«Questo reverendo signore, dal viso così umile e benigno, con vesti lucenti ed ecclesiasticamente fluttuanti, con parrucca così minuziosamente incipriata, così rigida e così vasta poteva mai essere quello stesso che, poco prima, con volto arcigno, e in vesti tabaccose amministrava, con la ferula in mano, le leggi draconiane dell’accademia? O paradosso gigantesco, troppo profondamente mostruoso perché possa avere una spiegazione!»[1]
Come nel racconto di Poe, vedo il doppelganger, ma lo vedo esattamente all’opposto. Colui che sembrava simile a me ora mi rende basito. Osservo la dissolutezza e i colpi bassi che tira incessantemente, la saggezza con cui propugnava i nostri valori comuni si è trasformata. L’esuberanza con cui sostiene alcune tesi che non sono altro che corollari inevitabili delle abominazioni che un tempo combatteva, mi pone decisamente lontano dalle sue posizioni. Quando cerco di farlo notare inoltre vedo lumi d’odio lampeggiare verso la mia persona.
Memore della storia, non posso che allontanarmi, prima che uccida se stesso e contemporaneamente anche me. Lo sento incitare all’azione in maniere che riportano alla mente l’obliato nemico comune, accompagnato da vecchi ignavi chiamare me ignavo e codardia la mia inazione.
Tradurre in azione l’inazione è francamente impossibile. La frammentazione del tessuto rende inutile l’opera di qualsiasi sartoria. È passato abbastanza tempo dai giorni dell’ira, quel 2020 poteva essere davvero lo spartiacque decisivo ma così non è stato.
Quel periodo, in cui eravamo uniti in un obiettivo comune nobilissimo, era soltanto illusorio. Sono caduto anche io nella stupidata del “nemico del mio nemico”, che ho sempre reputato una stronzata colossale, pensando che fosse mio amico chi invece non poteva esserlo.
Le minestre di Overton e le rane in camicia erano evidenti, ma non riuscivo a vederle. Il costrutto, che mi sembrava collettivo, era infatti individuale, in un altro momento e diretti verso un’altra parte sarebbero passati inosservati lockdown e violazioni dell’habeas corpus. Ho sempre pensato che, se qualcosa potesse essere usata contro di me, avrei dovuto considerarla un male anche se ne avessi tratto un vantaggio momentaneo. Le vittorie di Pirro sono sempre funeste. Quello che pensavo fosse un pensiero portante e un collegamento vitale non lo era.
Una volta avevo parlato del Pantheon creato per dividere e annientare, di come chi ci fosse già passato sotto non cogliesse proprio la similitudine. Alla fine la bandiera della libertà non aveva più ombra e Malthus era libero di allagare la parte di formicaio prescelta.
La possibilità di calcificare le fratture è preclusa dall’iperindividualismo, dalla necessità di togliere lo spazio vitale altrui e di lederlo, se ne ottiene vantaggio. La banalità del male valida a seconda del male. Specchio di tutte le piccole divisioni. Le microfratture unite a diventare amputazione, quelle porteranno all’inazione. Non potrò mai schierarmi dalla parte di qualcuno che non vede l’ora di applicare la sua scure su di me, fosse solo per proibirmi un taglio di capelli.
Dio mi guardi dagli amici dei Rischi e benefici.
[1]E. A. Poe, William Wilson.
