La guerra di Pregliasco

Dormite sepolti da campi di calcio 
Nei giornali nemmeno uno stralcio 
Sai che c’importa la correlazione 
Ora ci son gli Europei del pallone.

Ѐ dall’inizio di questa situazione che si usano metafore di guerra, dai nostri nonni e il divano alla potenza di fuoco, parossismo di propaganda sfociato nella nomina di un generale e nei continui richiami all’esercito.

Il richiamo alla guerra, al nemico comune, l’enfasi sugli “eroi”, il patriottismo dei balconi, tutto è stato legato alla presunta epica bellica.

Credere alla scienza, obbedire alle regole, combattere contro il virus; ci si potrebbe fare un bello slogan o hashtag, ma rimarrebbe comunque un déjà vu. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Ricordatevi i vostri nonni che rischiavano la vita per potervi dare la libertà, adesso voi dovete semplicemente rinunciare alla libertà per far restare in vita i vostri nonni, o almeno così veniva raccontata. La realtà è che i vostri nonni continuavano a morire, però da soli, senza neanche il conforto di aver vicino le persone per le quali avevano combattuto, l’epicità dell’immagine finale viene negata.

La potenza di fuoco, evocata per arginare i danni della guerra “cariatide”, e salvare le aziende in difficoltà, sta ancora sospesa nell’aire plumbeo della battaglia in corso, e già si profila una selezione naturale di quelle aziende, tanto avrebbero chiuso comunque, la guerra ha solo accelerato la situazione, e quella potenza di fuoco diventa eutanasia economica.

Il nemico comune, identificato come invasore alieno, proveniente da un mercato cinese, acquisisce numerosi alleati, dal terribile runner solitario al pisciatore di cani, al compulsivo acquirente di “beni non necessari”, in un’immaginaria molteplice alleanza, l’immobile linea Maiuscirot innalzata da voi, impavidi guerrieri della delazione, invidiosi dell’altrui libertà.

Quando il nemico aumenta di numero ad ogni restrizione, o rifiuti le restrizioni o diventi nemico di te stesso.

La spirale misantropica dell’Un Due Tre Stella globale, ognuno controlla i movimenti altrui odiandoli. Una guerra che è un gioco dell’immenso asilo d’infanzia che è diventata la società. Gli “eroi” in prima linea, oberati di fatica e sudore, addolorati, in lacrime, esausti dopo turni impossibili.

Eroi con scarpe di cartapesta, come gli sconfitti di altre guerre; eroi catapultati da un reparto all’altro, come fanti assorti a piloti di caccia; eroi che seguono pedissequamente i protocolli senza mai farsi domande, come tanti Eichmann che eseguono coreografie “Jerusalema”. Mentre altri, che si facevano domande, che volevano le autopsie, che riuscivano a curare i pazienti, venivano trattati a pece e piume come ciarlatani.

Ogni “guerra” ha gli “eroi” che si merita.

Il patriottismo del balcone, uniti nella battaglia a cantare l’inno nazionale, per sentirsi tutti parte attiva. Una trincea immaginaria, fatta di coraggio nella rinuncia, un’austerità post bellica anticipata ed esaltata. L’inno, poi, diventa ridicolo.

Di fonderci insieme che ce ne fregò, siam pronti alla morte e mi nasconderò.

Ovviamente in mezzo a tutte queste false metafore di guerra, non poteva mancare la parte militare.

File di camion che trasportano cadaveri, ovviamente militari, perché a Bergamo non ci sono camion o rimorchi, essendo un piccolo borgo senza industrializzazione non poteva avere automezzi idonei.

Ma dovevano essere militari, per rafforzare il senso di guerra e aumentare contemporaneamente il panico. Bisogna farli vedere per forza, altrimenti qualcuno potrebbe pensare di essere di fronte ad una sanità distrutta da anni di tagli, pensare che le terapie intensive ogni inverno erano al collasso e ogni anno andava peggio, meglio identificare bene che il nemico era un altro e che si trattava di una guerra. 

Ecco infatti arrivare il generalissimo, che indica di nuovo il nemico da abbattere, ed anche in questo caso si assiste alla moltiplicazione.

Il nemico diventa di nuovo il diverso, quello che non accetta la predeterminazione del rischio, quello che vuole decidere da solo cosa mettersi nel corpo, quello che pensa con la sua testa, quello che non ha subito la pressione dei media, quello che pensa che un militare non si debba occupare di queste cose, quello che pensa che una vita di libertà sia più importante della sopravvivenza, quello che nella vita ha sempre creduto poco agli agenti di commercio e ovviamente non crede ai virologi stipendiati, quello che ha studiato le dittature e ne conosce i prodromi, quello che sapeva già che sarebbe successo perché ne aveva capito i meccanismi anni addietro, e tanti altri che per tanti motivi non si fidano della narrazione e dello svolgimento.

Vittime del fuoco “amico”. 

Fuoco “amico” che non si estingue con loro, purtroppo.

Il buon Pregliasco, non poteva mancare al richiamo della guerra, dopo i suggerimenti sessuali, sentiva che la disumanità era poca e doveva aggiungere qualcosa. Eccolo infatti parlare del fuoco amico istituzionalizzato, la nuova guerra di Pregliasco prevede infatti che sia lecito uccidere anche i propri adepti, impedire che il nemico avanzi, potrebbe infatti imporre sacrifici umani necessari, poco importa che il nemico volesse colpire o meno quell’obiettivo. 

Tanto questa guerra è nata al contrario, chi vuoi che se ne renda conto.

Dormite sepolti ma io non ci casco
Alle uscite assurde di sto Pregliasco
Per lui ‘non nocere’ non conta niente
Sarete solo un piccolo inconveniente.

Rispondi

lo
ciao