un criterio di ordine numerico. Tra tutte, e come esempio lato, pensiamo alla verifica scolastica, dove la conoscenza di un argomento è valutata secondo una scala che dallo zero arriva al dieci. Quanto hai compreso il teorema di Pitagora? Cinque. Quanto hai capito la caduta dell’Impero Romano, i suoi risvolti e le conseguenze? Sette. In un complesso culturale collettivo e atavico acquisito, come si trattasse di un campo morfogenetico di Sheldrake, il criterio ci sembra consequenziale e intuibile, ci riteniamo di essere addirittura in grado di interpretarlo e tradurlo in qualifica. Ma immaginiamo di dover numerare fenomeni diversi: com’è il profumo dell’agapanto, del mughetto, del tiglio? Tre, otto, quattro. Oppure, che mi racconti delle emozioni e dei sentimenti provati col primo vero amore? Nove. Pur contando sulla assoluta affidabilità dell’assegnatore di numeri, la realtà così vissuta sarebbe psichiatria in purezza.

Sorvolando pure  sul metodo, interessa aver sollevato, in estremo e “quia absurdum”, l’evanescenza del merito: la verifica, strumento con cui si pretende di stabilire e classificare il vero, delude spesso nel suo essere parziale e relativa, se non addirittura strumentale. Ancora più deludente sono le previsioni numeriche, altro sorprendente cimento dei tempi. Nonostante la disponibilità di strumenti di elaborazione sofisticati e potenti, previsioni meteo, economiche, sanitarie o qualsiasi modello predittivo, sono destinati a schiantarsi sul muro incrollabile dei fatti. E mai i fatti vengono posti in relazione con quanto previsto o misurato, in un continuo “non sequitur” tra il supposto e l’evidenza empirica, tra la stima e il risultato effettivo.

Siamo circondati da teoremi imposti come assiomi, corroborati, quando fosse impossibile ignorarne l’inconsistenza, da contraffattuali fantastici. Se una previsione o misurazione che dir si voglia, mostrano i loro limiti, giunge il soccorso di argomentazioni ancora più immaginifiche e surreali, per cui se non si fosse fatto così, sarebbe stato catastrofico e, se non lo è stato come da pronostico, è solo perché è intervenuto qualche altro fattore ancora più ipotetico e astratto. Superato il terrore da nuova era glaciale, i ghiacciai dovrebbero sciogliersi da decenni e sommergere chilometri di coste riducendo l’Italia alla dorsale appenninica che si tuffa in mare. Se non è successo è per una controbolla gassosa dovuta alle flatulenze delle mucche con cui, però, rischiamo la rarefazione atmosferica che ci ridurrà peggio di una luna di Plutone. Per quanto stilisticamente inopportuno, per rigore epistemico serve specificare che, quanto sopra, sono paradossi e circostanze iperboliche.

Così, dispensata ogni velleità di verifica, di previsione e di esattezza, cosa resta della verità in quanto tale? Perché tanto impegno strutturale a imporne una? Perché tanti strepiti per pretenderla?

Divulgare a forza versioni ufficiali, nel momento in cui l’esercizio del potere mira soprattutto al controllo sociale, è comprensibile. Del resto, nella natura relativa e soggettiva insita in qualunque verità o parte di essa, ci può essere un elemento riscontrabile nell’assioma quanto nella riduzione a fattori primi. Chi potrebbe negare che la guerra sia brutta e che chi la vuole sia cattivo? Chi, estraneo a ossessioni suicide, si augurerebbe, spensierato e giulivo, di morire? Basta lambire la costa dell’istinto di sopravvivenza e dell’autoconservazione, per stabilire una soglia minima di verità assumibile. Basta agire sulle suggestioni più coinvolgenti e qualsiasi impossibile astrusità diventa reale e inconfutabile.

Se il punto di vista è il presupposto fondante di ogni considerazione del reale, laddove i rapporti di forza diventano l’unico arbitro del vero, chi è in grado di imporre una verità è già credibile per definizione. Se questo non bastasse, i sistemi attuali adottano una retroguardia di verificatori di fatti, di rivelatori di fandonie che, forti di ruoli rigorosamente denominati in inglese (fact-checker, debunker), privi di qualsiasi comprovata esperienza e superiorità cognitiva, sono pronti a sostenere e ribadire quello che deve essere vero. Su tutto, sbaraglia a un certo punto il principio di maggioranza. Se tutti sostengono la tal cosa, dove “tutti” non ha qualifica, specifica e contesto, allora deve essere vera. Così dicendo, qualora dovesse prevalere mai una componente di obesi, potrebbe imporre la pinguedine come nuovo paradigma estetico ed esistenziale senza contraddittorio. Quindi anche questo criterio, che siano tutti o i più, pur identificabili e condivisibili, non può essere assunto come assoluto.

Battersi per imporre una verità più vera o per contrastarne una che non sembra esserlo troppo è nobile e romantico. Ma pretenderne una, o addirittura pretendere di battersi per ottenerla, può essere anch’esso oggetto di psichiatria. Basti pensare alla angustia della verità processuale, esito burocratico di procedure che poco concedono al contesto e alle interpretazioni, che per restare al di là di ogni ragionevole dubbio li mantiene tutti. Così come la strumentalizzazione della verità scientifica, sempre più spesso foriera di malcelati interessi e retrogusti politici. Più interessante sarebbe la verità storica, desumibile nel tempo e non con le sole testimonianze del più forte. Ma la verità esegetica, filologica, quintessenziale, è una chimera cosi ineffabile da risultare quasi inutile

Se l’obiettivo è sapere come stanno le cose, è sufficiente osservare le circostanze, i nessi che le correlano, quello che è possibile constatare direttamente. Ma può esserci un’altra urgenza, sediziosa, che non guasterebbe, e eticheggiante, che guasterebbe eccome. L’ambizione a succedere la verità con l’instrumentum morale, con il giudizio e la condanna, con la celebrazione del proprio suprematismo specifico. Questo scoglio affiorante rende ancora più impervia la rotta e lontana la meta.

Cosa cambierebbe a una folla urlante impoverita, senza prospettive, fiaccata nel corpo, sapere che il beneficio di alcuni dipendeva dall’impoverirli, levare prospettive e fiaccarli nel corpo? Che serve, al marito tradito e abbandonato, sapere che gli puzza il fiato, che ha la sensualità di una blatta fischiante del Madagascar e che la sua sposa cerca benessere e attenzioni che è pronta a ricevere da chiunque? A cosa serve, ai signori Ciabatti, sapere che i vicini hanno rifiutato il loro invito perché trovano la loro cucina disgustosa, la casa squallida e la loro compagnia insopportabile?

Per districarsi tra gli eventi, per non incorrere ignari nel danno, per comprendere il perimetro dello spazio in cui ci muoviamo sono sufficienti l’osservazione attiva e partecipe di quello che ci accade intorno, provare a porsi domande anche elementari, mettere in relazione fatti accertabili. Altro è analizzare a fondo, cercare fonti anche contrastanti, confrontarle e delineare un costrutto antagonista ed eterodosso dell’epoca. È un lavoro, un percorso di vita.

Per adire a piccole e concrete verità, è sufficiente cogliere e collegare circostanze ed esperienze. Purtroppo, sembra più nobile ed efficace inseguire deliranti pretese piuttosto che favorire minime e opportune sinapsi cerebrali. Ma, per chiudere come si è iniziato, nel dominio del possibile, dell’ipotetico e della mistificazione abituale, vince l’assurdità del falso vero.

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Truman
Truman
10 mesi fa

Quando si parla di verità io penso ad Alfred Tarski. Visse tempi confusi e fu appassionato, o forse osssessionato, dal problema di cosa sia la verità.

Un suo breve saggio “Verità e dimostrazione” l’ho letto con cura, impiegandoci una ventina d’anni (si, molti mi dicono che sono lento). Il risultato appare minuscolo, in sostanza sono più le affermazioni vere di quelle dimostrabili; ma il metodo dà una misura della forza intellettuale dell’uomo.

Su cosa sia la verità Tarski lavorò in un altro saggio famoso “Il concetto di verità..” che in qualche modo si interseca con l’opera di Godel. In pratica non è possibile definire la verità all’interno di un linguaggio, serve un metalinguaggio esterno. Evidentemente il discorso si può estendere all’infinito.

Però fu anche Tarski a risolvere il paradosso del mentitore. Se io affermo che sto dicendo una menzogna, allora la mia frase è falsa, indipendentemente dal risultato (la sintesi è mia, forse tagliata con l’ascia). Insomma, direi che la ricerca della verità può essere infinita, e comunque essere una ricerca sensata; nel frattempo è facile rintracciare abbondanti falsità nei discorsi intorno a noi.

Ma poi, quanti sono quelli interessati alla logica formale? Praticamente nessuno. Nel frattempo il sistema mediatico spara a raffica abbondanti “verità ufficiali” che conviene accettare o far finta di accettare. Ma questa parte mi appare ben trattata nell’articolo.

Gimmi
Gimmi
9 mesi fa
Reply to  Truman

Sempre grazie per i tuoi contributi pertinenti e colmanti.
gimmi

lo
ciao
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