Un popolo si stermina con guerre, epidemie e denatalità. Ma per garantire l’asservimento, il controllo, l’apatia e il torpore emotivo, concorrono strumenti di lungo periodo come vere e proprie armi da minaccia ibrida.
Precarietà e insicurezza annullano garanzie e prospettive. In Europa gli ultimi vent’anni sono trascorsi all’insegna di questo attacco frontale dichiarato. Per l’evidenza del fenomeno, se ne è parlato e si continua ad analizzarne l’impatto. Meno evidente e poco discusso è l’attacco fisico e mentale all’infanzia, di cui, invece, nel nostro sito si parla qui.
Una popolazione contaminata dall’incertezza, impoverita e senza proiezione sul futuro, è già pesantemente indebolita. Minandone le nuove generazioni si infierisce a oltranza.
Se quanto detto non fosse già venefico, è in atto da alcuni anni una dinamica evidente ma meno qualificabile. Partendo da fenomeni connessi e precedenti, da una parte si è visto come l’archiviazione digitale dei cosiddetti dati sensibili li esponga a rischi di piraterie esterne o di divulgazione impropria, dall’altra i social network invitano il fruitore a pubblicare il suo privato spontaneamente e senza remore. Nonostante si garrisca la bandiera della privacy con tutta l’ipocrisia possibile, mai come ora gli ambiti più riservati e personali sono divulgabili per forza maggiore o consensualmente.
L’esposizione continua e la violabilità della sfera privata ha permeato diversi ambiti sociali tra cui anche la moda. Quando l’individuo nulla più conta nel contesto come singolo, lo si compensa con l’idea di sentirsi personaggio, inducendolo a condividere la sua inadeguatezza e le proprie miserie. La casa è come se avesse tre pareti come il palcoscenico di un teatro, nella esibizione continua delle proprie esistenze qualunque. A questo punto anche vestirsi risente della tendenza, normalizzando braghe, canottiere e ciabatte come abbigliamento accettabile ovunque. Dal vestito della domenica come culmine del decoro e del rispetto, si è precipitati alla domesticità e alla sciatteria tradotta in stile. Così siamo circondati da ascelle, ombelichi, piedi, gambe, gambette e zamponi. Perché quelle provocazioni che possono intrigare sui corpi allenati di atleti, cantantucoli e modelle, si ritrovano su arti stecchiti, sui cascami avvizziti, su abbondanze flottanti. Chiunque aspiri a replicare i personaggi più conosciuti e ammirati, replica per lo più un sembiante posticcio che esalta ogni inadeguatezza e, anziché personaggio a sua volta, si diventa soltanto pantomime.
L’idea perfida per cui sia giusto e liberatorio mostrarsi così come si è, per cui l’anticonformismo e l’informalità di maniera siano motivo di orgoglio e, infine, la comodità sia unico imperativo accettabile, esclude la congruità e l’amor proprio, disintegra il diaframma tra intimo e sociale, vanifica l’episteme del buon senso e dell’estetica.
Tentando un ragionamento su questa triade di presupposti inconcludenti, consideriamo che esporsi senza limiti e filtri rientra in psicosi da Tourette ed ebefrenie esistenziali ai limiti dell’autolesionismo e della molestia sulla comunità di riferimento. C’è poco di cui essere orgogliosi, tanto meno di cui sentirsi liberi.
L’eccentricità può sorprendere e divertire nella circostanza, ma elevata a sistema e criterio degenera in confusione e disordine, negando il buon gusto e l’opportunità, che sono le regole del gioco sociale, il sentiero tracciato su cui muoversi in sicurezza e al di fuori del quale è difficile ottenere benessere.
La sostanza è fondamentale, ma priva di forma perde qualsiasi valore intrinseco. Un gioiello in un cartoccio bisunto sarà meno prezioso, mentre una paccottiglia ben presentata guadagna la sua dignitosa presentabilità. La forma, che non è apparenza, è vettore di riferimenti certi, di condivisibilità garantite, facilita la reciprocità. Se ognuno fa come gli pare, tutto è possibile e nessuno riesce a trovare le tanto auspicate zone di comfort, fino a ritrovarsi in condizioni di ansia.
Non si riesce a determinarsi come individui, si confonde la definizione dell’identità e senza sapere chi siamo, come vogliamo crescere, chi possiamo amare, come comportarci correttamente, è impossibile raggiungere la consapevolezza di sé e connettersi con il proprio ambiente.
Per quanto riguarda l’assoluto categorico della comodità, è un salvacondotto pretestuoso per legittimare qualunque sciatteria, per imporre qualsiasi trasando e deformità. Un abito scelto con razionalità e coscienza di sé è sempre comodo, anche un completo con cravatta, un vestito lungo da sera, una scarpa stringata o un tacco dodici. L’acquisto consapevole e l’occasione in cui indossare un vestito, non potranno limitare in alcun modo l’agio di indossarlo. I vestiti, superata la funzione primaria di protezione e igiene, hanno perseguito l’intento di armonizzare la figura e correggere le anomalie di un corpo. È necessità naturale e essenziale quella di potersi valorizzare e presentarsi nell’aspetto più consono e migliore.
L’esperienza secolare ha riconosciuto la ricerca e l’espressione della bellezza come passaggio obbligato per sublimarsi verso l’estasi e aspirare al sacro. Il divino, l’espandersi dell’anima e dello spirito, non possono prescindere dall’armonia e dalla passione, dalla ricerca estetica e dall’intensità dell’espressione. Sarà tanto contorto sospettare perché questo tempo contravviene ai canoni consueti che indirizzano e definiscono la bellezza?
Volendo indicare un simbolo della decadenza epocale e del degrado estetico, tra tanti colpisce la ciabatta. Questa calzatura tecnica e situazionale, è stata concepita per uscire dalla doccia, per raggiungere una spiaggia vicina, per camminare in sicurezza e igiene in una piscina pubblica. Etimologicamente deriva dalla scarpa che gli ebrei spagnoli usavano il giorno dello Shabbat, in modalità disimpegnata e domestica. In Italia ha subìto la contaminazione lombarda di “sciavatt”. Dal mondo latino rimane il meno usato termine “pianelle”, da “planus”, ovvero piatto, senza tacco. Non è una scarpa per uso continuativo e intenso.
Ci voleva la malcelata misantropia di certi orientatori dello stile, qualora di stile si tratti, per fare assurgere la ciabatta ad accessorio polivalente, riconosciuta in utilizzi distanti e opposti a quelli specifici per cui è nata. Così ci troviamo circondati di gommosità e infradito che rimbalzano sul suolo, da andature trascinate e goffe, perché non sono scarpe da passeggio come non lo è uno scarpone da sci o le pinne subacquee.
È un florilegio di piedi spesso brutti, trascurati, sporchi. La prossimità al suolo, l’esposizione diretta alle sue impurità e i materiali anti igienici ci regalano piante nerastre e maleodoranti.
Quest’anno è intervenuto un progresso in tanto abbrutimento: si è aggiunto il calzerotto, preferibilmente sportivo, a mezzo polpaccio e bianco. Se da una parte risparmia l’esibizione di tante mostruosità podaliche e protegge dalla sporcizia, non sempre il candore niveo del tessuto persiste nel corso della giornata. In più, dopo anni di dileggio per tedeschi e scandinavi che indulgevano in questo stesso abbinamento strampalato, da noi ritenuto (direi a ragione) ridicolo, ci ritroviamo a condividere lo sghiribizzo senza imbarazzo, addirittura con convinzione. L’abilità di chi impone tendenze sta nel contrabbandare distopie estetiche patinandole di glamour e anche il polpaccio meno prestante e tornito, può svettare fiero tra la ciabatta, un bracalone acrilico, un improponibile short, un qualsiasi drappo sgualcito.
Si evoca il disagio e si assimila il soggetto al disagiato. Lo si vuole scappato di casa, lacero sopravvissuto a un accidente, un indigente affetto da esibizionismo, un dissociato mentale in libera uscita, un depresso ciancicato che varca l’uscio di casa inconsapevole. Insomma, si promuove un modello di individuo senza identità, disagiato e disastrato, confuso nel gruppo come nell’anima.
Ma l’abbrutimento è solo un aspetto della dinamica. Non basta lo squallore ambientale del trasando e l’assassinio del decoro individuale, neanche la pericolosa dissolvenza del confine tra l’ambito domestico e quello sociale che rende tutto e tutti esponibili e vulnerabili, che trasforma, al contempo, ogni luogo in un boudoir e in uno spioncino.
Ancora peggiore è l’indebolimento strutturale del fisico causato da calzature improprie, che nel tempo impegnerà ortopedici e traumatologi. Non c’è la certezza del colpevole e della colpa, ma di certo si possono osservare le conseguenze dell’alternare infradito a scarpe da ginnastica.
La decadenza che connota la fine dei cicli storici, mina i fondamentali che sostengono e proteggono ognuno di noi. Fame e paura sono armi letali per il corpo e per l’anima. A queste, con ulteriore cinismo e sarcasmo si sono aggiunte l’opacità e l’abbrutimento individuale.
Questo tempo di sciatteria, di riferimenti perduti, di disumanizzazione, che consente e invita all’informe e al ridicolo, un giorno potremo ricordarlo, per poterci ridere sopra, come l’epoca della ciabatta.
