In principio era il Verbo, poi, alla fine, solo chiacchiere.  

Il “pensiero spettinato” di Stanislaw Lec delimita immediatamente l’area di osservazione.

Parliamo di Linguaggio, lo strumento essenziale di in-formazione, in senso stretto e lato, del mondo, degli individui e delle interazioni tra essi. Linguaggio che è vivo, con tutti gli strumenti disponibili, dalla grammatica ai vocaboli, con cui ancora si compongono splendide opere letterarie e artistiche, discorsi e ogni espressione.

Percorrendo la traiettoria che dal Verbo conduce alla chiacchiere, la prima riflessione è sulla densità e la permanenza. Dal “logos” alla “doxa”, dal concetto allo slogan, dal solenne all’effimero, tutto ciò che viene detto pare consumarsi e non essere mai stato. E questo consegue l’ossessione contemporanea del progressismo, dove conta soltanto l’ulteriorità, si considera ciò che non è stato fatto o quello che ancora c’è da fare, dove il passato scompare e l’unica dimensione è un futuro che pare non giungere mai, costringendo la dialettica temporale in una successione di labili presenti.

“Finito di credere in Dio, si può credere a tutto”. Chesterton sintetizzò così la mancanza di senso e di escatologia. Quando il Positivismo ha sostituito l’Uomo e il Divino con la scienza e la tecnica, ha preso il sopravvento il calcolo, la misurabilità, la funzione specifica o addirittura meccanica. L’anima, i sentimenti, le passioni collassano in una categoria ontologica inferiore. Il declassamento degli studi umanistici impedisce di formare capacità di giudizio su quelle realtà che non sono eventi della natura ma atti degli uomini. Studiando solo le scienze naturali la quasi totalità del mondo umano ci sfugge, con gaudio di qualcuno. Le tecnologie si prestano a convivere con universi morali molto lontani, e da ciò nascono problemi immensi se non esiste un indirizzo verso il bene umano assicurato dall’etica, se l’osservazione del mondo naturale non ha un riferimento assiologico. Esclusi lUomo e il Sacro dal campo di osservazione, svanisce non solo letica, ma ogni sua derivazione ontologica, derubricando la morale a un mero esercizio di disciplina funzionale. Nel dominio dell’osservabile soccombe la trascendenza e con essa l’universale, ma senza trascendenza, astrazione, poesia mancano i fondamenti del pensiero e dell’ispirazione, quindi di qualsiasi espressione sostanziale o artistica.

I nuovi paradigmi del pensiero e del sentimento si riflettono su quelli del linguaggio.

Le due macro aree di riferimento sono quella inter-personale e quella istituzionale (riferita a “emittenti” sistematizzati che si rivolgono a pluralità indistinte).

Le modalità di comunicazione inter-personale agiscono per lo più in base a un registro aneddotico e meccanico. Ci si scambia informazioni, si concordano faccende e impegni quanto all’accezione meccanica, mentre quella aneddotica è evidente: le conversazioni avvengono su episodi circostanti e opinioni minori. È sempre più raro il ricorso a concetti, astrazioni o introspezioni effettive. Si parla di quel che si è fatto, si sparla di qualcuno, si magnificano esperienze irrilevanti. Sempre meno si riesce a indicare dinamiche, abitare concetti, verbalizzare emozioni.

La macro-area istituzionale, crea contesti, indica modelli e elargisce miti.

Si è già detto che il linguaggio è una triangolazione tra pensiero, mondo circostante e le interazioni tra di essi. Per Clark e Chalmers, in “The extended mind” (Analysis, 1988), i confini della mente variano a seconda dei legami causali che il cervello intrattiene con porzioni di mondo fuori da sé. In questo quadro l’ambiente esterno non si limita a fornire elementi per i processi cognitivi e mentali che hanno luogo nella testa, ma viene inglobato nei processi stessi in qualità di veicolo esteso dei pensieri. Indicano quindi una reciprocità di in-formazione tra mondo circostante, pensiero e parole che esprimono entrambi e ognuno diviene parte dell’altro.

Se Cioran intuisce che “non si abita una terra, si abita una lingua”, la stessa diventa uno spazio da presidiare e se pensiero e parole formano e compongono il mondo, è inevitabile l’urgenza di poterli controllare. Agendo sull’istruzione, sull’informazione, sull’intrattenimento, è possibile delimitare i contesti di riferimento complessivo per poi generare i modelli comportamentali derivanti.

Per i contesti si adottano tecniche multimediali o neurolinguistiche in grado di attivare associazioni e dinamiche adattative tra finestre di Overton e squisitezze subliminali. I contesti promanano dall’agenda setting dei media, dal complesso cinematografico, seriale televisivo e pubblicitario; dalla comunicazione virale, da ciò che promuove l’industria culturale; da qualunque criterio estetico che possa riflettere uno stile e un comportamento conforme. Non è un’elencazione esaustiva, ma fornisce indicazioni sufficienti.

I modelli vengono promossi e spiegati in modo esplicito. Se il contesto non deve essere compreso ma assorbito, il modello, invece, deve potersi agire secondo istruzioni inequivocabili. Un modello è promosso da chi può e vuole esercitare un controllo sociale indicando comportamenti funzionali a un interesse di parte. Proprio perché avvantaggiano un gruppo ristretto, i modelli risultano disfunzionali alla maggior parte di coloro cui si impongono. Per questo si procede secondo una dinamica inesorabile, descritta da Il Pedante in “Oh, right, right with the bones” secondo tre fasi precise: la prima viene detta scientifico-predittiva, che impone il paradigma taumaturgico di sicuro successo da attuare immediatamente. I primi insuccessi vengono giustificati con la fase “apologetico-moralistica”, per cui ogni criticità è da imputare al fatto che il paradigma non è ancora diffuso. A fallimento conclamato, interviene la fase “autopoietico-normativa”, con cui si perpetra il paradigma disfunzionale abbandonando ogni pretesa di dimostrabilità scientifica, stabilendo per norma la necessità del modello e annegando la verifica e l’analisi in una mistificazione assoluta della realtà.

L’establishment sa che l’esito dell’impianto liberista è il fallimento. Cinque crisi di Borsa e due guerre mondiali ne sono testimonianza. Il privilegio di pochi va così difeso con un controllo massiccio. Quando le democrazie dei “trente glorieuses” a base di diritti sociali e redistribuzione del reddito suscitarono i primi allarmi per la stabilità di sistema, Huntington, Crozier e Watanuki scrissero il loro rapporto “Crysis of Democracy” per la Trilateral, in cui si ipotizzava il depotenziamento democratico a favore di decisioni più tecniche, sottratte al dibattito parlamentare, il tutto smaltato dall’illusorio incremento di democrazia e affermazione individuale, culminati con il quarto d’ora di celebrità per tutti promosso da Andy Warhol. Questo fenomeno si è esasperato dando voce a chiunque tramite Internet, i blog, i social network, le piattaforme di condivisione. Il “prosumer”, ovvero la coincidenza del produttore di messaggi con il suo stesso consumatore, aumenta la dinamica della comunicazione abbassandone la potenza di impatto, la moltiplicazione dei messaggi ne diminuisce l’autorevolezza. Se tutti possono esprimersi indistintamente, nessuno sarà più preposto all’ascolto. Dove è possibile la replica, la si facilita con reazioni grafiche predisposte. A cuori e manine varie difficilmente segue più di un’esclamazione vacua. L’unità culturale di base diventa il meme, che Dawkins, ne “Il gene egoista” descrive come una unità di informazione residente nel cervello. Si tratta di uno schema che può influenzare l’ambiente in cui si trova (attraverso l’azione degli uomini che lo portano) e si può propagare (attraverso la trasmissione culturale). Si direbbero nuove tassonomie di archetipo, simbolo, significante e significato per riproporli identici a loro stessi.

Scongiurata l’analisi, la reciprocità e ogni aggregazione reale, la Rete è il perfetto disgregatore di quelle “folle oceaniche” che Gunther Anders vede trasformarsi in “oceaniche solitudini”. Se con i media si promuovono contesti e modelli, con la Rete si verificano i comportamenti individuali ricevendo le informazioni dai soggetti stessi.

John Robb, in The war for the future, descrive due tipologie sociali: lo sciame, un gruppo coeso che osserva l’ortodossia secolare, e l’orda, un aggregato scomposto che tenta il contrasto con strumenti di dissenso inadeguati, che si impegna per esprimere dissenso e interferire nella monoliticità sistemica. Non siamo lontani dal “popolo degli abissi” di London.

Per ottimizzare l’esercizio del controllo, non potendo l’uomo rinunciare al sublime, a un senso che trascenda il suo quotidiano e la stessa circostanza esistenziale, vengono diffusi miti. Si veicolano parusie a gettone e katekon surrogati. Il fondamento propulsivo dell’epoca è la sovranità del valore di scambio, non tanto da un punto di vista crematistico e catallattico, ovvero per il puro accumulo di danaro o per incrementare e approfittare il più possibile dello scambio di valore, ma come criterio per stabilire rapporti di forza. L’individualismo competitivo che ne consegue è una condizione straniante che non può essere compensata solo con uno status economico e sociale. Per questo i miti contemporanei alterano i paradigmi consueti del genere, adottano registri pedagogico-vessatori, addirittura cambiano il tempo del loro accadere. Dal passato, tempo iconico della mitologia, abbracciano il futuro per sostenere la validità delle promesse impossibili pur se modeste. Ma l’attenzione sul futuro abolisce qualsiasi permanenza del passato, scongiura la riflessione sui nessi di causalità. Il malessere o la disfunzione non dipendono dal pregresso ma dal dover ancora raggiungere l’obiettivo. Michea nel “Paradosso di Orfeo” ribadisce che il progressismo non ammette il guardarsi indietro ma obbliga a un forsennato andare avanti. E l’azione, veloce e continua, determina l’esistenza, “fare” prevale su “esistere”. Lo stesso mito ne assume i connotati nella sua denominazione, arrivando alla Mytomotorik (o Mitodinamica) di Jan Assmann.

Soprattutto, il mito è perfettamente complementare all’azione conformante. Si basa sui simboli, che veicolano un significato senza bisogno di analisi. Ammette fascinazione e stupefacenza, perfetti per aggirare emozioni, critica, estetica. Il bello diventa l’appariscente, tornando a una ridondanza barocca che sfugge che confonde la sostanza e il fine del contenuto. L’interesse è catturato dal sensazionale. Il racconto deve seguire l’escalation degli eventi, per cui, specie nella filmografia, un pastore di tratturi si troverà in un conflitto tra criminalità organizzate o un giovane informatico solitario, sventerà un intrigo internazionale dallo sgabuzzino nel sottoscala.

L’analfabetizzazione degli stati d’animo, il torpore epistemico concorrono alla deflazione cognitiva in atto da anni, dove ogni consapevolezza soccombe e il “voler essere” anche attraverso la conoscenza è scalzato dal “saper fare”. Che si sia invertito l’effetto Flynn non sorprende, il QI regredisce con l’atrofizzazione del pensiero. Storditi e limitati, possiamo barattare la critica e l’indagine con un protocollo nozionale omodosso, che fornisce risposte anche senza porsi domande. In nome della sicurezza e di un rigore moralistico velleitario, siamo costretti a certificazioni digitali, procedure macchinose, punteggi, crediti astratti. In un delirio di rating, ranking, password e Pin, il risultato è l’incertezza di poter svolgere le più banali azioni quotidiane senza aver conseguito l’efficienza e la protezione promesse. Quello che dovrebbe semplificarci la vita, più spesso la complica o la intralcia. Basti pensare agli attacchi cibernetici che violano i dati o interdicono i servizi. Sicurezza ed equità sono un altro miraggio che nasconde controllo e disagio.

Anche l’Intelligenza Artificiale sta tradendo le sue promesse. Come si può pretendere di replicare i processi mentali, la cui fisiologia è sconosciuta in quanto non osservabile, riducendoli a istruzioni di calcolo predefinite? Il GPT 3 di OpenAI, generatore di testi capace di apprendimento profondo, programmato con miliardi di dati, non distingue l’ironia e non è in grado di porre domande iniziali, specie di carattere astratto e concettuale. Con la morte di Ripke, dalle applicazioni della logica modale e della bisimulazione ci resta che l’Intelligenza Artificiale può verificare la consequenzialità di un ragionamento solo a posteriori, ma non può svilupparlo ex-ante.

Nell’era del calcolo e del circuito stampato, non si riesce a sapere che tempo farà domani e le previsioni economiche sono sempre smentite dai fatti. Che avesse ragione Bertrand Russel dicendo che “con la matematica non si sa mai di cosa si stia parlando e se quella cosa sia vera”?

Nella psicosi per l’azione, la velocità e il futuro, il passato sbircia questo vorticoso vuoto con il suo portato archetipico e gnoseologico. Gli stessi avatar, meme, algoritmo sono nomi derivati da tradizioni storiche quali le reincarnazioni di divinità induiste sulla Terra, il mimema greco, il matematico persiano Al-Khuwārizmī. L’inganno e l’anomalia è nel voler negare il passato ricorrendovi però per trovare soluzioni e strumenti collaudati.

L’uomo è un sistema stabile. Ha necessità materiali e spirituali. La sua natura è immutabile, possono cambiare le conoscenze, le capacità e le abitudini, ma i bisogni essenziali restano gli stessi. Si può ampliare il ventaglio delle azioni possibili, ma dovrà sempre respirare, nutrirsi, riposare, amare, sognare, relazionarsi, trascendere. Metabolismo e azione non possono prevalere né escludere l’interazione e il pensiero. Si contesti pure Heidegger, ma ancora “poeticamente vive l’uomo”, ed è la casella del gioco dell’esistenza in cui, prima o poi, è obbligatorio passare.

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lini
lini
20 giorni fa

Non estrapolate una frase di Cioran per fargli dire altro da quello che pensa, per favore

lo
ciao
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