Lo scialo*

C’è una caratteristica paradossale che ricorre proprio là dove non ti aspetteresti di trovarla cioè nella modernità: è l’irrazionalità dello spreco, lo “scialo” appunto. Lo scialo è quanto di più irrazionale una mentalità “moderna” potrebbe (ma il condizionale è d’obbligo) concepire; è la connotazione propria di una conduzione senza logica, senza controllo quantitativo e qualitativo, senza rapporto virtuoso tra il dare e l’avere.

E paradossale appunto perché inserita in un contesto di pretesa razionalità: non siamo noi quelli dell’efficienza, della produttività, della sostenibilità?

Il “senso” che si vorrebbe dare alla nostra epoca, è quello che vede il profitto avvalersi di una “ratio” di ottimizzazione di ogni risorsa, ma, se proviamo a cercarlo, questo “senso” svanisce, non si trova più..

Partiamo dalla vicenda dell’affaire Covid: l’investimento e la mole di affari relativi alla produzione dei cd. “vaccini” è gigantesco e smisurato, rispetto alla dinamica di spesa per le cure di altre malattie, una valanga di risorse crescente a fronte di contenimento e riduzioni di prestazioni e spese per altri comparti. Se per una malattia con una mortalità così contenuta si spende così tanto e sempre meno per altri consueti mali la sproporzione che ne risulta non può che manifestarsi come spreco ( è come mettere tutte le uova in un paniere e quasi nulla altrove: l’eccesso non può che far risaltare lo “schiaffo” ad altre povertà).

Ma cambiamo casistica: la stessa sensazione deriva dalla vita media di dispositivi ad alta e bassa tecnologia, la ormai nota “obsolescenza programmata”. Fenomeno peculiare dell’high-tech (hardware e software di computer e telefonìa) ma anche insinuato tra le pieghe dell’alta frequenza di variabilità –non richiesta dall’utente!- per le procedure di interfaccia con i call-center.. Fino ad arrivare ad esagerazioni evidenti “coram populo”: si buttano via frigoriferi per limitate rotture agli sportelli che nessuno può e ormai vuole riparare… (con buona pace della vulgata sul rispetto dell’ambiente).

La stessa dissipazione che si squaderna nello spettacolo delle montagne di rifiuti, il cui smaltimento prevede costose filiere per i “package”, spesso ingombranti ed inutili, che il marketing impone e diffonde.

L’inutilità come sistema

E l’informazione si picca di ricordarci pure il fenomeno che vede incredibili quantità di cibo “che va sprecato”. Cosa aggiungere poi alla mancata manutenzione di infrastrutture che “cadono a pezzi” trascinando nella distruzione dispersiva incolpevoli vite umane ? Ricostruirle “ab imis” non è più costoso rispetto ad una attenta manutenzione? Omettendo poi che le vite perdute non si possono ricostruire. Sul piano logico non è una vanificazione ingiustificata di risorse?

A tutto questo fa da corollario l’umiliante insensatezza di iniziative strampalate (una per tutte i “banchi a rotelle”).

Non sfugge neanche -ovviamente- il settore primario dell’agricoltura oggi globalizzata: intere colture abbandonate e fatte abbandonare dietro “inspiegabili” sovvenzioni.

Agricoltura globalizzata instaurata sul regime di trasporti sconfinati (consumo di carburanti, logorio di meccaniche navali di dimensioni continentali) per la movimentazione di prodotti già presenti in loco (!): limoni dall’Argentina, carne dei “burger” dalle lande sudamericane salvo poi raccontarci la favola bella che magnifica il prodotto a chilometro zero-.

Eccessi ingiustificati, SCIALO incurante di ogni oculata critica

E fin qui siamo rimasti sul piano degli sprechi materiali ma lo stesso può ben dirsi per gli sprechi “immateriali”. Cosa è –se non questo- la cosiddetta “fuga di cervelli”, giovani personalità su cui si è investito in formazione di livello per poi cederli a lontane filiere che mai, in nessun modo, potranno compensare il mancato ritorno di investimento a questo punto solo in perdita.

Scialo, dissipazione di ricchezza… così come dilapidazione di ricchezza immateriale è la bolla dolorosa di inutilizzo di tempo produttivo: si ponga mente alla inattività forzosa del lock-down ma prima ancora alla incommensurabile dimensione di inattività del crescente numero dei disoccupati. Se tali sprechi li si considera tutti insieme ecco scorgere il “demone” beffardo della avidità, quello che Conrad definisce “flaccido” ma mosso da intento di rapina.. il demone dell‘insensatezza, della perdita di razionalità.

È proprio questa privazione di senso (che mina e turba l’equilibrio della nostra mente) lo spreco più doloroso, quello più pericoloso. È lo spreco di tutto ciò che è “vivificante”.

(*) dall’omonimo titolo del romanzo di V.Pratolini

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lo
ciao