«Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni…»[1]
Siamo circondati da mediocri che si esaltano nella banalità ripetuta, nell’assenza di essenza, in punti di vista dozzinali privi di qualsiasi analisi peculiare. La grancassa dell’insulsaggine batte scomposta, in questo tempo di demenza generalizzata, ripetendo ritmicamente il suono della pochezza.
L’autocelebrazione asfittica infarcisce di sé i piccoli contenitori di mondanità sistemiche che pretenderebbero di essere celebrati come rivoluzionari mentre riempiono il dissenso con le loro facezie inutili e la loro demenza elevata a paradigma.
Siamo al punto più basso dell’espressione politica da un lato celebrata e personificata da bolsi, quanto ignoranti, diffusori di meschinità infarcita di sciocco ed illusorio buonsenso gratuito, elementare demagogismo da quattro soldi che trova eco proprio nelle menti chiuse e ristrette di una maggioranza di stolti che ama sentirselo ripetere, dall’altro vituperata da tromboni osannati da una folla di gregari: tutti personaggi sgangherati di cui il sistema ha bisogno per sopravvivere, la ripetizione di un’esperienza lungimirante che il sistema stesso aveva già sperimentato con la creazione del Movimento 5 stelle. La storia si ripete come farsa che nulla, evidentemente, può insegnare a chi non è minimamente in grado di comprendere gli accadimenti.
Costoro non saranno mai d’intralcio a nessuno, vuoti contenitori che si riempiono incessantemente e a getto continuo di considerazioni prese in prestito e semplificate cosicché diventino anodine e possano accontentare un auditorio di accattoni del pensiero che cerca il semplice, poiché il complesso sfugge alla loro comprensione.
È l’epoca del trionfo della facilità, un’epoca priva di gloria ma piena di miseria.
Non ci sarà riscatto, non ci sarà una vera uscita da questo stato di impasse in cui è immersa la folla beota che vorrebbe farsi portatrice di cambiamento, proprio perché si continua a rimestare in superficie e la superficialità è eletta ad archetipo.
Quale cambiamento può esserci in una risacca grossolana che si affida al ripetere mantra vuoti e slogan da circensi? Nessuno.
Quando il meme diventa forma comunicativa ed il glossario evoca solo assenza di significato, quando lo slogan si fa parametro interpretativo e il “vaffanculo” diviene espressione di un concetto che pretende di avere un senso compiuto, altra similitudine con i 5 stelle, quando il disturbare dei buffoni si trasforma in prassi, quando la semplicità del vuoto si erge gigantesca e assordante, non c’è alcuna possibilità per la consapevolezza.
Semplificare, volgarizzare, facilitare sono le azioni che hanno più successo, privare di complessità rende digeribili prassi vuote che altrimenti verrebbero viste nella loro trivialità.
Già nelle piazze della “pandemia” abbiamo visto giullari urlanti oscurare, con la loro scomposta sguaiatezza, chi cercava di condividere idee. Il circo ha sempre prevalso su tutto.
Inutile continuare ad analizzare e proporre dibattiti per elevare la comprensione. La massa ha imparato a fare i cerchietti e le astine e si è convinta, per questo, di saper scrivere, rutta ed è persuasa di esprimere un punto di vista, ogni peto è ormai applaudito come la manifestazione di un’opinione.
Siamo nell’epoca del vuoto qualunquismo osannato e glorificato.
Che spazio può avere la conoscenza nell’era della barbarie magnificata? Nessuno.
Quale futuro può mai avere un pensiero che non sia la santificazione dell’ovvio? Nessuno.
Semplicemente, considerazioni che non si ascrivono a questa logica lobotomizzante sono destinate all’oblio, diventano superflue solo perché sono incomprensibili ad una massa svilita di figure retoriche obsolete e grottesche che rifuggono il complesso sacralizzando il vuoto come sono sacralizzate la scienza e l’economia dalla maggioranza dei sistemici. Ogni massa hai il suo credo, speculare e ugualmente patetico.
La soluzione è dire addio a tutti i cialtroni farneticanti, salutare i bisognosi di rassicuranti ovvietà, commiatarsi dai voraci consumatori di fritto misto irrancidito, allontanarsi da questa stipsi concettuale che ormai è imperante e opprimente.
Forse, in un altro momento, qualcuno capirà l’insulsa magnificenza di questi spanditori di letame ideologico e si risveglierà da questo profondo sonno della ragione che tanti orrendi mostri ha prodotto in un tanto breve lasso di tempo, ma è solo un’ipotesi di possibilità non certo di realtà.
La realtà, al momento, è la presenza ossessiva di un non-mondo dilagante che non verrà certo fermato da questi imbonitori starnazzanti che si ergono a maître à penser e che stimolano un’unica reazione che può oscillare solo, schiavonamente, tra «me cojioni» e «sti cazzi».
Nessuno è profeta in patria? Non è esatto, la massa ha sempre preferito i piccoli criminalucci infami, esattamente come accadde a Barabba.
Il futuro del dissenso è quello di essere congelato tra una marea asfittica di vecchie volpi che si presteranno al gioco per sostenere il ruolo di nuovi reggitori dei cancelli e una panoplia di svilenti figuranti che continueranno a gigioneggiare risputando l’ovvio, con toni polemici, di scherno o di compunta serietà per suscitare, di volta in volta, lo sdegno, la disapprovazione o gli applausi del gregge alternativo che continuerà a belare credendosi protagonista, nella bolla virtuale nella quale beotamente continua a muoversi convinto di agire e di avere un ruolo.
Ridicoli, inutili microscopici fantasmi insignificanti smossi da spettri senza un briciolo di decoro aleggeranno nell’uno e nell’altro campo in uno spettacolo indegno il cui apice consisterà nella convinzione di “aver fatto esplodere fegati” per piccole minchiate certificate come fondanti.
A tutto questo non si può che dire addio, lasciando, comunque, un’eredità cospicua che, per fortuna, non ha mai raccattato briciole di visione lasciate cadere da altri. Il resto è tutto nell’avvilente spettacolo di provincia a cui assistiamo.
Siore e siori venghino ad ammirare le splendide esibizioni del circo itinerante: saltimbanchi, pagliacci, acrobati, ballerine e giocolieri vi aspettano per rallegrare il becero futuro, partecipate tutti allo sfavillante spettacolo dell’arena del dissenso, non mancheranno neppure animali rari ed intrepidi domatori pronti ad ammaestrarli!
[1] Francesco Guccini, Addio, 2000.
