«La mia banda suona il rock
E tutto il resto, all’occorrenza
Sappiamo bene che da noi
Fare tutto è un’esigenza»[1]
Semplificare, banalizzare, ridurre, facilitare, agevolare, volgarizzare, limitare…
Nell’era degli slogan, in cui qualsiasi complessità viene vissuta con colpevole sospetto e additata come demerito, nell’epoca del motto e della battuta come valore supremo, nel tempo del meme come massima espressione, andare controcorrente diviene un imperativo categorico: complicare, approfondire, aumentare, espandere si fanno obbligo. Non assecondare un portato avvilente fatto di scempiaggini e insipidezza è il dovere di chiunque voglia comunicare qualcosa di sensato: le analisi trite e ritrite sono bava di lumaca, appiccicosa e, francamente raccapricciante, che solo chi possiede, come unico bene, un ristretto orizzonte può provare il gusto di secernere.
Perché sarebbe così importante essere semplici, giocare ad essere pop? Perché dovrebbe essere un pregio piacere a tutti o essere capiti da tutti? Quale elevazione dello spirito ci si paleserebbe stando stesi a terra? A quale formidabile risultato si giungerebbe essendo capaci di essere “popolari”, aggettivo che, già di per sé, suona repellente.
No, grazie.
Si impara a scrivere, si fanno pensierini, poi frasi con più subordinate, infine temi. Si impara a leggere, prima qualche parola, poi brevi testi, finalmente libri via via più complessi, è un percorso di miglioramento, v’è in esso una volontà di insegnare? No, solo di apprendere.
Si condivide ciò che si possiede per il piacere stesso di farlo, non per il piacere narcisistico di piacere.
Lasciamo volentieri ad altri, malati di protagonismo da primedonne, la volontà di essere apprezzati ad ogni costo, sottoponendo l’auditorio ad insulsaggini che hanno il gusto stantio di un cibo precotto, lasciamo volentieri ad illusionisti faciloni e maghi di paese il piacere di stupire con trucchetti da buffoni, lasciamo volentieri a ballerine di seconda fila il compito di sgambettare a tempo, lasciamo volentieri ai pagliacci del pensiero la strabordante ilarità del frizzo, lasciamo volentieri ad altri lo strimpellare il piffero per adescare orde di topi, lasciamo volentieri ad altri il salto ritmico della corda per stupire i sempliciotti, lasciamo volentieri ad altri l’inezia, la bagattella, la piccolezza e la pochezza.
Non dobbiamo cantarle a nessuno, non ci dilettiamo nell’abbassarci, anche perché, con l’età, il nostro mal di schiena è peggiorato.
Ci allieta scrivere e ci delizia ancor più farlo accuratamente, scegliendo ogni lemma, tra tanti sinonimi, con dovizia ed accuratezza semantica, costruendo ogni periodo con attenzione maniacale, badando ad ogni punto e ad ogni virgola, amiamo cucinare pietanze che siano prelibate, squisite, cerchiamo di essere ironici ed apprezziamo il lazzo ma che non sia questo il solo tratto che appare dal nostro interloquire, abbiamo studiato danza classica e, anche quando non andiamo sulle punte, non amiamo il dondolamento della salsa, abbiamo suonato il sassofono, uno strumento che, secondo la leggenda, sembra non si addica al sollazzare topi, pratichiamo l’equilibrismo, talvolta ad altezze funamboliche, lo esercitiamo senza rete, dopo esserci allenati, a lungo, anche a cadere, adoriamo le complicazioni, l’approfondire, privilegiamo il circumnavigare piuttosto che l’attraversare. È una questione di gusto, non certo di comodità, ecco perché si chiama stile.
Possiamo piacere a tanti, a pochi, a pochissimi, a nessuno, o, magari, soltanto ad uno, questo è irrilevante.
Saremo compresi da coloro che avranno la curiosità di leggerci, di ascoltarci e, magari, perché no?, si concederanno il lusso di andar a cercare sul vocabolario qualcosa che prima non conoscevano, con lo sfizio di apprendere ed ampliare, di tal sorta, le proprie competenze.
Quello che scriviamo è un sasso gettato nel mare, le onde di propagazione che si formano sono una perfetta resa delle interrelazioni che tale gesto può originare, più ristrette, e di minore ampiezza quelle che si formano accanto al punto in cui è caduto, più vaste ma meno intense quelle lontane. Il dialogo vero non è urlato, avviene sottovoce, solo con i prossimi, oltre, se giungerà qualcosa, sarà solo l’eco.
L’importante, per quel che ci concerne, è non tradire le nostre aspettative, che siano ad un livello diverso dagli astanti, conta poco e poco importa, non arriviamo certo al punto di dichiarare, come fa Cyrano, «Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato» ma, semplicemente, abbiamo un debito d’onore esclusivo con la nostra volontà e con il piacere di poter narrare, quanto attestiamo, secondo il nostro stile e, soprattutto, seguendo il nostro solo ed unico insindacabile giudizio.
Una bonaria spaghettata di mezzanotte richiede facili gesti, noti ai più, ma se, per guizzo, si vuol imbandire un desco che solletichi il palato è richiesta, piuttosto, una certa perizia. Ad ogni fine si addice il giusto mezzo.
Che si avvalga della povertà linguistica chi vuol far proseliti tra i tanti, che sia accurata ed oculata la lingua di colui che vuol argomentare assennatamente.
Chi necessita gregari, che reggano il suo regale mantello e spalanchino la bocca ad ogni sua ovvietà, sia mediocre e di immediata comprensione, magari ridanciano e facilone; che elevi, invece, il suo linguaggio affinché possa esprimere appieno la dinamica complessità dello spirito chi, al contrario, non abbisogna del plauso di un gregge trasformato in pubblico pagante.
Non siamo uguali, apparteniamo, evidentemente, a due specie diverse d’umanità. Per pochi, per alcuni, per certuni, indiscutibilmente il nostro proferire, lo sappiamo bene e ne andiamo fieri, non è per tutti.
«Sdegno il verso che suona, però è una musica a ruota, che non è creatrice quindi non partecipa veramente alla bellezza.»[2]
[1] Ivano Fossati, La mia banda suona il rock, 1979.
[2] Ugo Foscolo, Le Grazie.
