Cercheremo di guardarla meglio, di non fuggirla, di capirne il senso…indagarla direttamente non si può perché uno schermo invalicabile ci separa… ma chiederemo ad altri, ci nutriremo di altre testimonianze, artistiche se possibile… delle voci che possano rompere quel silenzio.
Io mi sforzerò di farvi da guida, di interrogare per voi altri interlocutori, di immaginare le domande che ad ognuno potrebbero venire in mente…
Innanzi tutto: perché parlarne?
Ci viene incontro lo storico G. Duby: «E noi, che non sappiamo più che cosa sia la morte sontuosa, che nascondiamo la morte, che non ne facciamo parola, che la liquidiamo quanto prima è possibile come un evento imbarazzante; noi, per cui la buona morte deve essere solitaria, rapida, discreta, dobbiamo approfittare del fatto che la grandezza attinta dal Maresciallo [Guglielmo] lo collochi ai nostri occhi in una luce eccezionalmente viva; seguire passo passo, nei dettagli del suo svolgimento, il rituale della morte antica, che non era una fuga, un furtivo uscire di scena, ma un approccio lento, dominato da regole; un preludio: il solenne trapasso da uno stato a un altro ,superiore; un passaggio pubblico come le nozze; maestoso, come l’ingresso dei re nelle città fedeli. La morte che abbiamo perduto e di cui forse avvertiamo la mancanza».
Ma parlare della morte è come parlare alla Morte; approfittiamo di questo siparietto dal notissimo film di Bergman, Il settimo sigillo:
«-Chi sei tu?
-Sono la Morte
-Sei venuta a prendermi?
-E’ già da molto che ti cammino a fianco
-Me n’ero accorto
-Sei pronto?
-Il mio spirito lo è, non il mio corpo. Dammi ancora del tempo!
(Potremmo averlo detto tutti noi questo no?) N d R
-Tutti lo vorrebbero ma non concedo tregua

-Tu giochi a scacchi non è vero?
-Come lo sai?
Lo so, l’ho visto nei quadri, lo dicono le leggende
-Sì, anche questo è vero, come è vero che non ho mai perduto un gioco
-Forse anche la morte può commettere un errore…
-Per quale ragione vuoi sfidarmi?
-Te lo dirò se accetti
-Avanti allora
-Perchè voglio sapere fino a che punto saprò resisterti e se dando scacco alla morte avrò salva la vita
Tu ci svelerai i tuoi segreti?
-Io non ho segreti da svelare
-Allora non sai niente?
-Non mi serve sapere»

Eccoci a noi: QUALI SONO I SEGRETI CHE CONSERVA LA MORTE?
In ogni epoca abbiamo cercato di aggirarla, blandirla, manipolarla proprio per carpirle i segreti che in fondo sono la sua corazza dura e terrificante: ironicamente e scherzosamente la canzone di Branduardi (che riecheggia testi e arie medievali) rifà il verso a quei nostri antenati che ci hanno provato:
«-Sono io la MORTE e porto corona
io son di tutti voi signora e padrona
e così sono crudele e così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.
E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare e dell’oscura morte al passo andare
-Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo
posa la falce e danza tondo in tondo
il giro di una danza e poi un altro ancora e
tu del tempo non sei più signora!»
Esorcizzare, che altro? Cosa possiamo fare se non tentare di neutralizzare con formule, finzioni, forme di rituali la sua buia figura? Eppure siamo sicuri di sapere bene come stanno le cose?
Socrate non ne era sicuro, anzi metteva anche in conto una possibilità fortunata: «Ma è già l’ora di andarsene; io a morire voi a vivere: chi di noi andrà a star meglio è ignaro a tutti, solo il Dio lo sa.»
Eppure proprio il grande dio Zeus conosceva lo stato triste dei morti così che ebbe pietà di un suo figlio, Sarpedonte, morto in battaglia; lo fece accompagnare nell’aldilà da Ypnos e Thanatos, il Sonno e la Morte: una morte come un grande sonno, questo fu il dono più pietoso che riuscì a offrire…
Ludovico Ariosto stempera da par suo questa tragica prospettiva e ci mostra come talvolta -ma forse solo per scherzo- alcuni esseri straordinari e fiabeschi come le fate arrivano a desiderare di morire ma senza possibilità:
«Morir non puote alcuna fata mai
se ciò non fosse, era il dolore assai,
[che] la regina splendida del Nilo
avrìa imitata con mortifero sonno:
ma le fate morir giammai non ponno!»

Ma torniamo seri… Eppure S. Francesco arriva a lodarla, la morte:
«Laudato si’, mi Signore,per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ scappare:
guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali;
beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male».
Ha ragione Francesco, è come sei vissuto che cambia la sostanza; la morte è come la prospettiva che illumina la vita: la concezione che abbiamo della morte è la concezione che abbiamo della nostra vita!
Certo, «tutto cangia tutto père quaggiù» e continuerà anche e soprattutto dopo di noi: «Lo splendente mattino di febbraio in cui Beatriz Viterbo morì…ho notato che i tabelloni di ferro della Plaza Constituciòn avevano cambiato non so quale manifesto pubblicitario di sigarette bionde; il fatto mi dolse, perché compresi che l’incessante e ampio universo ormai si allontanava da lei e che quel cambiamento era il primo di una infinita serie.».
E allora -siamo sinceri- tiriamola fuori la domanda che ognuno si fa, in ogni epoca, in ogni circostanza della vita:
“Cosa c’è dall’altra parte?”
Non ci provate, ci blocca Catullo, non è tornato mai nessuno da lì a dircelo: «Ora egli va per quel cammino tenebroso da cui dicono non torni nessuno» (qui nunc it per iter tenebricosum, illuc unde negant redire quemquam)
Qualcuno interpreta la domanda a modo suo e cioè: “Come sarò IO dall’altra parte?”: «Ma chissà che, passata la nera soglia, anche lui Drogo non sarebbe potuto tornare come una volta, non bello (perché bello non era mai stato) ma fresco di giovinezza. Che gioia, si diceva Drogo al pensiero, come un bambino, poiché si sentiva stranamente libero e felice. »
Eppure vi fu un tempo, decine e decine di secoli fa, in cui visse della gente che aveva chiaro nella mente come fosse l’aldilà, sto pensando agli etruschi per esempio: a lungo non dubitarono affatto che cosa li aspettasse dopo il trapasso; io potrei accompagnarvi in qualcuna delle loro città dei morti…
Nell’atrio di un vasto sepolcro a più sale che si diramano potremmo vedere pareti adorne di suppellettili e ornamenti, un ricco corredo di stoviglie e recipienti per imbandire una cena. Pure, addossati alle pareti dipinte con scene di danza, di caccia, di pesca ecco tutti i loro giacigli, i loro letti da banchetto…: che ricchezza, che gusto! potrebbe essere la dimora eterna di una grande famiglia…SST! fate piano, non fatevi sentire… potrebbero essere dei lucumoni, dei Velianas, dei Vibenna… Laggiù gli sposi stanno abbracciati a brindare insieme, irrorati ben bene l’un l’altro i capelli di essenze pungenti, di unguenti afrodisiaci: tutte le sere ripetono i loro brindisi, le loro effusioni, i loro saluti ai ballerini, agli amici che continuano ad essere presenti per sempre, immutabilmente…
*********
Si potrebbe abbozzare una fenomenologia della morte tante sono le forme in cui si manifesta, si declina, si mette in scena.
Amore e morte è tra le più quotate.
Leopardi li chiama fratelli; ricordiamone alcuni-pochi- esempi…

 

(segue da Tommaso d’Inghilterra)
«Allora Tristano ha sì gran dolore,
che più grande non ebbe mai ne avrà.
E si volta verso la parete,
e dice: “Dio salvi Isotta e me!
Poiché a me non volete venire,
per vostro amore debbo morire.
Io non posso più durare la vita,
per voi muoio, Isotta, cara amica.
Questo m’è, amica, gran conforto,
che avrete pietà della mia morte”.
“Amica Isotta!” tre volte ha esclamato,
alla quarta rende lo spirito.
……………………..
(Isotta) “Per me avete perduto la vita,
ed io farò come verace amica:
Per voi del pari voglio morire”
Lo abbraccia e s’abbandona distesa,
gli bacia la bocca e la faccia
e strettamente a sé lo stringe,
corpo a corpo, bocca a bocca, s’abbandona,
il suo spirito allora rende,
e muore così al suo fianco
per il dolore del suo amico.»

e indimenticabile:
«Amor ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte»
La morte dell’eroe è anch’essa emblematica:
«Sente Rolando che la sua vita è alla fine.
[…]
Ripete il mea culpa, prega da Dio misericordia:
“Verace Padre che mai non mentisti,
San Lazzaro da norte resuscitasti
e Daniele dai leoni scampasti,
scampa l’anima mia da ogni periglio
per i peccati che in vita mia commisi!”.
Il guanto destro a Dio per essi offrì:
San Gabriele di sua mano l’ha preso.
Sopra il braccio ha reclinato il capo:
giunte le mani è arrivato alla fine.
Dio gli inviò il suo angelo cherubino
e San Michele del Mare del Periglio;
insieme ad essi San Gabriele vi scese:
L’anima del conte portano in Paradiso.»
Ai nostri tempi è stata cantata anche la morte di un anarchico:
«e intanto corre corre corre verso la morte
[…]aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto della GRANDE CONSOLATRICE»
È anche immortalata la morte del fedele servitore:
(FIRS nel Giardino dei ciliegi)
«FIRS- “Chiuso. Se ne sono andati… (siede sul divano) Si sono dimenticati di me…Non fa niente…io resto qui…
La vita è passata, è come se non avessi vissuto… (si corica) Mi sdraio un po’…Non hai più forza, non ti è rimasto proprio niente, niente…Eh tu…buono a nulla!…
(resta sdraiato, immobile).
(sipario)»
Nell’attualità meritano un posto anche i commessi viaggiatori in Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.
L’elenco è per forza incompleto ma chiudiamo con il più famoso ragazzino fantastico della letteratura: Il Piccolo Principe: (morte del Piccolo Principe)
«Ci fu solo un bagliore giallo vicino alla sua caviglia. Rimase un po’ immobile. Non gridò affatto. Cadde dolcemente come fa un albero. Non fece nessun rumore, per la sabbia.»
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«Ei fu siccome immobile
dato il mortal sospiro
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro»
Immobilità, espirazione definitiva, perdita della memoria, assenza di ogni volontà: se l’era osservata bene il Don Lisander quella roba lì…
Non c’è posto per il romanticismo.
«Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni? che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? …
Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.»
È impossibile dire oltre su questa esperienza non sperimentabile, questo abisso nel quale chi guarda è risucchiato senza scampo, questa assenza totale nell’oblio.
Sterili e inopportune le chiacchiere dei filosofi, una volta al dunque.
«E allora la tromba suonerà
la serie dei numeri è finita
E niente oltre niente di più
Unica è la morte
DA SEMPRE MADRE DEL DOLORE!»
«e se non piangi, di che pianger suoli?»

 

 

 

 

 

 

 

lo
ciao