La politica ai tempi del colera, appunti su teoria e prassi

L’articolo di Moreno Pasquinelli, apparso qui l’8 settembre u.s., tratta un tema assai importante, ovvero quello della necessità, delle possibilità e delle condizioni per la creazione di un soggetto politico. Questo tema è particolarmente cogente nella situazione attuale, nella quale la più parte della popolazione è, di fatto, priva di rappresentanza politica. A tal proposito egli elenca alcuni presupposti necessari (anche se non sufficienti).

È evidente a chiunque sia dotato di una seppur minima facoltà di pensiero che il “governo dei tecnici”, o meglio dello specialista in tecnica bancaria, non sia che l’espressione del commissariamento di questo paese da parte di forze che nulla hanno a che fare con il libero esercizio della prassi politica.

Sotto quest’ottica, è facile dare una risposta alla domanda circa la sussistenza della prima delle condizioni che sono elencate nell’articolo in oggetto, ossia se esista «un contesto sociale che “chiede” che un nuovo partito sorga».

Data l’assenza, quasi totale, di forme organizzate di rappresentanza politica, intese come portatrici delle reali istanzi dei cittadini, ci pare che questa precondizione sia soddisfatta.

Le formazioni che, in questo momento storico, pretendono e millantano di ricoprire questa funzione, sono, fondamentalmente, dei meri contenitori di consenso che inscenano una falsa dialettica fatta esclusivamente (quando va bene) di istanze prepolitiche: dalla lotta alla cosiddetta “corruzione”, (in realtà, semplice stigmatizzazione verbale), all’indipendenza della Padania (declinata nella forma, più al passo coi tempi, del regionalismo differenziato); o, ancora, nelle tenzoni posticce sull’immigrazione, sulla moltiplicazione dei generi o sul vangelo secondo Greta, tutte superate dal “grande livellatore” dello stato di eccezione pandemico (che ha preso il posto di quello economico e sarà sostituito da quello climatico).

Quest’esito, d’altra parte, appare scontato, dal momento che, la dialettica politica, nell’Italia degli ultimi 30 anni (les trente infâmes) -ovvero dopo l’esiziale messinscena che prese il nome di “mani pulite”- è stata essenzialmente incentrata dallo scontro posticcio tra due schieramenti (il cosiddetto “centrodestra” e il cosiddetto “centrosinistra”), i quali, essendo privi di istanze reali, hanno inscenato una mera rappresentazione di lotta politica, nella quale la “dialettica” (per così dire) è stata essenzialmente incentrata sull’essere pro o contro un miliardario da operetta che, a propria volta, si faceva, latore di un “anticomunismo” da avanspettacolo.

Siccome, la situazione realmente esistente (ossia depurata dalla rappresentazione di una dialettica posticcia) è quella che vede la quasi totalità del corpo sociale privo di reale rappresentanza politica, pare evidente che il contesto storico necessiti il ripristino di una rappresentanza reale che possa dare vita ad una dialettica che è assente da decenni¹.

Per elucidare meglio questo punto ci pare utile definire un criterio che possa dare origine ad essa, che è quello suggerito da Carl Schmitt per identificare la sfera politica (o “il concetto di politico”), ovvero la dicotomia “amico/nemico”, in quanto:

Tutti i concetti politici sono focalizzati su specifici conflitti e legati a situazioni concrete. […] Parole come stato, repubblica, società, classe, sovranità, stato costituzionale, assolutismo, dittatura ecc. sono incomprensibili se uno non sa esattamente ciò che è coinvolto, combattuto, rifiutato o negato con questi termini»².

Per definire meglio le implicazioni di questa dicotomia, lo studioso tedesco ne fornisce alcuni esempi, tra li quali, quelle religiose, etiche ed economiche. In un sistema capitalistico, determinato prevalentemente da criteri economici, l’antitesi politica, senza dubbio, più rilevante è stata, fino a tempi recenti, quella identificata dai rapporti di forza esistenti in quest’ambito che, per comodità, designeremo con la classica definizione di “lotta di classe”, che ha raggiunto il punto decisivo, per diventare prassi politica, nel momento in cui l’avversario (di classe) ha cessato di essere la controparte di una negoziazione (come, ad esempio, avviene nelle trattative sindacali) per diventare un vero e proprio nemico politico³.

Siccome, da alcuni secoli, caratteristica fondamentale dell’“Occidente” è quella di essere un sistema nel quale il capitale è il terminus a quo e il terminus ad quem, l’origine e il fine della prassi politica, la modernità si è sempre trovata in una condizione nella quale il conflitto si è manifestato, principalmente, tra due polarità che, per brevità, definiamo “capitale” e lavoro” (le polarità della “lotta di classe”), e che proprio per questo è giunto, col tempo, ad identificare la dialettica politica tout court.

Questo tipo di contrapposizione, almeno dal punto di vista teorico, non si è estinta nel momento in cui il “capitale”, come disse Warren Buffett4 ha vinto, anzi, stravinto questo conflitto, ma, essendo cambiati gli attori ed i rapporti di forza sottostanti, deve necessariamente rivestire nuove forme che auspichiamo possano essere delineate tramite una profonda riflessione sull’argomento che, naturalmente, dovrebbe implicare il superamento delle categorie che hanno permeato il lessico politico, negli ultimi decenni, che sono divenute meri significanti vuoti5.

È sempre stato interesse delle classi dominanti, ossia quelle che detenevano la primazia nei rapporti di forza, quello di diluire e smussare il conflitto politico reale e, una delle “tecniche” principali, impiegate a questo scopo, è stata quella di costruire sovrastrutture culturali e ideologiche. Una delle più importanti tra queste è stata la costituzione del quadro “ideologico” del liberalismo; un’ideologia la cui caratteristica principale è quella di non essere ideologica (se ci è consentito l’ossimoro) e, senza dubbio alcuno, a-politica, in quanto determinata soltanto dal caliginoso afflato verso il laissez faire, e nella quale il telos, ovvero la visione del mondo verso la quale indirizzare la prassi, è stata sostituita da un processo altrettanto vagamente definito, ovvero l’infinito progresso materiale (nel quale, auspicabilmente, dovrebbe verificarsi un “trickle down” sociale).

In più, la figura retorica della “mano invisibile” e la primazia dell’interesse individuale, costituiscono la negazione di ciò che costituisce la sfera politica (non solo in senso schmittiano, ma anche in senso aristotelico). Pertanto, nell’ambito del nebuloso pensiero che identifica il pulviscolo epistemico del liberalismo -che, peraltro, ha informato tutta la storia delle cosiddette “democrazie rappresentative” – il conflitto politico si è scisso in due concetti apolitici: la «competizione, in campo economico, e discussione, nell’ambito intellettuale»6.

In questo schema di pensiero (o, più propriamente, non-pensiero), la comunità politica (ovvero l’assieme dei cittadini portatori di istanze e diritti politici) viene ad essere identificata con la “società”. Anche in quest’ambito, dunque, viene ad effettuarsi una falsa dicotomia simile a quella illustrata precedentemente: sul piano culturale la società si ispira ad un’astratta concezione di «societas generis humani»7, mentre, sul piano politico, ad «un sistema tecnico-economico di produzione e scambio»8, che non ha altro significato che una sorta di “gestione del metabolismo sociale”.

Ciò che abbiamo evidenziato piò aiutarci a comprendere i vari aspetti del dibattito pubblico dei nostri tempi, ovvero la natura “apolitica” della politica odierna, nella quale viene inscenata una rappresentazione di conflitto che verte su questioni meramente cosmetiche come gli immaginifici diritti di altrettanto immaginifiche “minoranze” (che, peraltro, cambiano a seconda della moda del momento), oppure le varie aporie moraleggianti (come ad esempio, la questione dell’ “eutanasia”), alle diverse categorie merceologiche che sono state propugnate, di volta in volta, negli ultimi devenni da un abile marketing (dall’ “ideologia verde” al “politicamente corretto”, dall’immaginario “gender” alle “quote rosa”.

In questa dialettica posticcia non possiamo non inserire anche istanze dalle basi un po’ più solide, di quelle precedentemente elencate, come le categorie di “sovranismo” e “globalismo”9. La più parte di queste istanze contrapposte è stata incanalata in quella che è “la madre della falsa dialettica”, ovvero quella tra il cosiddetto “centrodestra” e il cosiddetto “centrosinistra”, che ammorba la politica italiana da almeno un trentennio.

Dopo la questione della necessità storica della creazione di una formazione che possa davvero dare rappresentanza politica alle istanze che ne sono prive, possiamo procedere al passo successivo, ovvero l’elaborazione di una visione del mondo che possa realmente essere diversa e, quindi, contrapporsi a quella attualmente esistente, in una dicotomia dialettica di amico/nemico.

Affinché questo possa manifestarsi, è necessaria una sorta di dissezione anatomica del sistema attuale, per individuare, in maniera coerente, le traiettorie evolutive che hanno condotto alla situazione odierna, nella quale, lo stato di eccezione pandemico, ben lungi dall’essere un accidente, è il punto di caduta dell’intero sistema-mondo nato con la rivoluzione industriale10, il cui esito vorrebbe essere quella “grande trasformazione” (Great Reset) evocato da coloro che giuocano a fare i “grandi architetti dell’universo”.

Possiamo, senza dubbio, affermare che questo sia un periodo di crisi sistemica che, a nostro avviso, non è “semplicemente” riducibile ad una fase di “passaggio di egemonia” nell’ambito del sistema-mondo originato dall’avvento del capitalismo, alla stregua di quelli descritti dagli epigoni della scuola di Braudel11 (come, ad esempio, il passaggio dall’egemonia dell’Impero Britannico a quella degli Stati Uniti d’America).

Ciò che ci troviamo di fronte, oggi, sta assumendo l’aspetto di un vero e proprio “passaggio di civiltà”, se ci è consentita l’espressione, in quanto stiamo assistendo alla sistematica distruzione delle strutture politiche, di quelle economiche, dei paradigmi sociali, culturali, epistemici e religiosi. Ovvero, in ultima analisi, di tutto ciò su cui si è fondata la così detta “civiltà occidentale”

La stessa struttura del capitalismo, così come si è manifestato in occidente, nel corso degli ultimi secoli, sta navigando in mari perigliosi, mai esplorati in precedenza, avvicinandosi sempre di più ad un punto di rottura (almeno, rispetto a ciò che conosciamo oggi). Già il trasferimento della più parte della manifattura mondiale in oriente ha reso gran parte della popolazione occidentale superflua (secondo il criterio dell’accumulazione di capitale) e, con essa, le tutele sociali che avevano contraddistinto le moderne “democrazie liberali”12 (sanità, previdenza, istruzione, tutele del lavoro, ecc.) e, sicuramente, non saranno le fantasmagoriche farneticazioni degli insipienti tecnocrati, come la fantomatica “industria 4.0 o l’ “intelligenza artificiale” che potranno evitare una crisi sociale che ha assunto l’aspetto di una bomba innescata, pronta ad esplodere.

Da qui origina lo stato di eccezione che si è manifestato di questi tempi, nel quale la tecnica di governo ha cambiato i tipi di vincolo coi quale coartare l’azione politica: da quelli di carattere economico, a quelli di carattere sanitario, assai più “intimi” e cogenti.

Questo non è altro che l’extrema ratio di una raison d’Ètat che non è più compatibile con i tradizionali strumenti della democrazia rappresentativa, nonostante questi siano diventati mera ritualità, nella quale il popolo è chiamato ad eleggere meri figuranti di una commedia il cui copione è già scritto.

Tuttavia, la più parte delle risposte “politiche” che cercano faticosamente di farsi strada, tendono, perlopiù, a mostrarsi superficiali e velleitarie: da un lato abbracciano superficiali istanze prepolitiche e, dall’altro, appaiono come spenti afflati nostalgici che hanno il sapore ammuffito e stantio di pii desideri di un ritorno ad un idealizzato ed arcadico passato, alle pristine condizioni che esistevano prima di un evento che ha distrutto lo stato edenico13 precedente alla “Caduta”.

Il più delle volte, l’eden immaginato e rimpianto, reca l’immagine delle condizioni che hanno caratterizzato i primi decenni del dopoguerra, i “trenta gloriosi”. Mircea Eliade parlava di “nostalgia delle origini” e, in ognuno di noi, rimane sempre qualche residuo di questa nostalgia per l’innocenza perduta, per la felicità smarrita dell’infanzia.

Tuttavia, questo percorso a ritroso non è possibile: come no si può tornare fanciulli col semplice atto di indossare indumenti per l’infanzia, così, dal punto di vista politico, non è mai possibile sperare di scimmiottare le condizioni del passato. Nella storia non esiste il coeteris paribus: ciò che è stato era determinato da un’assieme di circostanze collegate tra loro, e non è possibile variare un termine dell’equazione senza modificare il risultato. La storia non conosce retromarce, non si può tornare all’incrocio nel quale si era smarrita la via.

Pertanto, e si vuole, anche soltanto, sperare di poter elaborare una risposta politica alle intemperie del presente è necessario prendere coscienza che viviamo in un sistema che è ormai svuotato di qualsivoglia contenuto, una mera messa di democrazia rappresentativa, nella quale viene rappresentata soltanto una raison d’Ètat che esprime i desiderata di consessi che non sono né democratici né nazionali. Un sistema che conserva tutte le strutture e l’apparato legale di un cosiddetto stato di diritto, ma che è un mero fantasma svuotato di ogni contenuto reale che non sia quello del controllo e della repressione delle istanze della popolazione.

È, quindi necessario riconoscere questa situazione per quello che è, non per ciò che si desidererebbe fosse e, quindi in maniera scevra da sentimentalismi o, peggio ancora, idealizzazioni che indulgano in vacue fantasie, se si vuole delineare una prassi politica che non sia velleitario pargoleggia mento.

Un apparato di governo (e coloro che ne fanno parte) che riesce a soltanto a dominare tramite lo stato di eccezione permanente non ha alcuna legittimità politica: è un nemico tout court, un nemico assoluto, non un semplice avversario dialettico, in quanto ha deciso di sostituire ogni dialettica col monopolio dell’imposizione e della violenza (lo stato di eccezione, altro, non è).
Certo, questo è solo il primo passo, nel quale non si è ancora delineata una visione del mondo positiva, ovvero in grado di elaborare una teleologia. Per dirla con il Poeta, questo è lo stadio del:

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo14

Questa fase è fondamentale: è cruciale chiarire, con precisione, ciò che non vogliamo e perché non lo vogliamo ma, soprattutto prendere coscienza che, coloro che lo vogliono, sono latori di sventura e, pertanto rappresentano il nemico: non un nemico qualunque, ma il nemico assoluto.

Crediamo che, da qui, si debba partire, affinché si possa manifestarsi la necessità storica descritta da MP: quella di una forza politica che possa sperare di incarnare le istanze rappresentare una popolazione privata, ormai, di tutti i diritti politici, e non l’ennesima finzione cosmetica, come le innumerevoli che sono sorte negli ultimi decenni.

Non basta “dare una mano d’intonaco” ad un sistema le cui strutture portanti sono in stato di decomposizione, è necessario ricostruirlo dalle fondamenta.

Naturalmente, questa pars destruens può essere solo il primo passo di un cammino assai arduo e laborioso. Per evitare di indulgere in uno sterile velleitarismo è necessario elaborare una visione realistica, scevra da fatue proiezioni idealistiche, da vacue considerazioni emotive o, peggio ancora, che sia frutto di un’antropologia immaginaria.

Pertanto, è bene, innanzitutto, rendere ben chiari quali siano i rapporti di forza attualmente e realmente esistenti e, con essi l’effettiva natura del sistema che si intende affrontare. Dopodiché sarà necessario delineare, in maniera sufficientemente chiara, la rotta da seguie, ossia definire quali siano i fini ed i mezzi appropriati per conseguirli.

Tuttavia, se è bene evitare la fretta, che porta sempre ad azioni velleitarie, è bene, altresì evitare di indugiare troppo nell’indecisa attesa.

Le crisi sistemiche, come quella attuale, sono anche occasioni di cambiamento, ma non durano in eterno: il sistema tende sempre a raggiungere un punto di equilibrio, riconfigurandosi secondo traiettorie evolutive delineate dai rapporti di forza esistenti al momento.

[1] Non vogliamo, in questa sede, addentrarci nel processo storico, iniziato ben prima, e del quale l’operazione “mani pulite” fu solo una conseguenza immanente.
[2] Carl Schmitt, The concept of political, The University of Chicago Press, Chicago 2007, p.30
[3] L’implicazione più immediata di questa metafora.
[4] «C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe dei ricchi che ha scatenato questa guerra, e la stiamo vincendo». Warren Buffet al New York Times nel 2006.
[5] Come, ad esempio la dicotomia tra forme storiche ormai estinte, come quelle di “comunismo” e fascismo”, oppure anche tra le categorie di “destra” e “sinistra”, di “progressista” e “conservatore”, ecc
[6] Carl Schmitt, Op. cit., p. 72
[7] Ibid.
[8] Carl Schmitt, Op. cit., p. 71
[9] Abbiamo già affrontato questa tematica nel volume “Governo virale”, al capitolo: “LA CRISI E IL CAOS SISTEMICO”
[10] scientifica francese
[11] In particolare, Giovanni Arrighi ed Immanuel Wallerstein
[12] Vedi nota 5
[13] Il “crollo” del muro, Maastricht, “mani pulite”, l’euro
[14] Eugenio Montale, Ossi di seppia

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ciao