L’ULTIMA CROCIATA O DELLA LIBERAZIONE DELLA CONOSCENZA di M. Micaela Bartolucci

Lo spartiacque storico, che si impone nel discettare in modo analiticamente serio di qualsivoglia evento, è il positivismo inglese ottocentesco, che si sviluppa esattamente nell’alveo del liberalismo e, pertanto, risulta essere ineluttabilmente congiunto al concetto di “progresso”, inteso nel senso più ampio del termine ma, invariabilmente legato, da questo momento in avanti, all’idea immaginifica di “miglioramento”.

Se il concetto di sapienza, legato indissolubilmente a quello di civiltà, proviene dal sud, ovvero da quelle società che l’hanno originata, egizia, sumera, babilonese, greca latina… la barbarie viene altrettanto certamente da nord e non solo metaforicamente.

Il positivismo è all’origine di ognuno dei mali che affliggono la modernità, primo tra tutti l’aver assurto a scienza una serie di discipline, nate proprio in quella temperie culturale sopra citata, che avevano la pretesa di spiegare la realtà, ammantandosi di credibilità e certezza, tramite, da un lato, l’uso sconsiderato del suffisso -logia inteso come studio sistemico e, quasi di conseguenza, rigoroso quindi, per estensione, “scientifico”, dall’altro grazie all’introduzione embrionale della neolingua che pervertirà i termini, specie di origine greca, rivestendoli di nuovi significanti che li “elevassero”, comunque, al rango di “scienza”.

Alla base di tale perniciosa assunzione c’è il concetto deviato di “evoluzionismo” che racchiude già in sé il senso di progresso inteso come miglioramento, da questo punto in poi, scivolando come una pallina su un piano inclinato, tutto diviene possibile e qualsiasi teoria si trasforma in fondamento scientifico per assurgere così a parametro interpretativo, non parliamo solo dell’economia, di cui abbiamo ampiamente dissertato in precedenti scritti[1], ma anche di pseudo-scienze, nate sempre in quell’ambito ideologico, come l’antropologia, l’etnologia o la sociologia, tutte assolutamente sopravvalutate perché, addirittura, elevate al rango di “episteme” ovvero di sapere che si contrappone, invece, al concetto di opinione, doxa, che identifica il parere del singolo individuo[2] a cui dovrebbero appartenere non essendo neppure téchne.

Nel momento in cui l’opinione, ovvero il punto di vista del singolo, pretende di farsi sapere, elevandosi addirittura a scienza, diventa, contemporaneamente, incontestabile perché assurge, seguendo un percorso ben noto, a dogma, secondo lo schema introdotto dal liberalismo, e questa è la perversione che prende le mosse proprio dal positivismo: trasformare qualsiasi teoria, anche priva di un qualsiasi fondamento scientifico, in episteme, ovvero in qualcosa che sappia spiegare i diversi fenomeni, di cui quell’ambito si occupa, secondo un metodo che si pretende essere scientifico.

Questa trappola semantica ha impantanato tutto il pensiero novecentesco facendo innumerevoli proseliti soprattutto in ambito marxista, la perversione a considerare scienza discipline che non appartengono affatto a questo ambito, usandole come grimaldello per sottomettere la comprensione del mondo alla propria volontà e, allo stesso tempo, per lo stesso scopo, imprigionando la conoscenza piegandola al suo volere. È fondamentale notare che questa medesima operazione è esattamente la stessa compiuta dal liberalismo, sebbene voglia risultare di segno opposto. Ancora una volta, il presunto antagonista decide non solo di scendere nel campo abilmente preparato dal nemico ma di usare le sue stesse armi spuntate.

La sconfitta è certa.   

Allora, l’ultima crociata, quella finale, deve consistere proprio nella liberazione, del pensiero e dell’analisi, dalle pseudoscienze così da riconferire allo studio la sua dignità, quella che ha perduto proprio per essere stato sottomesso, utilitaristicamente, a quelle teorie, pervase da una volontà imposta e basata sull’assunzione a dogma interpretativo, fornitale dal positivismo.

È assolutamente necessario partire da questo assunto fondamentale al fine di liberare definitivamente il metodo interpretativo da qualsiasi inquinamento positivista, sciogliendolo da ogni vincolo riconducibile all’ideologia liberalista, quindi finalizzato al suo campo d’azione, così da formarne la base cognitiva.

Il cammino è lungo e faticoso perché il liberalismo ha corroso, nel tempo, lo scibile in modo non solo eziologico ma pervasivo ed esiziale.

Smascherare la cialtronaggine delle pseudo-scienze, di origine positivista, non è semplice perché, per farlo, è necessario liberarsi da stereotipi stratificatisi in anni di appiattimento del pensiero a quei dogmi interpretativi che le hanno elevate dandogli una parvenza di serietà, eppure un serio revisionismo si impone e, come in altri ambiti della gnosi, occorre liberarsi di tutto il ciarpame figlio di quella progenie che ha inficiato ogni ambito del sapere, compreso, per altro, quello storico.

Potrebbe bastare un banale slogan: tutto quello che proviene dall’anglosfera è merda purissima spacciata per conoscenza, aggiungendo che, al fine di indagare qualsiasi fenomeno, è necessario dotarsi di appropriati strumenti conoscitivi che non siano inquinati da quel cancro che ha corroso lo studio fino a renderlo inutile se non piegato al suo volere ed ai suoi scopi.

Non è possibile raggiungere una reale conoscenza dei fenomeni, del presente o del passato, usando quegli strumenti creati e forniti da quello che è il nemico per eccellenza dell’essere umano: antropologia, etnologia, sociologia sono solo alcuni esempi di dispositivi creati ad hoc e, di conseguenza, assolutamente inutilizzabili se si intende procedere in un’analisi sgombra da ogni impurità di origine liberalista.

La vera scommessa sarà dunque quella di usare le competenze in modo da analizzare e descrivere il reale partendo da una logica interpretativa che permetta, innanzitutto, di leggere i fatti in maniera coerente e non deviata da nostalgie o pseudo-conoscenza.

La scientificizzazione, e conseguente semplificazione, dello studio intorno al concetto di uomo, portata avanti in modo sistematico grazie alla compiacenza di queste nuove scienze, è stata resa possibile a detrimento di parametri interpretativi più complessi come quelli che attengono, per esempio, alla filosofia, che in questa epoca volgare, è stata volutamente ridotta a mero esercizio ermeneutico e parcellizzata grazie all’intervento globalizzante che ha modificato il concetto di studio deformandolo sull’idea presa in prestito dalla subcultura sviluppatasi nelle università americane.

Lo studio, per sopravvivere, deve necessariamente riappropriarsi dell’ambito della civiltà, allontanandosi definitivamente, finalmente, dalla barbarie che lo ha condotto fuori dai suoi confini interpretativi. È assolutamente necessario, a questo scopo, che sia il concetto di l’humanitas, inteso nell’accezione latina del termine, a prevalere.

Per chiarire, ulteriormente questa necessità che, in quest’epoca disgregante e, nella sua essenza profonda, fantasmatica, è necessaria un’elaborazione che assuma il concetto di humanitas distinguendolo assolutamente dall’abusato termine “umanesimo”, ormai talmente ricorrente da diventare un significante vuoto.

UNA RIFLESSIONE SU UMANESIMO ED HUMANITAS di Giulio Moscatelli

Oggi le facoltà di psicologia, sociologia, antropologia, scienze politiche si definiscono “scienze umane”; con una specie di ossimoro in quanto le discipline “scientifiche” sono state sempre distinte da quelle delle “Humanae litterae” così come venivano chiamati nel ‘400-‘500 -l’epoca fondativa dell’UMANESIMO- gli studi dei testi greci e latini.

A ben vedere in ciò si annida il ben noto “veleno”, la pretesa positivistica di poter ridurre tutto lo scibile a qualcosa di concreto e misurabile (tanto per fare un esempio qualunque: i test a crocette della scuola attuale…).

Ma quale è la storia che sottende e precede il termine “Umanesimo”e il suo aggettivo “Umanistico”?

Si parta dalla parola latina HUMANITAS che sintetizzava tre concetti:  

1 rispetto benevolo per tutti gli uomini

2 la propria formazione ed educazione dello spirito

3 gentilezza nei modi e mitezza di costumi

Il punto 1 presupponeva l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini, la comune essenza umana. Si badi bene che questo concetto valoriale era estraneo ai Greci che disprezzavano lo straniero e il barbaro, addirittura Aristotele teorizzava una differenza di natura fra liberi e schiavi!! Invece il concetto di NATURA COMUNE era diffuso e fatto proprio dai Romani che consideravano il vinto non come un nemico da distruggere ma come una persona giuridica da tutelare con norme religiose.

Quindi Humanitas è il frutto dell’educazione e della cultura che rende l’uomo superiore agli animali grazie al ragionamento e ai discorsi.

Noi conosciamo il tema della humanitas grazie a Cicerone, l’intellettuale che più coltivò questo ideale.

Ragionamento (ratio) e discorso (oratio) sono i due aspetti del logos greco:

il primo concede all’uomo di dominare la natura più e meglio degli animali, il secondo (l’oratoria) è il solo che, rendendo possibile la comunicazione efficace del pensiero, è il fondamento dell’educazione dell’uomo. (sempre Cicerone nel De Oratore).

Ma adesso arriviamo al punto dolente: L ‘UNITÀ DEL SAPERE

Infrangere l’Unità del Sapere (opera della propaganda globalista) corrisponde ad atomizzare l’individuo senza legami sociali (già fatto), disgregare la famiglia e relativizzare valori e principi fino alla frantumazione della stabilità dell’essere dell’uomo contemporaneo.

Lo specchio della verità è esploso in mille schegge di vetro.

In termini filosofici ciò corrisponde al trionfo del relativismo che sempre sfocia nel NICHILISMO (un tenebroso cupio dissolvi).

Già presso i Greci, la sapienza non era concepita come somma e cumulo di conoscenze isolate e fini a se stesse ma sempre in rapporto all’insieme delle facoltà UMANE. In origine la filosofia comprendeva: psicologia, politica, gnoseologia, cosmologia, teologia, fisica, etica, estetica e metafisica!

Ma ancora di più: il genio di Pitagora, che elaborò la matematica, permise di passare da questa alla fondazione di una scuola di pensiero filosofico: appunto il PITAGORISMO.

Tornando all’Umanesimo, aggiungiamo che (lo sappiamo sempre da Cicerone) suoi corollari erano: l’alto concetto dell’uomo e di tutto ciò che è umano, il valore e l’importanza degli STUDI (l’otium cum dignitate), l’ideale estetico di vita (i greci dicevano kalòs kai agathòs) in cui si fondono insieme le virtù morali (giustizia sapienza, equilibrio interiore) con l’affabilità nei modi, la raffinatezza dei gusti, (contrapposta al brutto della vita selvaggia).


[1] Cfr. Maria Micaela Bartolucci, Nella terra di mezzo, Aurora edizioni, 2024.

[2] Cfr. Pier Paolo Dal Monte, La favola della scienza, Arianna editrice, 2024.

lo
ciao