APOKOLOKYNTOSIS [1]

Passeggiare tra le strade del mondo, che sia in quello virtuale dei social o in quello fantasmatico che si può trovare fuori dalla porta di casa, produce un senso di profonda estraniazione. Non è possibile partecipare a questo aggregato di grettezza, di assenza spirituale, di assoluta separazione che riempie, con il proprio vuoto, ogni spazio.

Ovunque si volga lo sguardo e si tenda l’orecchio, ci si ritrova all’ascolto di bocche piene di non pensiero che si fa vento: ci si rende conto di essere circondati da individui che si esibiscono in strabilianti quanto astruse farneticazioni che, seguendo un improbabile ed impreciso feticcio di democrazia (diritto di esprimersi), vorrebbero rappresentare analisi del presente.

Elucubrazioni asfittiche, polverose come i mobili di un maniero disabitato, chiaramente grette, composte, al più, di esigui concetti semplici ribaditi ad libitum. Raro trovare qualcuno che si prenda la briga, nonché il piacere, di studiare un po’, almeno quel minimo che metterebbe al riparo dallo sproloquiare o dal proferire idiozie sconnesse e rozze scempiaggini. L’utente medio, come è sempre accaduto, si rivolta al mondo a suon di approssimazioni, di mezze competenze, di facili stoltezze, di ovvio ribadito, di inviolabili castronerie storiche, politiche, culturali e, per farlo, non va mai oltre il motto.

L’ignoranza, che con fare caustico ed assoluta arroganza, vorrebbero così strenuamente combattere nelle giovani generazioni, si erge, dal loro mormorio stentato, a mole svettante.

Ed ecco fluire, come in un fiume in piena, tracimanti marosi di bieca, profonda, irreversibile insipienza, condita, come se non fosse già sufficiente l’orrore che provoca una tale visione, di sicumera e tracotanza.

Non è il cervello a muovere questa massa inetta ma la pancia. La pancia erutta ammorbanti amenità che riempiono si sé ogni spazio di discussione che il sistema gli mette a disposizione a tale scopo; improvvisati maître à penser che, semplicemente, sono convinti di pensare e che hanno come unica forma di alfabetizzazione politica i post o i video di altri ciarpami del pensiero convinti di essere dei fari illuminanti: tale groviglio crea solo un susseguirsi di contorsionistici spasmi che generano nauseabondi miasmi.

Una grande montagna di dilettantismo, di robusta e strutturata inconsistenza.

Del resto, se ribadire l’ovvio nel mondo esterno è già noioso ed ininteressante, tale esercizio, portato avanti con caparbia determinazione in una bolla virtuale, è semplicemente pleonastico e crea un’asfissia ben peggiore che nella realtà.

Questi generatori di insulsaggini si sentono magari arguti, finanche sferzanti ma ignorano di essere terribilmente ed irrimediabilmente privi di qualsivoglia forma di conoscenza. Ciononostante pontificano, pontificano su qualsiasi cosa: non v’è argomento sistemico su cui non si avventino con cupidigia, mossi dalla convinzione di poter davvero dire qualcosa che abbia un senso compiuto, di esprimere un’idea che attenga ad una visione del mondo.

Imperversano nel labirintico universo dei social spandendo convenzionalità, infarcendo ogni dedalo di inconsistente supponenza, e, come se non bastasse, si adirano come se davvero quelle baruffe anodine fossero qualcosa di imprescindibile: discutono con toni rabbiosi, offensivi, si sentono quasi invulnerabili nella loro labile fortezza, costruita sul nulla della loro melensa gelatina espressiva. V’è da aggiungere, ad un quadro già fosco, che la maggior parte non è neppure capace di comprendere correttamente poche righe di testo, e quindi commenta a vanvera, semplicemente spinta da un pregiudizio che gli impedisce di leggere esattamente, reagendo così con il livore tipico di chi presume senza intendere alcunché.

Irrefrenabili: tutto il loro povero mondo interiore è lì, in quei pochi caratteri che gli sono concessi; qualcuno trova addirittura normale comprarsi il modo di poter straparlare, tanto per raggiungere vette di solipsismo ancora più alte e convincersi, nella propria presunzione che ci sia qualcuno davvero disposto a leggere quei lunghi sproloqui eruttati come lava da un vulcano di semianalfabetismo da social.

Altro che bar dello sport e negozi di parrucchiere. Siamo ben oltre: si avvera il sogno di ogni essere di farsi, così dal nulla, esperto e grande conoscitore del vasto mare del niente che si fa parola.

Interagire? Perché, di grazia? Con chi poi?

Con l’assurda protervia degli ignoranti? Con la meschinità degli strafottenti? Con la bonaria semplicità degli incompetenti? Con la sicumera dei ripetitori di slogan? Con degli invertebrati del logos? Con dei bengalini della riflessione? Con dei macachi dell’intelletto? Con dei solforosi vapori del concetto semplice? No, grazie.

Non resta che isolarsi e circondarsi di buone compagnie con cui condividere davvero, evitando tutti quegli inutili ed annosi dialoghi che servono solo a perdere un tempo troppo prezioso per essere sprecato in un esercizio così stancante e sterile. Questa scelta razionale è, ovviamente, sempre bollata, dai polverosi imbonitori, sputatori di sentenze, di elitismo: un’accusa che, pronunciata da questi poveracci pretestuosi, suona come un bellissimo complimento.

Il desiderio è, in effetti, che la bolla di interazione diventi sempre più piccola, quasi minuscola, non aspirando ai grandi numeri bensì ad uno sparuto circolo di compagni d’avventura, una comunità ristretta che, però, si esprima per dire e non per sentire il suono della propria voce. Dare vita ad un eremo di pace e tranquillità, più simile ad un’abazia benedettina che alla sala congressi di un moderno albergo a quattro stelle, in cui si intreccino disquisizioni assennate, non contaminate dal pensiero dominante, dall’ovvio, dalla parola d’ordine. Un luogo in cui il pensiero non si preoccupi di piacere ma di esprimere una peculiarità, un ordine che si elevi oltre il nulla ed al di sopra della trivialità del basso; uno spazio in cui si possa respirare l’aria pura del non udito prima, del dubbio, dell’assenza di nostalgia, di preconcetto e del pregiudizio infingardo e squallido.

In un luogo di tal fatta occorre incontrarsi e ritrovarsi; lontano, soprattutto, dalla psicopatologia sistemica degli antisistemici organici al potere, lontano dai contrabbandieri di opinioni che non gli appartengono, dagli approfittatori saprofiti, dai piratelli da strapazzo che razziano l’altrui pensiero, dai rapinatori dell’altrui intelletto, via da indegni sgherri del lapalissiano, dal pregiudizio che si fa giudizio, dal fraintendimento che diventa dogma, distante dal brulicante ciarpame che attanaglia un epoca vile e gretta, meschina nella sua chiusura soffocante.

La pazienza viene meno e la volontà deve, imperativamente, essere impiegata in modi migliori che esulino dall’abbassarsi a qualsiasi livello, pur di interagire.

Per sopravvivere, in questa realtà fantasma come nel virtuale, si impongono delle scelte, pressoché obbligate: rimuovere la zavorra che è, di per sé, carico inutile.

Il peso tiene bloccati a terra, il volo è, per antonomasia, leggerezza e stabilità.

 

 

[1]L’espressione fu inventata da Seneca e vuol dire “La trasformazione in divinità di una zucca”.

lo
ciao