“MORTE” DEL CRISTIANESIMO (“la guardia è stanca”) Prima parte.

 

*Si è preferito il termine morte invece di “fine” perché per un cristiano la morte non è mai definitiva ma prelude alla resurrezione.

Quando si parla di Cristianesimo sono necessarie, almeno, due attitudini:

–il rispetto, cosa che si deve ad una manifestazione dell’animo che, durando da duemila anni, rimane, per durata, a tutt’oggi una vera rarità (difficili sono i confronti temporali con altre realtà)

– e la precisazione: definire e distinguere i diversi piani relativi ad esso, storico, metafisico, teologico ecc. è ineludibile.

Dichiarando per professata la prima attitudine da parte dello scrivente, quanto alla seconda ci si propone qui di distinguere tre momenti concettuali:

-la predicazione e le opere di Gesù Nazareno denominato il Cristo

-la fede di chi si professa di lui seguace nella Parusìa cioè nel ritorno dello stesso sulla terra alla fine dei tempi

-il rapporto dei Cristiani nella dimensione storica con l’organizzazione sociale e il “Potere” contingente.

La fede nella persona, e nella natura del Cristo, attiene ad una adesione spirituale che non è suscettibile di alterazione appartenendo ad una dimensione atemporale. Nella sostanza e nell’essere di quella fede nulla può temersi.

Quanto al secondo momento, quello della attesa dei venturi saeculi (il mondo che verrà), neppure Gesù ci ha voluto rivelare il segno della sua conclusione: «Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà fede sulla terra?» Luca ,18,8.

 Invece oscurità e vulnerabilità si stendono oggi sul terzo momento.

I tre momenti sono, ovviamente, interrelati ma nella presente trattazione ci soffermeremo sul terzo: i Cristiani nella dimensione storica.

NASCITA DI UN CONFRONTO: CRISTIANESIMO E IMPERO ROMANO, INCONCILIABILI?

Il primo ad entrare in argomento fu S. Paolo (una mente di eccellenza storica); nella Lettera ai Romani del 57-58 d.C.  egli ci lascia «il più insigne documento per la storia dei rapporti tra Cristianesimo e Impero Romano»[2]:  «ogni anima sia sottoposta alle autorità superiori; infatti non c’è autorità se non da Dio e quelle che ci sono ordinate da Dio».

La sua affermazione “omnis potestas a Deo” non poteva rendere più netta e chiara la assoluta lealtà del Cristiano verso l’Impero (l’autorità di allora)[3] così come egli veniva ribadendo, in modo radicale, il proprio distacco dal mondo: «Io invece voglio vantarmi soltanto di questo: della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo: poiché egli è morto in croce il mondo è morto per me e io sono morto per il mondo» (Galati,6/ 14-18).

La predicazione cristiana nonostante, o forse proprio per quella “morte al mondo”,andò incontro adiverse feroci persecuzioni. Perché quelle persecuzioni? Al contrario dei Giudei, che non dovettero mai sacrificare alla divinità dell’Imperatore, i cristiani invece subirono tale ricatto cui risposero, in molti casi, col martirio. Questo trattamento di favore per i primi viene oggi spiegato dal fatto che i cristiani non avevano uno stato alle loro spalle e quindi nessuna rappresentanza politica. Si venne scavando in tal modo un profondo solco per il «conflitto inevitabile con l’Impero, rispetto a cui il cristianesimo appariva come forza sovversiva, per la sua dottrina apocalittica, il suo rifiuto di venerare gli dei tradizionali e la persona dell’Imperatore, la sua negazione dei principi stessi su cui si basava la potenza romana»[4].

Ma «sanguis martyrum semen Christianorum» (Tertulliano, fine II sec. d.C.): invece di estinguersi per la soppressione fisica, la potenza di attrazione del messaggio cristiano -la sua nobiltà di principi, la sua forza morale- si diffuse irresistibilmente in modo trasversale sia tra le fasce dei diseredati come schiavi, poveri, barbari sia tra le classi elevate in particolar modo tra le ricche mogli dei senatori.

Il cuore di questo messaggio era insito nell’avvento del Cristo e del suo regno fondato sull’amore (Agàpe) mediante una completa trasformazione interiore (metànoia) per la virtù redentrice del Cristo stesso. E il regno di Dio era in tal modo sì già presente, mediante il mistico banchetto, ma al tempo stesso doveva ancora venire col ritorno del Cristo (parusia) sulle rovine dei regni di questo mondo.  Il Cristo era dunque   misticamente presente nell’assemblea dei credenti (ecclesia) nel vincolo dell’amore.

La comunità cristiana -a volte segretamente, si ricordi l’età catacombale- si era già data sin dall’inizio una sua organizzazione interna fatta di diaconi, addetti a mansioni pratiche, presbiteri, responsabili del rito, episcopi, supervisori generali: tutti costoro in ogni caso per tutto il II sec. continuavano a svolgere la propria abituale attività.

L’ IMPERO SCEGLIE

Le tensioni drammatiche dovute alla contrapposizione tra Impero e Cristianesimo si risolsero con Costantino; dapprima con l’editto di Milano del 313 egli restituiva libertà di culto e beni confiscati ai Cristiani e in seguito arrivò addirittura a proclamare il Cristianesimo religione ufficiale dell’Impero.

Costantino sapeva bene che l’autorità a Roma –prima con Romolo e poi con Augusto- si basava e traeva la sua forza dall’inauguratio, la benedizione cioè e il sostegno che la divinità concedeva a chi deteneva l’Imperium. Come ieri era la Triade Capitolina oggi, grazie a lui, era il Dio dei Cristiani a concedere a lui e i suoi discendenti l’investitura divina.

Questo personaggio geniale che aveva affossato la Romanità della tradizione non era però mosso da nessuna conversione spirituale (lo battezzarono solo in punto di morte) ma da un realismo cinico impressionante; la contropartita che chiese e ottenne dai Cristiani fu totale; li indusse a trasformare le loro strutture organizzative in organi della burocrazia imperiale: per prima cosa stabilì un netto distacco tra ministri del culto o clero e popolo dei fedeli o laici. I primi dedicati al proprio ufficio in modo esclusivo, al dentro delle dispute teologiche; i secondi assai superficialmente a conoscenza di dottrina e riti. Al clero –a sua volta gerarchizzato con a capo i presbiteri/vescovi- veniva riconosciuto il rango di funzionari imperiali; alle loro circoscrizioni territoriali o diocesi, Costantino attribuì pubbliche funzioni tra cui particolarmente prezioso fu l’arbitrato giudicante. Le diocesi più importanti (Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Roma e la nuova Costantinopoli) ebbero a capo i metropoliti, di rango superiore agli altri vescovi. Tutta questa chiamata a sostegno politico veniva premiata e incoraggiata dall’indotto aumento del patrimonio ecclesiastico.

Ma la commistione tra Impero e Cristianesimo non si limitò al piano meramente politico-organizzativo; altre conseguenze e implicazioni nacquero così rilevanti da estendere la loro influenza fino ai nostri giorni.

La nascita di quello che fu denominato Impero Romano Cristiano induceva ormai a considerare la ecclesia dei Cristiani come universale, altrimenti detta Catholica.

LA CHIESA CATTOLICA E LE ERESIE

Questo slancio si traduceva nel fervore di una vigorosa e geniale Letteratura Cristiana soprattutto ad opera degli apologeti, scrittori che difendevano la fede cristiana dalle accuse propagate dalle persecuzioni con le loro crudeli pene. Sorgeva ancora una FILOSOFIA CRISTIANA proprio nei centri della erudizione greco-romana come Alessandria; dove si creava un fenomeno denso di implicazioni: le menti più ricche della cultura classica si confrontavano con la riflessione sull’Evangelo Cristiano. Da ciò nascevano tendenze sincretistiche che finivano per confrontare, da una parte, i Padri della Chiesa e, dall’altra, intellettuali GNOSTICI (GNOSI cioè conoscenze mitiche e mistiche intellettualistiche specie sulle origini del mondo). Ricordiamo anche il MANICHEISMO con i suoi due principi di Bene e Male che minacciavano la concezione monoteistica del Cristianesimo. In questo modo nasceva inevitabilmente l’esigenza di preservare la retta credenza (ortodossia) della Chiesa universale (=Cattolica) da queste dottrine erronee dette eresìe. E proprio i filosofi cristiani nutriti dalla tradizione greca arrivarono a fissare l’ortodossia in formule concettuali rigorose o dogmi. Costantino con la sua lungimiranza prodigiosa (oggi si direbbe fiuto politico) si impegnò con determinazione e tenacia a garantire l’ortodossia e combattere le varie eresie (che sorgeranno nuove e sempre diverse).

L’UNITA’ DISCIPLINARE E DOTTRINALE DELLA CHIESA DIVENNE PROBLEMA DI STATO CUI L’IMPERATORE STESSO CONSACRO’ LE SUE CURE * cfr. Conclusione

Grandissima importanza derivò nei secoli da ciò; la vita politica, culturale, artistica e sociale ne fu fortemente influenzata ma soprattutto la purezza teologica e la fedeltà della dottrina.

Dottrina e stato marceranno di pari passo nella storia.

Esamineremo le varie tappe di questo processo.

Come già visto le prime testimonianze di commistione razionalistica e impoverimento dogmatico vennero dalla GNOSI. Il primo caso che assurse a dimensioni diffusissime fu quello del prete alessandrino Ario che negando il dogma trinitario riduceva il Cristo a dimensioni umane: svuotava in tal modo il contenuto sovrannaturale della Redenzione dal momento che non concependo più un Dio che si immola per l’uomo per redimerlo dal peccato manteneva tale carico “non riscattabile”. Contro tale minaccia insorse Atanasio che tornò a sostenere la dottrina trinitaria.

«La controversia arse violentemente e Costantino, preoccupato per l’unità dell’Impero, convocò tutti i vescovi nel Concilio di Nicea (325) dove l’arianesimo fu condannato e venne formulata una confessione di fede, o SIMBOLO NICENO, destinato a rimanere normativo per tutta la cristianità». Spini.

Oltre l’Arianesimo (che continuò a lungo a dividere le popolazioni che si rivolgevano al Cristianesimo) sorsero il Manicheismo (che postulava due divinità una benigna e una maligna), il Monofisismo (che negava la natura terrena del Cristo), il Marcionismo (che negava la validità dell’Antico Testamento).

Ma, nutriti dall’immenso patrimonio letterario e filosofico classico, sorsero intellettuali cristiani che si gettarono nell’agone polemico producendo una serie nutritissima di grandi capolavori a difesa della dottrina.


[1] Nel gennaio 1918 il Congresso dei Soviet sciolse l’assemblea Costituente quando un marinaio violentemente liquidò i lavori con la frase “La guardia è stanca”.

[2] S. Mazzarino, Trattato di storia romana, vol. II.

[3] Questa affermazione dovrebbe risalire alla fase in cui probabilmente Paolo fu “rilasciato” da Nerone, prima della furiosa persecuzione di quest’ ultimo in occasione del famoso incendio.

[4] G. Spini, Disegno storico della civiltà, vol. I.

lo
ciao