LA STORIA COME ” NON” LA SI INSEGNA A SCUOLA

 

Vediamo cosa succede se applichiamo il reagente di una certa coppia semantica agli ultimi tre millenni: la coppia di significati opposti è RELATIVISMO vs. METAFISICA.

Per relativismo si intende la posizione per cui ogni conoscenza umana non coglie la realtà in sé, rimane priva di verità valide ovunque e sempre, ma è relativa alle diverse condizioni contingenti, posizione confermata anche per l’idea di bene e di male. Metafisica invece aspira all’essenza in sé della realtà, al di là e al di sopra dell’esperienza mutevole.

Procederemo come in una stratigrafia, cercando di cogliere correttamente (per quanto saremo in grado) le varie declinazioni.

Iniziamo dal I millennio avanti Cristo in ambito medio-orientale: ci arriva notizia dell’istituto del “giubileo” praticato dagli ebrei e dagli abitanti della Mesopotamia, inteso come rituale condono dei debiti materiali a scadenze prefissate (ogni 50 anni? ogni 25?). Ad un certo momento (tutt’altro che certo in verità) questa usanza venne svuotata del suo significato originario e si limitò ad una generica celebrazione di tipo purificatorio e di “perdonanza” ma non più economica; i debiti ,quelli materiali  si pagano ; si dibatte se questo sia avvenuto dopo la cattività babilonese  e la sua liberazione da parte del gran re persiano Ciro il Grande o in altro momento…Subentrò così più o meno surrettiziamente l’usura con relativi guadagni sulle somme (oggetti?) prestati e computabili sul TEMPO di giacenza debitoria.

Si può comprendere -sempre considerando le debolezze dell’animo umano frutto di ansie, avidità, egoismi- come una nuova modalità di pensare si insinui nella relazione umana, tessuta di mentalità raziocinante, speculativa quando possibile, calcolatrice, “ragionieristica” si direbbe oggi. Quello che qui vogliamo indicare col termine di “pensiero economicistico” di cui è inevitabile conseguenza un relativismo prima sociale (chi si trova in difficoltà e non riesce a pagare il debito diventa un reietto, forse un “peccatore” in quanto abbandonato da ogni protezione superiore sicuramente per aver ,lui o i suoi antenati, commesso chissà quali peccati) e poi un relativismo morale: se è vero -come è vero- che è l’avidità la spinta propulsiva degli affari ebbene sbiadisce fino a scomparire ogni valenza di “bene e di male” nelle azioni: gli affari sono affari ! Il piano inclinato è ineludibile. Ricordiamo Gesù il Cristo: «Gesù entrò nel tempio e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano; rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi.  E disse loro: «È scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne fate un covo di ladri». E’ tutto molto coerente: il pensiero economicistico non è compatibile con l’assoluto di cui il sacro è l’estremo accesso; ed il relativismo è premessa e condizione di ogni modalità utilitaristico-raziocinante.

Ma procediamo nella nostra stratigrafia storica: le due forze relativismo e assoluto metafisico si sono sempre confrontate nei millenni, a volte compresenti, a volte egemoni una sull’altra, per lunghi tratti frenati (Katèkhon?) da soggetti dominanti. Come andavano ad esempio le cose nel grandioso mondo egizio? L’Egitto nei millenni (!) è stato un esempio di sorprendente conservazione della tradizione: financo gli stili pittorici, le iconografie, gli stilemi e la scrittura sono rimasti cristallizzati per decine di secoli; su tutto dominava la figura immutabile e ineccepibile dell’HORUS vivente: il Faraone. Egli era l’incarnazione della divinità sulla terra, su di lui poggiava ogni destino di Egitto (tale era il suo appellativo “io sono Egitto”!). Si capisce così come una civiltà pur ricca di tecnologia (a cominciare dalla scrittura) e di burocrazia efficientissima rimase stabile e inconfondibile: il re era il garante dell’ordine cosmico, gli dei vegliavano sulla realtà. Le “seduzioni” (ci riproponiamo di chiarire bene in altra sede la valenza di questo termine) degli affari che pure erano assai presenti e dinamiche in una società ricca e prosperosa avevano il loro freno e correttore nel Faraone.

Nella usuale rassegna dei libri di storia si passa poi a trattare del mondo dei Greci: Atene e altre città-stato. Questo ci offre in modo palese ed evidente il contrasto tra le categorie suddette: relativismo vs metafisica. Questa contrapposizione assume i termini rigorosi e chiarificatori che solo permette la filosofia quando tocca i suoi vertici più alti: ci fu infatti una vera e propria scuola del pensiero relativista nei cosiddetti sofisti per i quali ogni assunto era giustificato se si era in grado di persuadere con il discorso l’interlocutore della sua bontà; se sei abile puoi far accettare “qualsiasi verità”!  Ai sofisti si contrappose la figura e l’opera di Socrate (non meno abile discorsivamente) che assunse il merito di maestro di ogni filosofo proprio per aver colto e attestato l’assoluto di ogni cosa individuandolo nel ” concetto” che è appunto l’universale pensato: è la mente che coglie l’essenza valida ovunque e per tutti. Il suo discepolo più grande, Platone, andò addirittura oltre: l’universale -che vale per tutti e sempre- non risiede solo nel pensiero ma è anche reale e ha un suo mondo proprio (l'”Iperuranio”). La civiltà greca ha donato al mondo la affermazione più alta della metafisica (l’essenza delle cose in sé), tanto che il termine stesso di metafisica fu coniato dal discepolo -questa volta di Platone- Aristotele.

Tutto acclarato e consacrato dunque? Niente affatto, nella storia, come abbiamo visto e vedremo- la contraddizione tra i due filoni dell’essenza e della vanificazione relativa di essa fu una costante, una costante che stiamo cercando di individuare in questa rapida rassegna. Tanto ciò è vero che la prima contraddizione si manifesta proprio nel mondo greco, la sua società e la sua popolazione: essa, specie quella ateniese, era composta in maggioranza da commercianti marittimi, armatori, navigatori tra i diversi mercati, una popolazione cioè fortemente intrisa di mentalità utilitaristica ed economicistica. Fattori questi che -nella pratica- irrimediabilmente inducono un popolo a trascurare la verità per l’utile, la morale per il tornaconto, i principi per una nuova prevaricazione (Tucidide nella Costituzione dei Melii ci dipinge magistralmente questa doppiezza). Non ultimo va ricordato che Socrate stesso fu messo a morte dai politici ateniesi e Platone non trovò mai pace in patria.

Viene poi il momento in cui compare la potenza di Roma: essa fu legata sin dalle origini alla sacralità più rigorosa, minuziosamente prescritta nei riti e nei culti. Le magistrature stesse erano associate ad un sacerdozio e il diritto stesso ancorava le sue certezze nel “diritto naturale” la cui trasgressione richiamava la collera divina “seu divus seu diva” (sia dio che dea) così come si compilava con precisione senza lasciar nulla al caso. I Romani hanno nei primi secoli -almeno fino all’inizio del I secolo a.C.- motivato ogni loro fortuna, felice o contraria, alla lealtà nei confronti della loro tradizione e spiegato la propria sciagura di una interminabile guerra civile (così Orazio nell’Epodo XVI) proprio nell’abbandono della propria fede. Per questo Augusto  che garantì la Pace ebbe facilmente a dimostrare che la sua restaurazione (meglio dire rifondazione) religiosa era indissolubilmente legata a quella pace e quella pace ne era il frutto. Ma cosa era successo nei secoli precedenti sul piano del pensiero e della vita interiore?

Si era diffusa ed era cresciuta proprio la mentalità razionalista che si cimentava a spiegare tutto e a dissolverlo in una incredulità scettica senza punti di riferimento, senza “centri di gravità permanenti” -si direbbe oggi-: la faglia del relativismo che abbiamo postulato alla base della nostra rassegna si era insinuata. Leggiamo come la descrive G. Dumézil in La religione arcaica dei romani: «Indifferenza e scetticismo allontanano dai giovani scrupoli e problemi. Gli intellettuali sono lucidi. Alcuni, liberi da responsabilità nello stato e nella società, fanno tabula rasa, predicano l’ateismo e la libera ricerca: Lucrezio è la voce grazie alla quale il pensiero romano prende posizione nell’ambito del materialismo d’ogni tempo.»

Dall’Impero Romano e dopo di esso prende vita la grande stagione della cristianità medioevale. La metafisica riprende la guida, l’orientamento e l’ispirazione della vita delle popolazioni di quella che oggi chiamiamo Europa ma non solo. Una delle caratteristiche fondamentali -e vero e proprio marcatore di una società- è il bando all’usura. Abbiamo già ricordato in altri scritti una brillante testimonianza di ciò legata ad un Templare di eccezione, Guglielmo il Maresciallo reggente del trono inglese per molti anni: imbattendosi in una coppia che intendeva impiegare nell’usura le monete d’oro che nascondeva in una cintura, il Maresciallo infuriato gliele sequestrò con disprezzo.

Accadde a questa epoca una curiosa oggi diremmo “sincronicità”: tra la fine del XII e i primi del XIII secolo ci fu una cesura forte con il passato con un insinuante riproporsi del relativismo. Ciò avvenne in coincidenza della ripresa dell’usura (i traffici e i commerci delle Repubbliche Marinare italiane) e il diffondersi del pensiero razionalista nelle nascenti università.

Occorsero diversi secoli ma le linee di tendenza della nostra modernità si dipartono dalle scissioni, i frazionamenti e le varianze scaturite dalla Riforma Protestante, dal capitalismo rampante e dalla suddivisione dell’Impero a favore degli stati nazionali.

Il piano inclinato portava all’Illuminismo, a De Sade e alla ghigliottina. La Massoneria ne fu coordinatrice e organizzatrice.

Queste furono le impalcature d’acciaio degli ultimi tre millenni, il resto furono corollari, accidenti e cascami vari. Con la estremizzazione di quei fattori sfociata nel nichilismo (doppi standard di giudizio, percezione soggettiva del proprio genere, onnipotenza della tecnologia) oggi assistiamo alla totale disintegrazione ed evaporazione di ogni criterio del bene e del male.

lo
ciao