Un referendum chiamato desiderio

Assente nello Statuto albertino, l’istituto del referendum viene introdotto in Italia con la Costituzione repubblicana del 1947 nelle due forme del referendum costituzionale, per confermare eventuali modifiche alla Costituzione, e del referendum abrogativo, relativo alle leggi ordinarie.

Nel nostro immaginario lo strumento referendario è indissolubilmente legato all’attività politica del partito radicale: instancabilmente dal 1974 al 2005, con l’aiuto di varie associazioni ad esso riconducibili, ha promosso ben 110 referendum.

Non vogliamo qui entrare nei dibattiti dei costituzionalisti, sicuramente interessanti anche per i non addetti ai lavori, incentrati sull’effettiva utilità del referendum e su quanto esso riesca a soddisfare le esigenze di rappresentatività della società civile, in un’epoca in cui il problema è semmai quello dell’espropriazione delle prerogative dei parlamenti nazionali da parte delle istituzioni sovranazionali, o addirittura l’interferenza di uber capitalisti, oltretutto stranieri, sempre immuni da critiche in quanto universalmente incensati come “filantropi”, nella gestione della cosa pubblica (vedi il filo diretto tra Conte e Bill Gates avente ad oggetto l’improbabile vaccinazione anti Covid o gli incontri mai chiariti di Soros con Gentiloni quando questi era primo ministro).

Ci interessa invece evidenziare l’uso strumentale del referendum attuato dai radicali con l’intento di portare a compimento una profonda trasformazione della società italiana, di traghettarla sui lidi del capitalismo avanzato secondo una logica nichilistica e consumistica di mercificazione tout court dell’essere umano.

Ricordiamo con Paolo Borgognone:

se si esclude l’estemporaneo e contingente exploit delle europee del 1999, dovuto alla interessata sovraesposizione mediatica di Emma Bonino, tramite la grottesca campagna pubblicitaria, denominata Emma for President, condotta principalmente dalle reti Mediaset, il modesto 3,4 per cento raccolto alle elezioni politiche del 1979 con 1.264.870 preferenze alla Camera rimane, ad oggi, il traguardo massimo di voti ottenuto dai radicali nel novero della loro intera esperienza storico-politica, iniziata nel lontano 1955 con una scissione dell’ala sinistra del Partito liberale italiano.

Lungi dall’aver mai ottenuto un consenso elettorale degno di questo nome, il partito radicale ha perlopiù svolto un’azione culturale sistematica e tenace, operando senza sosta per depurare la società italiana di tutta una serie di “residui” culturali, morali, religiosi e quindi, di conseguenza, “anche” economici, poiché l’assetto economico è solo il prodotto dei valori extra economici maggioritari all’interno di una società e non il contrario, residui valoriali di ostacolo all’instaurazione della società dei consumi di massa, laica e “liberata” da ogni sovrastruttura spirituale e metafisica.

Sempre attivi in corrispondenza delle principali tappe dell’americanizzazione della società italiana dal dopoguerra ad oggi (dal ‘68 alla nascita delle tv commerciali negli anni ‘80), il partito di Pannella e soci ha impiegato i referendum per avviare una completa demolizione dei valori comuni, morali, economici e culturali, che li ha preceduti: aborto, divorzio, sistema maggioritario, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti sono pietre miliari di un percorso lungo e complesso, tuttavia ben definito, tracciato dagli ideologi radicali, che non si limita a indirizzare ma vuole “modificare” radicalmente, è il caso di dirlo, il sentire comune della società italiana.

L’obiettivo è stato raggiunto. Come scrive Maurizio Blondet:

divorzio, aborto, droga libera, nozze omosessuali sono ormai solida parte del costume di tutti: tutti i partiti, di “destra” e di “sinistra”, tutti i media, Confindustria, l’Unione europea e persino il Vaticano ormai le considera “battaglie liberali e di civiltà”.

Per conseguirlo la società italiana andava snaturata, l’ethos di un popolo sradicato perché non conforme a quanto si andava delineando oltreoceano, ove il capitalismo indica con largo anticipo il percorso da seguire per la periferia dell’impero.

Tornando a Borgognone:

il liberalismo di Pannella & co si ispira infatti al liberalismo massonico, ultracapitalistico e profondamente individualistico tipico del protestantesimo anglosassone, ossia la filosofia più distante dalla mentalità collettiva, radicatasi in secoli di storia nazionale, degli italiani e in assoluto incompatibile con detta forma mentis.

Un corpo estraneo alla naturale dialettica politica italiana, introdotto con violenza e spinto da una martellante e capillare azione di marketing del “desiderio”: tutto è lecito e quindi tutto si può desiderare e, in un modo o nell’altro, ottenere. 

Grandi intellettuali eretici, come Augusto Del Noce e Costanzo Preve, hanno colto la vera natura del partito radicale. Fulminante in questo senso è la definizione dei radicali data da Preve, pensatore marxista orgogliosamente non allineato:

Quanto ai radicali, Pannella e Bonino, non li considero personalmente una forza politica, ma un elemento culturale di profonda corruzione civile e umana, avanguardia di un individualismo estremo e anomico. In  parole semplici, ripugnanti.

L’esito è una nuova forma di totalitarismo strisciante che non usa le armi o la violenza fisica per imporsi ma seduce con false promesse di felicità terrena, mentre squalifica, deride, dissolve ogni forma di pensiero, pratica, valore che vi si oppone.

È cruciale constatare che tutto ciò ha complessivamente avuto una funzione stabilizzatrice dello status quo capitalista: mentre si moltiplicano e si invocano “diritti” superflui, dall’utero in affitto al matrimonio gay, o si sostengono ferocemente posizioni contrarie a una visione non meramente zootecnica dell’uomo, dall’eutanasia alla liberalizzazione delle droghe, spariscono dalla scena e dall’attenzione dell’opinione pubblica i diritti sociali ed economici, si precarizza il lavoro, si promuove il liberismo in tutte le sue forme.

La trasgressione patinata si fa conforme a tale concezione per distrarre le masse borghesi, mano a mano che queste scivolano nelle retrovie della distribuzione del reddito, grazie agli effetti della globalizzazione dei mercati, dinanzi alla quale sono sempre più indifese.

L’uomo “nuovo” si ritiene così sempre più libero, in diritto di disporre strumentalmente di tutto e di tutti e la trasgressione è stata ricondotta nell’alveo del politicamente corretto, il conformismo rivestito di una patina à la page, per farlo credere ribellione. 

La “macchina” è sempre al lavoro

Si intravedono infatti le prossime inquietanti tappe di questo percorso, sebbene siano frutto di elaborazioni ancora da perfezionare ma già molto chiare negli obiettivi: dalla “società del noleggio”, illustrata a Davos davanti al gotha del capitalismo, al tentativo di “abolizione della famiglia”, invocata dalla Open Society del “filantropo” George Soros:

“We deserve better than the family. And the time of corona is an excellent time to practice abolishing it. In the always lucent words of Anne Boyer: «We must learn to do good for the good of the stranger now. We now have to live as daily evidence that we believe there is value in the lives of the cancer patient, the elderly person, the disabled one, the ones in unthinkable living conditions, crowded and at risk.»¹

Gli ultimi bastioni da abbattere sono già stati individuati.

Va da sé che la società dei consumi, in quanto totalitaria, è liquida e permissiva soltanto fin quando la si analizza dall’interno: non permette a nessun soggetto esterno di criticarla e nei confronti del dissenso montante cerca ormai di immunizzarsi non tanto sul piano della dialettica culturale, dove, va da sé, sarebbe destinata a soccombere per la visione menzognera dell’uomo su cui si basa, quanto ormai tramite una vera e propria censura che impiega leggi liberticide, commissioni “anti odio”, commissioni “anti fake news” (spesso dormienti quando si tratta di evidenziare quelle diffuse sempre più frequentemente dai giornali di regime).

Un disegno orwelliano, tracciato con allarmanti provvedimenti, come il ddl Scalfarotto che utilizza i consueti pretesti sentimental-buonisti – bambineschi e risibili solo all’apparenza – per silenziare il dissenso, che se approvati potrebbero farci imboccare la strada del non ritorno.

[1] Meritiamo qualcosa di meglio che la famiglia. E l’epoca del corona è un momento eccellente per la sua abolizione. Con le illuminate parole di Anne Boyer: «Dobbiamo imparare ad agire per il meglio dello straniero. Ora dobbiamo vivere come prove quotidiane che crediamo ci sia valore nella vita del malato di cancro, della persona anziana, di quella disabile, di chi ha una vita in condizioni impensabili, affollate e a rischio.»
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