Caro Babbo Natale,
da bambino avevo ben chiaro ciò che ti avrei chiesto e mi sarei aspettato, si trattava di giocattoli o di momenti inerenti al divertimento: sì avevo già da tempo le idee chiare; confesso che -pur nell’indole profondamente pacifico- ricevevo spesso delle armi: archi, frecce, pistole, fuciletti… corredati di cartucce per bambini, ovviamente a salve… Ma da tempo, nella mente, c’era già il dono atteso. Oggi no, non saprei nemmeno da che parte volgermi a formulare un’idea: le armi le richiedono gli altri e tu Babbo non potresti sostenere il prezzo di quelle moderne; missili ipersonici, sommergibili, droni… sì, so già che molti adulti le chiedono, se le aspettano, ne fanno liste… ma questi adulti non sono ragazzini innocui.
I ragazzini muoiono -ieri come oggi.
Ma lungi da me innescare una lacrimosa nota, un piagnisteo –comme il faut– ipocrita. Sarebbe prima di tutto una confessione di accidia, pavidità, omissione di soccorso.
Né sarebbe interessante ripetere quello che, giustamente, chiunque – chiunque sano di mente- si augurerebbe: salute, più sicurezza, un reddito più soddisfacente per i propri cari. Questo si sa. Ma già qui -ad onore del vero- si insinuano distinzioni eloquentissime: quale visione del mondo abbiamo e -soprattutto- quale mondo vorremmo vedere?
Una società dove vince il denaro? dove si riconosce la virtù? Eh già perché prima si deve impostare uno sfondo, lo scenario del proprio mondo augurabile, e dopo -solo dopo- si arreda questo con elementi concreti in termini di aspettative. Se pensiamo che vince il denaro inevitabilmente -pur nella più nobile natura- sogneremo situazioni che portino alla sua realizzazione. Se, al contrario, sogniamo nuovi cieli e nuova terra, chiederemo di “diventare più bravi”, più nobili, più belli nell’animo.
C’est le ton qui fait la chanson.
E allora, caro Babbo? non la farò tanto lunga e -in linea col mio carattere- dirò quel che sento davvero, sono un tipo esigente.
Se potessi, vorrei avere quello che non ho più, ritrovarlo, per meglio dire.
E -saltato l’ovvio- cioè la giovinezza, il corpo agile e resistente delle mie spericolate galoppate, la presenza di chi non c’è più. Ovvio, per tutti.
Saltiamo …
Ma c’è di più: forse mi mancheranno -per sempre? – gli eleganti viali porticati della siriaca Palmira… le tracce -lungo le vie carovaniere polverose- degli antenati, non solo miei…
Mi mancherà l’amore per le biblioteche che odorano di cuoio… e che -già mi dicono- i giovani disertano desolatamente.
Mi mancherà la parola dei maestri (in un’età in cui maestro dovrei essere io) ma che un potere occhiuto e pervasivo ha piegato, annichilito se non -addirittura- addomesticato.
Mi mancherà la Notre Dame che conobbi e che ricordava (come Modena, come Cluny come Burgos) come le cattedrali sorgono prima nel cuore e nello sforzo solidale del popolo che nella pietra, monumento alla Comunità, con la maiuscola.
Mi mancherà un mondo costruito da giganti per tremila anni…
C’è un Babbo Natale per tutto questo?
