[NDR: le opinioni dell’autore non rispecchiano quelle della redazione]
Nel leggere tutte le reazioni sulla questione del patriarcato mi è venuta in mente la fiaba di Cenerentola che, credo, tutti conoscano e da cui vorrei partire per la mia riflessione.
Iniziamo dai personaggi: la povera Cenerentola, la matrigna, le sorellastre e il padre di cenerentola; non nomino altri personaggi perché in realtà ci sono molte versioni diverse dove i complici variano a seconda degli autori e del periodo in cui è stata scritta la favola (io personalmente ho letto “La gatta cinerella” ne “Lo cunto de’ li cunti”). La prima stranezza che salta in mente è il comportamento di questo padre completamente sottomesso dalla nuova moglie e matrigna di Cenerentola, direi che non sembra proprio il prototipo di padre-padrone, anzi, l’elemento cardine è la rivalità femminile che emerge con l’arrivismo e la cattiveria. Direi che possiamo iniziare ad isolare un primo elemento: l’arrivismo, e la rivalità come conseguenza, riguarda anche le donne. Ma in cosa consiste storicamente l’arrivismo femminile così come rappresentato in questa favola che sembra risalire addirittura all’Antico Egitto, nella sua prima versione, e di cui esiste una versione anche nell’antico mondo greco, sempre nella figura di Rodopi, la schiava di stirpe Tracia? Ecco emergere quindi il secondo elemento: la scalata sociale, l’emancipazione tramite l’accoppiamento con il “capo branco”, il Re, l’Imperatore.
A questo punto, si deve sottolineare il carattere emotivo, romantico, e il finale glorioso per la “schiava”, nelle versioni più antiche, e per la “sguattera”, nelle versioni più recenti; la domanda quindi non può che essere una sola: QUANTE DONNE HANNO SOGNATO IL PRICIPE AZZURRO CHE LE TIRASSE FUORI DALLA MISERIA? In questo meccanismo possiamo notare la posizione subalterna nei confronti dell’uomo ma NON DI TUTTI GLI UOMINI.
Poi, un bel giorno, arrivano l’illuminismo, la rivoluzione industriale, la borghesia e l’arrivismo sociale viene concesso ANCHE all’uomo comune (ma non alla classe più povera). Ciò che cambia quindi è la nascita di un “principe” un po’ più povero, la donna impara ad accontentarsi, a seconda dello strato sociale a cui appartiene, e a limitare il suo arrivismo, che è, COMUNQUE, sempre subordinato a quello dell’uomo e nel suo intimo sempre rivolto al “capobranco” che, magari, potrà essere sostituito dal proprio marito.
La base emotiva contenuta nel meccanismo che ho descritto è la passione che, a sua volta, deriva dalla CONSAPEVOLEZZA di aver BISOGNO DI PROTEZIONE e, al tempo stesso, poter godere di quella sicurezza e del potere che il coniuge è in grado di trasmettere, ma in cambio di cosa? In cambio di figli e accudimento domestico e, quindi, della possibilità di trasmettere la propria eredità che si legittima con il cognome del padre. Vero è che da alcuni decenni il cambiamento di questa obbligazione è sotto gli occhi di tutti, la donna piano piano (troppo piano o troppo in fretta?) si sta emancipando e le leggi dispongono questo cambiamento, per comprendere meglio, però, conviene fare un salto nel tempo: quando inizia questo patriarcato e come?
Non esiste una data certa, ma si suppone che sia iniziato attorno a 6000 anni fa, più spesso si indica l’inizio dell’età del bronzo e si prende come riferimento il passaggio dal nomadismo ad una vita stanziale, nasce l’addomesticamento di piante e animali, avviene un aumento demografico ma l’inizio del fenomeno, con tutte le sue conseguenze negative e positive, potrebbe essere la nascita della proprietà da rivendicare e il conseguente uso della forza per difendere i propri beni; a quel punto la forza fisica, e l’aggressività più accentuata nell’uomo, lo portano a prendere consapevolezza della sua principale differenza con le donne e soprattutto delle sue possibilità di ottenere potere accumulando beni di ogni tipo, dominando altri uomini e scegliendo le donne più attraenti. Ma l’uomo muore, non vive per sempre. E dove finiranno tutti i suoi beni e il suo potere? Come ho scritto sopra, dovranno essere ereditati dai suoi figli, ovviamente maschi. E se nascono solo femmine? A quel punto la ricchezza (possiamo usare il termine capitale?) dovrà rimanere in famiglia e le figlie si sposeranno con i cugini o con quegli uomini che, comunque, avranno un legame di sangue con il patriarca, anche solo ipotizzato, inventando una leggenda che possa permettere di mantenere il suo nome sul clan di appartenenza. (Vedi Figura).

Torniamo all’aspetto emotivo e romantico delle vicende che nascono in questa società patriarcale, quindi maschilista; mettiamoci nei panni della donna scelta dal potente di turno, con i beni di cui può disporre, il potere che ottiene di riflesso e il piacere che prova ad essere la compagna del capo, è questo il momento in cui nasce la passione, in cui nascono i racconti epici con donne meravigliose che fanno impazzire di desiderio guerrieri affamati di potere, in cui l’attrazione reciproca e l’atto finale hanno sempre qualcosa di mistico. Ma ci saranno anche MADRI protagoniste di questi racconti e che rappresentano il supporto più profondo a quei figli guerrieri che saranno i prossimi patriarchi. La dinamica passionale nel rapporto uomo/donna entra a far parte dell’immaginario e, nei secoli successivi, non solo non sparisce ma si adatta attraverso la produzione letteraria ai tempi che cambiano. Un esempio: la donna è una dei figli del proprietario terriero, l’uomo è un pioniere alla ricerca di una vena d’oro e la trama è sempre basata su una guerra tra il futuro marito e il padre-padrone di lei per conquistarla, guerra che termina con un orizzonte di benessere e serenità dove lui diventa ricco e lei la sua compagna ideale. Entrambi presentati con la stessa carnalità e sensualità di un comodino dell’Ikea.
Ciò che mi ha sempre colpito è che questo tipo di trama, con questa passione, che potremmo definire attitudine, è trasversale in tutte le classi sociali ma più si scende e più le caratteristiche del guerriero e della futura principessa perdono intensità, si adattano alla situazione REALE e allora abbiamo l’operaio e la commessa, il muratore e la donna delle pulizie, che vivranno la loro passione con la stessa intensità del principe e della futura principessa ma senza lotte e senza ricchezze; la forza di lui-guerriero sarà quella di saper sopravvivere proteggendo e sorreggendo la famiglia mentre la forza di lei-principessa sarà avere la capacità di accudire la famiglia e sorreggere a sua volta il “guerriero”. Ma quando vivi nella merda e non sei un principe e neppure una principessa la favola crolla. Marito e moglie si rendono conto che non siamo più nell’età del bronzo e che, alla fine, le loro vite sono complementari, vittime di quella passione che nasce proprio col patriarcato, schiavi di quel capitale ottenuto con la violenza e che appartiene a poche famiglie, quelle che sono veramente patriarcali. Avete mai sentito di qualche matrimonio tra persone appartenenti a classi diverse? Il patriarca più ricco non lo permetterebbe mai, mentre quello più povero ne sarebbe felice. Ed è qua che si spiega il carattere sottomesso del padre di Cenerentola: il messaggio è che il vero patriarca è ricco e potente e se non lo è perde il rispetto delle donne. Il problema gigantesco del crollo della favola è che non ne è nata un’altra alla quale aggrapparsi e sia le donne che gli uomini, che non fanno parte della classe dominante, sono persone confuse, frustrate e disorientate.
L’uomo sente di avere la stessa forza e le stesse potenzialità che aveva 6000 anni fa ma, se mai le avesse avute, non ha più le stesse possibilità di combattere e rivendicare nulla se non ogni tanto uscendo di testa e ammazzando la moglie oppure un paio di vicini di casa, in alternativa, però, ha droga, gioco d’azzardo e prostitute. La donna, invece, può godersi finalmente un minimo di libertà, senza essere presa a mazzate ogni 5 minuti, sempre se non finisce col marito/compagno sbagliato o se è sola può vivere se stessa senza essere definita strega, peccato che, come l’uomo, a un certo punto esce di testa anche lei, e inizia a concedersi a chiunque senza ritegno o a capitalizzare la sua sessualità e in più ci sono ancora molte donne, analizzando la persistenza della cultura del romanzetto rosa e alcuni prodotti televisivi e cinematografici, che sognano il principe azzurro e quel “vento di passione” che le faccia sentire vive; la conseguenza è la frustrazione che le porta a vivere in una bolla ideale o a rivendicazioni anche giuste, nella sostanza, ma sbagliate nella forma e nei modi, tradendo la loro stessa femminilità.
L’uomo e la donna sono il frutto della dialettica biologica, non possono essere uguali altrimenti non sarebbero complementari tra loro e funzionali alla vita. La verità è che, nel momento stesso in cui iniziassimo a vivere liberamente una condizione paritaria, ma sempre e comunque complementare, in cui vivere il desiderio sessuale e le relazioni sentimentali, liberi da costrizioni economiche e manette moralistiche patriarcali, sparirebbero una serie di sentimenti che ci sembrano normalissimi e addirittura eterni: la passione erotica e sentimentale, la gelosia, la sessualizzazione del proprio aspetto come richiamo sessuale, i giochi di ruolo in cui inconsciamente ci si continua ad atteggiare come principi e principesse, il gusto della conquista e tutta la produzione romantica, culturale e materiale, collegata a queste pseudo-emozioni. Sparirebbero però anche gli effetti collaterali e i fenomeni collegati a questa cultura: prostituzione, stupri, pornografia, sfruttamento della sessualizzazione e creazione di surrogati comportamentali funzionali al capitale, dipendenze di ogni tipo come palliativo alla frustrazione e la violenza nevrotica.
Sto parlando di un nuovo modo di vivere i sentimenti e le relazioni, con più serenità e in maniera più naturale, più vera e più LIBERA. Sono consapevole della enormità che comporterebbe, sparirebbe tutta la produzione culturale e artistica che è nata in migliaia di anni ma ne nascerebbe una nuova che assorbirebbe la precedente, e del resto, in questo magico mondo liberale, la bellezza creata nel passato non sta comunque scomparendo fagocitata dallo schifo che ci circonda?
Se invece vogliamo continuare a giocare al guerriero e alla principessa non c’è nessun problema, le regole del gioco ormai sono chiare. Che vinca il migliore.