I tortuosi sentieri della conoscenza: orientarsi nel vasto mondo

Ciò che viene definito “scienza” è sempre contaminato da fallacie sistematiche sotto forma di distorsioni, pregiudizi e conflitti di ogni genere (cognitivi, culturali, economici, sociali, ecc.) che ne inficiano sempre, in modo più o meno grave,non solo l’attendibilità delle asserzioni, ma anche,  la rappresentazione collettiva del concetto stesso. Per cercare di inquadrare un po’ meglio il problema, forse, è bene procedere a ritroso ed addentrarci in un regno assai più vasto, ma anche assai più difficile da definire, che è quello che riguarda il concetto di “conoscenza”, in senso più generale, e che è costituito dalle diverse facoltà e dai variegati strumenti che permettono di apprendere, di elaborare e di ordinare i diversi fenomeni che ci circondano, e di “organizzare” ciò che dentro di noi (impressioni, immagini, pensiero  astratto), senza, con questo voler addentrarci troppo in tediose dispute gnoseologiche.

Cosmo e caos

 Gli esseri umani, così come tutti gli esseri “senzienti”[1], possono sopravvivere solo se riescono ad orientarsi attraverso gli innumerevoli fenomeni che si manifestano nel vasto mondo tramite i diversi strumenti cognitivi. “intrinseci” a loro disposizione.

Potremmo dire, a grandi linee, che la conoscenza è la costruzione, nella mente dell’immagine a del cosmo, delle “cose visibili e invisibili” o, in altre parole, l’introiezione del macrocosmo nel microcosmo della mente individuale o collettiva[2].

“Cosmo” deriva da κοσμέω, “ordinare, “adornare” (da cui κόσμησις, “cosmesi”), pertanto, una nozione che scaturisce dall’osservatore e non dalle caratteristiche intrinseche del creato. Questo non implica il concepire il cosmo, come mera proiezione della mente ma, semplicemente, riconoscere che il soggetto che osserva la natura, “adorna” di significato ed ordine ciò che è osservato che, di per sé, si limiterebbe ad esistere in modo affatto indipendente da qualsivoglia significato o ordine venga ad essa attribuito.

Potremmo definire questo processo come “ontogenesi microcosmica”, perché costituisce quella sorta di personale cosmopoiesi che crea nella mente, l’immagine del cosmo, e rispecchia, in una certa misura, lo sviluppo della filogenesi macrocosmica[3]. In entrambi i casi, assistiamo al processo nel quale l’essere scaturisce dalle tenebre indifferenziate del non-essere.[4].

Al momento della nascita l’essere umano apre gli occhi alla vita da un buio senza tempo e senza dimensioni, dall’oscurità della non-esistenza alla luce dell’essere che, a livello individuale è una sorta di subitanea emersione del tutto.

In quei momenti primigeni, il cosmo viene immediatamente percepito secondo le sue caratteristiche “primarie”[5]: luce e suono che, nel microcosmo della mente danno origine allo spazio e al tempo. Luce e Suono apparvero come manifestazioni cosmogoniche primordiali. Il fiat lux illuminò l’indifferenziato Caos e lo fece diventare Cosmo. È la luce ciò che illumina lo spazio che viene abbracciato con la visione, in greco thea, da cui theoria, la contemplazione che consente di “guardare dentro” (in-tuizione, da in-tueri), penetrare al di là dell’apparenza del mondo fenomenico, squarciare il velo di Maya, secondo una nota metafora.

Il suono, è ciò che ha iniziato a scandire il nostro tempo: i respiri e le pulsazioni del cuore -un soffio dopo l’altro, un battito dopo l’altro – ed è anche ciò che diede inizio al tempo dall’eternità indistinta, Nella mitologia vedica, Vac, il suono cosmogonico[6], essenza prima della realtà, da cui scaturirono la luce e, quindi, lo spazio, e venne generato lo scorrere del tempo, il movimento dall’eternità immobile[7],

Il Verbo/lògos, il discorso, scandisce anche il nostro personale tempo, quello “microcosmico”: le parole pronunciate e udite non sono che una successione di suoni, che divengono significanti e connettono, nella nostra mente, i pensieri ai fenomeni del mondo esterno: il lògos crea ordine nel mondo. Un tempo, la preghiera, le litanie, le orazioni, i mantra scandivano il tempo interiore in modo che si accordasse al ritmo del creato, come rammentava ancora Platone:

«L’armonia è stata data dalle muse a chi abbia l’intelletto per potersene giovare, non perché serva, come si crede oggi, allo stolto piacere, ma per rendere consono il moto dell’anima che fosse divenuto discordante»[8]

Per potersi manifestare, la conoscenza necessita della coscienza, siccome un seme necessita di un terreno fertile per poter attecchire. La coscienza appare con l’apparire al mondo che è, al contempo, l’apparire del mondo, la subitanea origine del tutto. Siamo esseri circondati da fenomeni ed oggetti che non sanno donde questi scaturiscano, è, pertanto, naturale, per gli esseri umani, interrogarsi sul mistero della scaturigine delle forme, del pensiero, della coscienza, dall’oscurità del nulla. Quest’ atto è, in ultima analisi, il principio del pensiero e della conoscenza che parte dalla semplice domanda che pose Heidegger:

«Perché, in generale, vi è l’essere e non il nulla?»[9]

Si potrebbe ritenere questa domanda, come ciò che dà origine al pensiero ed alla conoscenza, tuttavia, la sua estrema sinteticità, necessita di qualche precisazione, pur senza cercare, per il momento di approfondire le implicazioni di carattere gnoseologico ch’essa reca con sé. Per fare questo, useremo ancora parole di altri, che hanno già indagato, prima di noi la questione, non per cercare di eluderla ma per amore dell’ockhamiano “principi

o di parsimonia”, cercando così di evitare di “reinventare la ruota”. Scrisse Elemire Zolla:

«Si contempla quando si miri ai significati della realtà in uno stato di quiete. Allora le cose non si osservano soltanto, ma ci si interroga: perché esse esistono nel cosmo, perché si offrono alla nostra attenzione?»[10]

Hannah Arendt sviluppa questo concetto, aggiungendo un’ulteriore qualificazione:

«Possiamo presumere che questa idea di «fondo» risponda all’interrogazione più antica della scienza non meno che della filosofia: come può mai accadere che qualcosa o qualcuno, compreso’ me stesso, appaia, e che cosa lo fa apparire proprio in questa forma e non in un’altra?»[11]

Questo ci porta progressivamente al tema di fondo del pensiero e della conoscenza, al principio della filosofia, così come era stato formulato da Platone:

“«Perché la meraviglia è ciò che sostiene di più la filosofia, non c’è altro principio della filosofia che questo»[12]

La meraviglia di fronte al creato è ciò che feconda l’anelito dell’uomo verso il disvelamento di quel mistero che è celato dietro al divenire fenomenico, quella natura che “ama nascondersi”.

Natura e cultura

Se procediamo nello scrutare la filogenesi del pensiero, possiamo constatare che la storia umana è stata forgiata da una sorta di “dualismo primordiale”, ovvero quello tra “natura” e “cultura”, tra ciò “che è coltivato” e “ciò che è generato spontaneamente”, o, per dirlo in altre parole, tra creazione umana e quella demiurgica, che costituiscono i “due cosmi” tra i quali si dipana la vita degli uomini. A differenza degli altri esseri senzienti, l’uomo riesce a costruire un mondo “coltivato” dal quale viene generata la conoscenza collettiva, quella che viene tramandata: la tradizione[13].

L’uomo è incarnato in un corpo fisico, è fatto di materia, dunque è soggetto alle “leggi” della natura. Come tutti gli esseri viventi può essere definito, secondo una metafora specifica, come “sistema adattativo complesso”, in quanto, è costretto ad un continuo adattamento alle condizioni alle condizioni nelle quali vive.

La natura stessa della vita è, almeno secondo la definizione di Schrödinger[14], quella di contrastare l’inevitabile decadimento entropico, al quale è soggetta. Questo fenomeno si manifesta mediante il metabolismo[15], che è il processo, mediante il quale, ogni organismo vivente elabora gli elementi disponibili nell’ambiente (composti ad alto contenuto energetico e ossidanti, ovvero alimenti e ossigeno) per compensare l’aumento di entropia al quale è costantemente soggetto[16].

Questo è il processo, in virtù del quale, gli esseri viventi vivono: , ovvero contrastando l’entropia naturale a spese dell’ambiente esterno[17]. La vita è una sorta di equilibrio dinamico ed assai instabile, che Alfred Lotka definì come:

«lo sforzo di qualunque organismo per accaparrarsi il massimo possibile di energia disponibile»[18].

Ilya Prigogine adoperò una metafora diversa, più adatta allo spirito del suo tempo, e definì gli esseri viventi come “sistemi dissipativi”, sottolineando il fatto che sono lontani dall’equilibrio termodinamico e mantengono costante la propria entropia tramite gli scambi di materia ed energia con l’ambiente esterno[19] a spese dell’ambiente esterno sono aperti agli scambi di materia ed energia con l’ambiente “esterno” e, almeno fino a quando permangono in vita, sono lontani dall’equilibrio[20].

Questa “lotta contro l’entropia, rende l’uomo costantemente soggetto alla “necessità”. Pertanto, potremmo affermare che la termodinamica costituisce il vincolo più cogente alla “libertà” dell’uomo. Quest’ultima, viceversa, si manifesta nella creazione di una sorta di “secondo mondo” che l’uomo costruisce per realizzare la propria essenza di homo cogitans e homo faber, che va al di là della mera sopravvivenza nell’agone termodinamico.

Questo “secondo mondo” è fatto di pensieri, parole e opere, ovvero la cultura materiale ed immateriale[21].

La vita umana si distingue, dalla vita animale, proprio perché non è interamente predeterminata dal bisogno, ma è caratterizzata dalla libertà di effettuare scelte non interamente condizionate dal determinismo termodinamico; questo è l’atto di libertà per eccellenza, ovvero la “libertà di”, che può manifestarsi solo se vi è la “libertà da” ciò che è impellente per la conservazione della vita.

Questa libertà contraddistingue la “vita qualificata” dalla scelta e dalla volizione, nella sua peculiarità individuale e, come tale, diversa da tutte le altre, seppur con molti tratti in comune con le altre, ovvero la vita quam vivimus (bios), la vita, come individui singoli, viviamo e, come tale, unica ed irripetibile, che si riflette nella comunità, contribuendo alla cultura collettiva. Viceversa la vita determinata dalla mera lotta per la sopravvivenza, dagli istinti e dalle reazioni stereotipate, è ciò che tutti abbiamo in comune, non solo con gli altri esseri umani, ma con qualsiasi essere animato: la zoe, la vita qua vivimus, che risiede nella nostra natura biologica, quella grazie alla quale viviamo e che ci rende parte degli esseri viventi.

Come asserì, con parole assai più alate delle nostre, Pico della Mirandola, l’uomo, a differenza degli altri esseri senzienti, riesce a costruire il proprio destino e il proprio mondo che è “altro” rispetto a quello dato per natura (non necessariamente “contrapposto” ma, senza dubbio diverso):

 «Perciò Dio accolse l’uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: – non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché tutto secondo il tuo desiderio e il tuo consiglio ottenga e conservi.

La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte.

Tu te la determinerai senza essere costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto.

Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine»[22].

Verosimilmente è proprio da questa differenza tra coercizione e scelta, tra necessità e libertà, che deriva quel “dualismo primordiale” che abbiamo descritto poc’anzi[23].

La cacciata dal paradiso, l’abbandono della condizione edenica non-duale, fu causata dall’aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. La conoscenza diede origine alla τέχνη (tekne) che, «come il fuoco di prometeo, separa la cultura dalla natura»[24]

Come abbiamo accennato, ciò che viene definito “natura”, identifica il mondo dato, quello nel quale ci troviamo ad esistere, indipendente dall’intervento umano (anche se, oggi, questo è un concetto assai più astratto che fattuale), ciò che nasce e si sviluppa spontaneamente. Per alcuni creazione demiurgica, per altri teofania, per altri ancora, frutto del caso. Ma, qualunque ermeneutica si voglia adottare, è comunque qualcosa che precede l’esistenza umana.

Il termine “cultura”, viceversa, indica, etimologicamente, “ciò che è coltivato”, ovvero ciò che deve essere continuamente originato ed accudito dalla cura costante degli uomini, affinché non cada in preda al disfacimento entropico, al ritorno al caotico stato di natura, siccome un campo abbandonato che, rapidamente viene invaso da sterpaglie e rovi.

La vita delle comunità organizzate, ossia la forma collettiva che gli uomini si sono dati per manifestare il loro percorso culturale e storico è il risultato di questa continua opera di coltivazione e cura che, quando persiste nel tempo, da luogo alle civiltà. Queste ultime non sono soltanto entità atte a contrastare più efficacemente l’entropia naturale, come, peraltro, qualsiasi tipo di organizzazione umana, e come alcuni, informati da un meccanicismo eccessivo, ebbero ad alludere[25], ma, fatto, senza dubbio più importante, le civiltà organizzate fugano quella metafora culturale dell’entropia che è l’anomia, la quale non è solo assenza di norme ma, ma anche assenza di “nome”[26].

La “cultura” crea ordine nel coacervo, altrimenti anomico, delle relazioni umane, crea il cosmo “umano”: la comunità, la polis, la civiltà, ed è incarnata dalla capacità degli uomini di costruire opere, la poiesis, e di interagire tra loro in senso teleologico, la praxis. Il risultato è un mondo di opere materiali, fatte per perdurare nel tempo, e di opere immateriali, fatte per essere tramandate.

La natura è informata dall’entropia, ineluttabile caducità ed inesorabile decadimento ad opera del tempo; la cultura ne è, in un certo senso, la negazione, perché costruisce “isole di permanenza” nello scorrere dei fenomeni transeunti: opere che possono essere tramandati al di là del breve lasso delle singole esistenze.

L’uomo introietta le regolarità che scopre nel mondo e le sistematizza nelle lex naturalis, che applica al materiale già presente nel mondo, per costruire un proprio mondo. Come un “secondo demiurgo “mette ordine” nella confusa molteplicità fenomenica, trasformando quello che gli appare un disordinato coacervo di fenomeni, il caos della natura, in un cosmo ordinato, secondo criteri umani

Cose e uomini costituiscono l’ambiente di ogni attività umana che sarebbe priva di significato senza tale collocazione; tuttavia questo ambiente, il mondo in cui siamo nati, non esisterebbe senza l’attività umana che lo produce, con la fabbricazione delle cose; che se ne prende cura, con la coltivazione della terra; che lo organizza, mediante l’istituzione di un corpo politico.”[27]

Seguendo queste premesse, si potrebbe leggere la storia umana come un progressivo porre ordine al caos, sia nel macrocosmo, ovvero nel mondo “esterno” (mediante le opere), sia nel microcosmo, ovvero nel mondo interiore della mente (mediante la conoscenza). La cultura, ovvero ciò che è pensato e costruito dagli uomini si sovrappone, pian piano, a ciò che è dato dalla natura. Una civiltà non è altro che la “stabilizzazione” di questo complesso culturale e poietico che si impone sul disordine naturale. Tuttavia, questo processo non giunge mai ad una stabilità permanente, non è dato “una volta per tutte”, non è mai irreversibile, ma necessita di una costante cura, di una continua “manutenzione, di uno sforzo incessante per evitare che il disordine entropico ed anomico torni ad impossessarsi dell’ordine.

Il “sapore” della conoscenza

Dopo aver indugiato su questo dualismo primordiale (natura-cultura) che informa l’esperienza umana, ci addentreremo, più specificamente, nell’ontogenesi della conoscenza senza, per questo, trascurare completamente la filogenesi.

L’essere umano apprende, in primo luogo, dall’esperienza: la sua relazione col mondo esterno è mediata dalle percezioni sensorie che interagiscono con gli oggetti sensibili, li “assaporano”. Non è per caso che questa metafora gustativa sia all’origine del verbo “sapere, dal latino sapio che è “assaporare”, ma anche, nella sua forma passiva, “avere sapore” (sapior). Il gusto è il più intimo dei sensi, quello col quale vengono saggiate le caratteristiche organolettiche di ciò che ingeriamo, di cui ci cibiamo, ossia le fonti di “bassa entropia” che consentono il metabolismo. L’atto di “assaporare” è una sorta di analisi chimica in nuce” delle caratteristiche nutrizionali degli alimenti e, dunque, della loro edibilità o tossicità.

Tuttavia gli organi di senso, non sono certo ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri senzienti, e neppure lo è l’elaborazione delle percezioni dal paradigma di stimolo-risposta, nel quale le percezioni vengono “trasformate” in elettro-chimici che vengono recati a quell’entità, che viene definita “sistema nervoso centrale”, per diventare qualcosa che noi riconosciamo come “oggetto della percezione”, ovvero il mondo siccome ci appare.

«Il lume è della mente, fuor d’essa esistono soltanto rate vibrato­rie, che gli animali notturni, come i pipistrelli con il loro radar, sostituiscono benissimo con altre d’altre lunghezze d’onda, crean­dosi ugualmente la loro visione dello spazio, le loro equivalenti immagini. Fuor della mente esistono soltanto vibrazioni, eventual­mente visibili, ma non c’è visione. La luce della visione è opera della mente; alla forma luminosa creata dalla mente, gli stimoli oculari offrono soltanto la materia occasionale[28]

Ciò che giunge alla nostra retina non è altro che un fascio di fotoni che il sistema nervoso centrale trasforma in oggetti e colori, ma è la mente che dà un significato a questi oggetti e colori e li dispone nella nostra immagine del mondo.

Allo stesso modo, i suoni, in quanto tali, sono soltanto vibrazioni dell’aria che si trasmettono attraverso i mezzi solidi, liquidi o gassosi. Non vi è un’intrinseca differenza tra il brontolio di un tuono in lontananza, lo stormire delle foglie nel vento e le note di un concerto barocco: è la mente che riconosce le percezioni e dà loro un significato in accordo col proprio schema del mondo. Gli stessi oggetti che appaiono solidi e consistenti (da cum-sistere) non sono che la metafora sensibile di legami atomici e molecolari, impalcature che racchiudono uno spazio vuoto; e, a propria volta, questa “impalcatura”, atomica e molecolare, non è altro che la metafora “scientifica” degli oggetti. È sempre l’osservatore a scegliere a quale metafora affidarsi per costruire un’immagine della realtà.

Il sistema nervoso centrale (ovvero ciò che ai nostri tempi viene gabellato per “mente” o “psiche”) elabora gli impulsi sensori e seleziona le risposte adeguate a questi stimoli. Ma, per rispondere gali stimoli del mondo esterno, bisogna che questo mondo esterno vi sia, ovvero, come abbiamo evidenziato sopra, è necessario che venga compiuta la differenziazione primaria, quella tra sé e il non sé.

Il fisico Henry Stapp[29], elaborò una classificazione tripartita di quelli che potrebbero essere definiti: “schemi primari” della conoscenza. Secondo questa classificazione il ruolo di differenziazione fondamentale è ricoperto da quello che egli denomina “schema corporeo”, che è la rappresentazione mentale del corpo fisico, come è ben spiegato da questo passo di Merleau-Ponty:

«Ora, dunque, che ho nella percezione la cosa stessa, e non una rappresentazione, aggiungerò soltanto che la cosa è in fondo al mio sguardo e, in generale, alla mia esplorazione; senza presupporre nulla di ciò che la scienza del corpo altrui può insegnarmi, io devo constatare che il tavolo di fronte a me mantiene un rapporto singolare con i miei occhi e il mio corpo: io lo vedo solo se è nel loro raggio d’azione; sopra di esso c’è la massa scura della mia fronte, sotto c’è il contorno più indeciso delle mie guance: entrambe visibili al limite, e capaci di nasconderlo, come se la mia visione del mondo stesso si facesse da un certo punto del mondo. […] Già il mio corpo, in quanto regista della mia percezione, ha dissolto l’illusione di una coincidenza della mia percezione con le cose stesse.»[30]

Qui possiamo riconoscere un altro “dualismo primario”, tra quelli che pertengono alla conoscenza, ovvero quello tra sé e non-sé. Lo “schema corporeo” delimita i confini del, ed è in relazione con un secondo schema: lo “schema del mondo esterno”, che è l’immagine di ciò che è attorno a noi ed è, quindi “altro da noi”. Stapp descrive, inoltre, un terzo schema, lo “schema delle credenze”, che è ciò che, in altri termini, si potrebbe anche definire come “visione del mondo” (Weltanshauung), che costituisce un complesso di pregiudizi, una sorta di filtro, con il quale interpretiamo i fenomeni e i dati[31].

Dunque, l’ontogenesi della conoscenza del mondo che ci circonda (prossimo o remoto che sia), c è data, come abbiamo detto, da un assieme di strumenti attraverso i quali costruiamo una visione delle cose. Questi, come abbiamo visto, possono essere “immediati”, come le percezioni sensoriali, altri sono più mediati, come l’immaginazione, il linguaggio, l’elaborazione mediante il “ragionamento”.

 Possiamo riconoscere al tatto la differenza tra una pesca e una mela perché gli altri quattro sensi hanno esperito le caratteristiche della “peschità” e della “melità”: l’apparenza visiva, il gusto, l’odore. Il singolo senso che percepisce, si porta dietro una complessa elaborazione che, dall’esperienza, ha costruito nella nostra mente un’immagine prototipica delle innumerevoli pesche realmente esistenti, che viene “richiamata” all’atto di percepirne una con un singolo senso.

Come ha rilevato Michael Polanyi:

 «Tutta la conoscenza umana ha una dimensione pratica che è radicata nella sedimentazione dell’esperienza e della memoria»[32].

Egli descrive questo tipo di conoscenza, come “conoscenza implicita” (tacit knowledge), ovvero «quella conoscenza non codificata, collocata alla periferia del campo di attenzione»[33] che consente alle persone di comprendere i fenomeni e “raccogliere” (leghein, da cui “logos”) un significato coerente per l’osservatore. Accanto a questa “conoscenza implicita”, abbiamo le numerose componenti della conoscenza esplicita che è quella che proviene dallo studio, dai dati della ricerca, ecc.; in pratica da tutto ciò che costituisce lo scibile codificato.

Scrive Polanyi:

La perizia dell’intenditore, così come l’abilità, può essere trasmessa soltanto mediante l’esempio, non tramite precetti. Per diventare esperto di vini, per acquisire la conoscenza di innumerevoli miscele di tè, o per imparare l’arte della diagnosi, è necessario un lungo periodo di apprendistato pratico sotto la guida di un maestro. Se un medico non è in grado di riconoscere ceri sintomi, è inutile leggere la descrizione delle sindromi alle quali questo sintomo appartiene. Egli deve riconoscere “personalmente”[34] quel sintomo, e può imparare a farlo solo mediante ripetute auscultazioni di casi nei quali, qualcuno più autorevole di lui, ne riconosce la presenza, e tramite il confronto con altri casi nei quali questo sintomo è assente; fino  a quando egli non sappia riconoscere adeguatamente la differenza.[…] La grande quantità di tempo impiegata dagli studenti di chimica, biologia e medicina, nel frequentare corsi pratici, mostra quanto queste scienze poggino sulla trasmissione dei saperi e della perizia dal maestro all’allievo. Il che è una dimostrazione piuttosto evidente di quanto l’arte del conoscere rimanga ancora poco precisabile»[35]


[1] Che è un modo di dire “tutti gli esseri viventi”, perché non sappiamo quanta parte di essi sia dotata della facoltà di “sentire” e di orientare il proprio comportamento in maniera conseguente

[2] Quest’ultima costituisce la conoscenza trasmessa o tramandata

[3] Oppure è viceversa, chissà? Essendo noi, al contempo, l’osservatore e l’osservato, non sapremo mai se siamo fatti ad immagine della teofania, o se questa è, in realtà, antropofania

[4] Potremmo dire, senza intendere ciò che segue in un’accezione eccessivamente naturalistica che, in questo senso la vicenda umana si riflette nelle diverse ontologie

[5] “Primarie” perché sono le prime ad essere percepite

[6] Vedi: Andrè Padoux. Vāc, the concept of the word in selected Hindu Tantras, State University of New York Press, Albany 1990

[7] Vedi: Barbara A. Holdrege, Veda and Torah : Transcending the Textuality of Scripture, State University of New York Press, Albany 1996

[8] Timeo, 47 d-e

[9] M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano 1990, p.13

[10] Elemire Zolla, Verità segrete esposte in evidenza, Marsilio, Venezia 1990

Per completezza, riportiamo anche le parole di Heidegger a questo proposito::«Perché, in generale, vi è l’essere e non il nulla?». Martin Heidegger, Introduzione alla metafisica, Ugo Mursia Editore, Milano 1990, p. 13

[11] Hannah Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna1987

[12] Platone, Teeteto, 155 d

[13] Letteralmente, “ciò che è tramandato”

[14] Cfr. Erwin Schroedinger, What is Life?, Cambridge University Press, Cambridge 1944

[15] Etimo

[16] Da qui la definizione di Prigogine: “sistema dissipativo”

[17] Spiegazione più dettagliata

[18] A. J. Lotka, “Contribution to the energetics of evolution”, in Proc. Natl. Acad. Sci., vol. 8, 1922, p. 147.

[19] Dissipano nell’ambiente esterno gli scarti del loro metabolismo, nonché l’energia “degradata”  in forme non utilizzabili (sotto forma di calore)

[20] Cfr. P. Glansdorff, I. Prigogine, Thermodynamics theory of structure, stability and fluctuations, John Wiley & Sons, New York, 1971; G. Nicolis, I. Prigogine, Self-organization in nonequilibrium systems, Wiley-Interscience, New York, 1977; I. Prigogine, From being to becoming, W.H. Freeman and Co., San Francisco, 1978; I. Prigogine, I. Stengers, Order out of chaos, Bantam Books, New York, 1981.

[21] Le civiltà complesse sorsero soltanto quando fu possibile esentare alcune componenti della società (i burocrati, gli scribi) dalle attività strettamente necessarie ad assicurare la sopravvivenza e la riproduzione degli individui e del gruppo.

[22] Giovanni Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate

[23] Che è solo il primo tra i numerosi dualismi che incontreremo in quest’opera

[24] Adrian Snodgrass. Architettura, tempo, eternità, Giorgio Mondadori, Milano 2005, introduzione (a cura di Guglielmo Bilancioni) p. xii

[25] Cfr. L. A. White,The Science of Culture, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1949;

[26] Tratteremo quest’aspetto nel prossimo capitolo

[27] Hannah Arendt, Vita Actina. La condizione umana, Bompiani, Milano 1991, p.58

[28] E. Zolla, Op.cit., p.71

[29] Cfr.: Henry Stapp,Mind, Matter And Quantum Mechanics. Springer-Verlag, Berlin 2009

[30] Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, Bompiani, Milano 2003, pp. 36,39

[31] Henry Stapp ,Op.cit., p.43

[32] Henry S.G, Zaner R.M., Dittus R.S.,Viewpoint: Moving Beyond Evidence-Based Medicine. Academic Medicine, Vol. 82, No. 3, 2007

[33] Ibid.

[34] Virgolette nostre

[35] Michael Polanyi, Personal Knowledge: Towards a Post-Critical Philosophy,: Routledge and Kegan Paul, London, UK 2005, pp.57-58

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efra mas
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1 mese fa

manca un autore: Renè Girard, fondamentale per un’analisi più aggiornata

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